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Armi nucleari: crescono gli investimenti. Il nuovo report “Don’t Bank on The Bomb”

I capitali che gli istituti finanziari versano alle società del settore nucleare sono cresciuti del 42% in un anno, arrivando a 748 miliardi di dollari (erano 325 miliardi nel 2018). Un aumento dovuto soprattutto agli investimenti in Boeing (+192%) e alla crescita del prezzo delle azioni della società. In Italia le operazioni di Intesa Sanpaolo e Unicredit

Foto @nuclearactive.org

Chi sta cercando di trarre profitto dalle armi di distruzione di massa? È la domanda a cui vuole dare risposta il quinto report di “Don’t Bank on The Bomb”, un progetto della ONG pacifista olandese Pax e della campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (International Campaign to Abolish Nuclear Weapon, ICAN): s’intitola “Shorting our security. Financing the companies that make nuclear weapons” (che possiamo tradurre con “Cortocircuitare la nostra sicurezza. I finanziamenti alle società che producono armi nucleari”), ed è stato curato da Susi Snyder, leader del progetto e nel board della campagna premio Nobel per la Pace 2017.
“Ogni investimento rappresenta una scelta”, esordisce il report. Una scelta che può rappresentare “un’opportunità per costruire un futuro migliore”, per “generare ricchezza” o per “generare capitale” per investimenti futuri. “Ogni investimento si basa su un’analisi. Il rischio vale la ricompensa? […] L’analisi del rischio che si concentra esclusivamente sulla realizzazione del massimo rendimento finanziario possibile non è più sufficiente -suggerisce Snyder nell’introduzione-. In un mondo che sta affrontando minacce esistenziali -infatti-, altri fattori entrano nell’adempimento del dovere fiduciario di un istituto e devono essere presi in considerazione quando si sceglie di fare un investimento”.

A partire da queste considerazioni, la relazione esamina gli investimenti delle istituzioni finanziarie verso le società del settore delle armi nucleari, ovvero “le armi più distruttive mai progettate”. E vietate da una norma internazionale. Nel luglio 2017, infatti, la maggioranza del mondo le ha rifiutate con l’approvazione del testo di un Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari, al quale -secondo un sondaggio promosso da ICAN nell’aprile 2019 nei Paesi europei che ospitano testate nucleari statunitensi (Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi)- 7 italiani su 10 chiedono l’adesione anche dell’Italia.
Secondo il report, mentre diminuisce chi sceglie di investire in aziende associate alla produzione di armi nucleari, cresce la quantità totale di denaro investito. Tra gennaio 2017 e gennaio 2019 oltre 748 miliardi di dollari (con un aumento del 42%) sono stati investiti da parte di 325 istituti finanziari nelle 18 principali società produttrici di armi nucleari. Oltre la metà di questi investimenti è stata fatta da dieci istituti (lo studio riporta solo le partecipazioni azionarie e obbligazionarie superiori allo 0,5% del numero totale delle azioni, per concentrarsi sugli investitori istituzionali che scelgono ogni giorno dove mettere il denaro dei loro clienti): Vanguard, BlackRock, Capital Group, State Street, Verisight (noto come Newport Group), T. Rowe Price, Bank of America, JPMorgan Chase, Wells Fargo e Citigroup.

La crescita dei capitali investiti è dovuta in gran parte all’aumento degli investimenti in Boeing (+192%), il cui prezzo delle azioni è aumentato dalla fine del 2016: dalla pubblicazione del rapporto “Don’t Bank on The Bomb” 2018, Boeing ha registrato un 40% dell’apprezzamento delle azioni. Così, se nell’ultimo rapporto la partecipazione totale dei Boeing ammontava a 59.650 milioni di dollari, in questo la cifra sale a 254.296 milioni di dollari.
“Se si esamina il confronto complessivo escludendo i Boeing, si registra ancora un aumento degli investimenti, ma non così marcato -si legge nel report-: 494 miliardi nel 2019 contro i 438 miliardi nel 2018, con una variazione del 13%”.

E in Italia la situazione non è migliore. Dal gennaio 2017, due istituzioni finanziarie del nostro Paese -Intesa San Paolo e Unicredit- hanno investito circa 1.158,3 milioni di dollari in aziende produttrici di armi nucleari. Di questi, l’investimento in Boeing è di 178,3 milioni di dollari; ma l’investimento principale, per 517,7 milioni di dollari, è stato fatto nei confronti della statunitense Lockheed Martin (da parte di Unicredit), una società attiva non solo nella produzione missilistica statunitense, ma attiva anche a favore dell’UK Atomic Weapons Establishment.

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