Diritti / Intervista

La globalizzazione solidale che può recuperare le identità perdute

La graduale cancellazione di interi settori industriali, la dispersione di comunità e un diffuso disagio sociale hanno dato slancio a rivendicazioni sovraniste e nazionalismi. Dialogo tra il sociologo Colin Crouch e l’accademico Tommaso Vitale

Tratto da Altreconomia 213 — Marzo 2019
Professore emerito all'università di Warwick, Colin Crouch è uno dei più importanti esponenti della sociologia comparata delle società europee © www.flickr.com/photos/councilofeurope

Professore emerito all’Università di Warwick (Regno Unito), Colin Crouch è uno dei più importanti esponenti della sociologia comparata delle società europee. In queste pagine dialoga con Tommaso Vitale, professore di Sociologia a Sciences Po (CEE, Parigi), sul suo nuovo libro -“Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo” (Laterza, 2019)-, sulle ragioni per rilanciare la regolazione dell’economia a livello transnazionale, sull’importanza della sussidiarietà nella costruzione democratica, sul profondo danno al benessere dei cittadini costituito dal nazionalismo e dal razzismo.

Tommaso Vitale: Colin, il tuo libro è di straordinaria attualità. Costituisce una disamina completa delle ragioni di crescita del consenso verso il nazionalismo, a destra come a sinistra. Mette in luce un nesso terribile, il ritorno di attualità della vecchia idea che redistribuzione e protezione sociale (welfare state) siano possibili solo a livello dello Stato-nazione. La vecchia idea, che tanti danni ha fatto e che torna a infiammare il dibattito contemporaneo, che la solidarietà e i sentimenti di con-cittadinanza debbano arrestarsi solo ai confini nazionali. Che a livello transnazionale, invece, vi sarebbe spazio solo per la neoliberalizzazione, la de-regolazione e di fatto la promozione di mercati predatori. Per difendere e promuovere benessere occorrerebbe de-integrarsi dall’Unione europea e rilanciare una politica appassionata e nazionalista. Effettivamente questa prospettiva sembra mobilitare sempre più energie, a destra certamente, ma anche a sinistra, in Italia, Francia, Regno Unito. Il libro tuttavia non si limita ad analizzare il fenomeno, offre anche delle prospettive per un’alternativa, capace di conciliare regolazione dell’economia, redistribuzione e apertura internazionalista. Una strada più aperta. Vorrei iniziare il nostro dialogo proprio da qua. La protezione sociale è più forte quando è radicata in diritti universali. Quando non si ferma alle frontiere dello Stato nazione. Ma sappiamo anche che la protezione sociale e la redistribuzione sono più forti anche quando danno espressione alla solidarietà delle persone, alla loro capacità di occuparsi gli uni degli altri, di associarsi. Un’Europa più sociale non rischia di sancire solo freddi diritti burocratici?

Colin Crouch: Visto che non possiamo controllare il capitalismo globale a livello nazionale, la sinistra e il centro-sinistra hanno una scelta da fare: lasciare libero il capitalismo globale e accontentarsi di regolare le piccole cose, attestandosi al livello della nazione; oppure ritirarsi dall’economia globale, come la Corea del Nord; o invece provare a costruire dei livelli di solidarietà sovranazionale. Ciascuna di queste strade ha le sue difficoltà, ma solo l’ultima potrebbe produrre risultati soddisfacenti e non è impossibile da percorrere, soprattutto nel caso degli Stati membri dell’Unione europea, dove già esistono le istituzioni e gli elementi di una democrazia transnazionale.

TV: Ma l’Europa e la democrazia transnazionale non sono troppo razionali, mancando di quel “calore” e quella passione “romantica” che -ahimè- il nazionalismo continua a generare?
CC: Occorrono nuove politiche europee, che creino legami, che tocchino la vita e i sentimenti di gruppi di persone. La Commissione deve liberarsi del monopolio esercitato dagli economisti neoliberali che ispirano la gran parte delle attuali politiche europee. Servono nuove fonti di immaginazione per politiche che possano portare la Commissione in contatto con molti gruppi diversi, tra la gente, come negli anni delle Commissioni di Jacques Delors e Romano Prodi. È interessante che nel Regno Unito la gran parte del mondo culturale e scientifico si sia opposta alla Brexit, così come hanno fatto i sindacati e la maggior parte degli imprenditori. L’Europa tocca la vita di tutti questi gruppi in diversi modi, che possono essere valorizzati e compresi. In Gran Bretagna siamo troppo pochi. Ma chi ha rapporti con l’Europa, non solo attraverso i mercati, molto spesso la guarda con favore.

Tommaso Vitale è professore di Sociologia all’università parigina Sciences Po © Giovanni Vener

TV: Vorrei tornare sul punto della sussidiarietà. Per uscire dalle trappole del nazionalismo abbiamo bisogno sia di razionalità sia di passione per mobilitare l’elettorato in una prospettiva internazionalista. Tuttavia apertura e universalismo oltre il solo quadro dello Stato-nazione non possono accontentarsi di risalire di scala e chiedere all’Unione europea di regolare l’economia alla scala che le è pertinente. Un nuovo internazionalismo richiede una chiara costruzione istituzionale improntata alla sussidiarietà. Come potenziarla in Europa e includerla in una strategia redistributiva a servizio di un’Europa sociale più vicina ai suoi cittadini più vulnerabili?

CC: Vediamo anche qui la lungimiranza della Commissione Delors. Quella Commissione lanciò il mercato unico europeo, un’estensione enorme del potere del mercato nell’integrazione europea, un’iniziativa di stampo davvero neoliberale. Ma accanto a questa politica propose anche molte nuove politiche d’integrazione, al di là del mercato. Non solo politiche sociali, ma anche la creazione di nuovi legami tra Bruxelles e le istituzioni sociali interne ai singoli Stati membri, in particolar modo nelle zone più svantaggiate, che misero funzionari della Commissione in contatto con gruppi di cittadini che prima non avevano certo avuto occasione di incrociare persone di questo tipo. La sussidiarietà non implica in nessun modo lasciare solo il “locale”. La sussidiarietà ha bisogno di rapporti umani tra un’istituzione internazionale e le persone sul territorio.

“La sussidiarietà non implica in nessun modo lasciare solo il ‘locale’. Ha bisogno di rapporti umani tra l’istituzione internazionale e le persone sul territorio”

TV: Nel libro sviluppi una tesi di grandissima importanza. Una sorta di cultural political economy del razzismo. L’ostilità verso gli immigrati; il razzismo verso le minoranze del proprio Paese, rom inclusi; la xenofobia e il conservatorismo reazionario creano un sentimento di sicurezza, danno un’impressione di certezza-ordine-controllo. Ma al contempo sviano l’attenzione da quelle che sono le vere sfide a favore del benessere di tutti: la sfida della regolazione dell’economia su scala transnazionale, con la promozione dei diritti dei lavoratori e degli standard ambientali. Da dove può ripartire la politica oggi per favorire l’integrazione graduale nel tessuto sociale dei nuovi arrivati e al contempo guadagnare consenso sociale popolare per avanzare in un programma ambizioso di regolazione della globalizzazione?

CC: Se l’integrazione dei nuovi arrivati può procedere gradualmente, solitamente non ci sono grandi problemi. Le città del mondo con una grandissima presenza di minoranze etniche -come Londra- sono normalmente le più integrate. Il problema attuale è che i numeri dei profughi, che negli anni recenti sono arrivati sulle coste dell’Italia e della Grecia, non permettono gradualità. Questa è una crisi umana enorme, come un disastro naturale. Serve una mobilitazione di tutte le risorse a disposizione in Europa, sia finanziarie, sia morali, per aiutare non solo i profughi ma anche le comunità toccate. Ma sono schifosi coloro i quali sfruttano questa miseria, scatenando odio e xenofobia, per motivi politici opportunistici.

TV: Il tuo è un libro di metodo e di impostazione per una nuova politica internazionalista inclusiva. Obiettivi ambiziosi, ma anche grande capacità di pragmatismo, di mediazione: procedere rapidi ma sempre a piccoli passi. Mi piace l’idea di costruire solidarietà transnazionali “più ampie”, in altri termini, di forzare i limiti, di procedere per estensione delle regolazioni. Ma un passo alla volta. Quali ti sembrano i primi da fare oggi?

CC: Il primo passo avanti dev’essere recuperare il senso dell’importanza della cooperazione tra persone e nazioni, sia nel mondo politico sia nella società -una cosa ridicolizzata per ragioni diverse da parte dei neoliberisti e degli xenofobi-. Questo è un impegno etico e anche emotivo. Normalmente si dice che i discorsi morali siano deboli di fronte ai fatti materiali, ma oggi la destra estrema si è impadronita del livello morale più alto.  In Inghilterra i sostenitori della Brexit proclamano: “Non importa se diventiamo più poveri; avremo riconquistato la nostra indipendenza”. È utile e va bene, quindi, un conflitto con gli xenofobi sul terreno morale.

“Normalmente si dice che i discorsi morali siano deboli di fronte ai fatti materiali, ma oggi la destra estrema si è impadronita del livello morale più alto”

TV: Dopo la pubblicazione del tuo libro, uno degli eventi più importanti in termini di politica economica e regolazione transnazionale è certamente la sottoscrizione del JEFTA, l’accordo commerciale di libero scambio tra Giappone e Ue. Dà vita al più grande spazio di libero scambio al mondo, coprendo la quasi totalità dei beni, implicando di fatto più di 630 milioni di persone e circa un terzo del Pil mondiale. Include cause ambientali e sociali più severe di quelle mai incluse in un accordo commerciale. Eppure si sarebbe potuto fare molto di più. È frutto di cinque anni di negoziazioni, in cui movimenti sociali, ambientali e sindacali hanno giocato un ruolo importante ma forse al di sotto delle possibilità. Poca pressione, poco conflitto. La regolazione transnazionale non riesce ancora ad appassionare militanti e sindacalisti? Riesce a coinvolgere solo una piccola élite fra questi, senza veramente offrire occasioni di mobilitazione democratica?

CC: Questo è un oggetto centrale per il futuro: democratizzare i rapporti commerciali internazionali. È difficile perché sono lontani dall’esperienza dei cittadini e dalla politica nazionale. C’è anche un altro problema: la sinistra classica si interessa poco dei rapporti commerciali, perché i mercati non le piacciono.  Ma i piccoli movimenti sociali, particolarmente quelli dei giovani, sono molto attivi su questo terreno. Per i partiti della sinistra si tratta certamente di un esempio da seguire. Ma attualmente stanno smarrendo la strada e hanno bisogno di nuove strategie.

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