Esteri / Intervista

Beatrice Fihn. Fino all’ultima testata

“Non saremo soddisfatti fino a quando non avremo liberato il mondo da ogni ordigno atomico”. Intervista alla coordinatrice di Ican, Nobel per la Pace 2017

Tratto da Altreconomia 206 — Luglio/Agosto 2018
Beatrice Fihn, direttore esecutivo di Ican, campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari © Jo Straube - flickr.com/photos/ican

Beatrice Fihn, svedese di 35 anni, è il direttore esecutivo di Ican (International campaign to abolish nuclear weapons). Alle spalle ha studi internazionali e grande esperienza nelle Ong di tutto il mondo. In poco tempo si è trovata dal coordinare una delle tante campagne globali sul disarmo, alle più importanti ribalte politiche e sociali. Punto d’arrivo di questo percorso, il podio del discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace nella City Hall di Oslo. L’abbiamo incontrata a un anno esatto dall’adozione all’Onu del Trattato contro le armi nucleari, per riflettere sugli ultimi 12 mesi.

Cominciamo dalle novità più recenti: che valutazione dà dei risultati del summit di Singapore tra Donald Trump e Kim Jong-un? Quali sono stati, se avvenuti, i risultati positivi e al contrario le situazioni ancora mancanti e deficitarie?
BF
È andata peggio di quanto sperassi, ma molto meglio di quella che era la situazione solo pochi mesi fa, quando entrambe le parti rilanciavano minacce di attacco nucleare e Trump continuava a twittare di voler riversare “fuoco e furia” sulla Corea del Nord. In sé l’accordo, se lo si può chiamare così, non contiene nulla di nuovo sul fronte del disarmo nucleare. Ciò di cui abbiamo bisogno è una denuclearizzazione verificabile e irreversibile dell’intera penisola coreana, compreso il rifiuto della Corea del Sud della protezione del cosiddetto ombrello nucleare statunitense. Fin dall’inizio era apparsa improbabile anche a noi della società civile internazionale la capacità di questo incontro di produrre risultati tangibili, ma entrambe le parti avrebbero dovuto almeno respingere l’uso di armi nucleari sulla base di motivazioni umanitarie. Si tratta del punto centrale dell’azione di Ican ed è quanto io e Akira Kawasaki (presidente del Comitato di coordinamento della Campagna, ndr) siamo andati a ripetere ai media a Singapore, durante il summit.

Il tema delle armi nucleari è stato tra i principali nel 2017, con una copertura mediatica rilevante e forse inedita a causa delle tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, al rinnovamento degli arsenali da parte di tutti gli Stati nucleari, al Doomsday Clock spostato più vicino all’Armageddon. Pensa che ci sia una minaccia crescente in termini reali o si tratta piuttosto di una rinnovata percezione e consapevolezza ad aver provocato questa grande attenzione? E tale contesto come è stato affrontato da Ican e dai movimenti internazionali contro le armi nucleari?
BF La mancanza di percezione della minaccia nucleare è stato davvero uno dei principali problemi nel nostro lavoro, fino a quest’anno appena passato. Dopo la fine della Guerra Fredda la gente ha dimenticato le armi nucleari: abbiamo smantellato il Muro di Berlino, ma ci siamo dimenticati di smantellare queste altre “reliquie” della Guerra Fredda. Ma la minaccia rimane sempre lì, presente. Abbiamo 15.000 strumenti capaci di scatenare un Armageddon puntati su di noi per tutto il tempo, e possono essere sparati in qualsiasi momento: un piccolo fraintendimento o un incidente o commento offensivo sui social network… e si potrebbe dare il via al lancio di tali testate. Una situazione che è diventata più ovvia per tutti una volta che il presidente Trump e Kim Jong-un hanno iniziato a minacciarsi apertamente l’un l’altro. La gente si è resa conto che eravamo tutti a pochi minuti di distanza da una guerra nucleare, capace di scoppiare in qualsiasi momento. E incidenti come l’allarme attivato per errore alle Hawaii hanno rinforzato questa consapevolezza. La maggioranza dell’opinione pubblica nel mondo è sempre stata contro le armi nucleari, ma ora sta vedendo e capendo l’urgenza di cancellarle dalla storia.

Il Trattato votato nel luglio scorso presso l’Onu. Il premio Nobel assegnato ad Ican. L’incontro con Papa Francesco. Il 2017 è stato straordinario per la Campagna Internazionale e anche per lei. Quali sono stati i passaggi salienti e fondamentali, secondo lei? Quali i giorni o gli episodi che non dimenticherà mai?
BF Il 2017 ha avuto punti di alto e basso piuttosto estrei. Abbiamo visto il mondo giungere sull’orlo della guerra nucleare tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, ma allo stesso tempo abbiamo visto la nascita dirompente di una forte opposizione a questa situazione di minaccia, culminata nell’adozione del “Trattato di Proibizione delle armi nucleari” (Tpnw) da parte della maggioranza dei Paesi Onu e nel riconoscimento che il Comitato Nobel ha voluto assegnare a Ican per il lavoro di coordinamento messo in campo per arrivare a quel punto. La campagna Ican è una coalizione davvero straordinaria: persone provenienti da tutto il mondo hanno lavorato con diplomatici di ogni Stato per rigettare formalmente e normativamente le armi nucleari. Lavoriamo duramente insieme, ma raramente abbiamo l’occasione di prenderci una pausa per ritrovarci e condividere insieme quanto stiamo facendo. Per cui avere avuto così tanti sostenitori e attivisti della Campagna presenti ad Oslo per la cerimonia del Premio Nobel ha dato nuova energia alla bella forza di questa coalizione. E ci ha permesso, per una volta, di festeggiare.

Una manifestazione organizzata da Ican a Melbourne nell’aprile 2012 © Tim Wright- flickr.com/photos/ican

I critici dicono che il Tpnw non sarà mai efficace a causa del comportamento ostile di tutti gli Stati nucleari e dei loro alleati, ma in qualche modo ha già iniziato ad avere un impatto a pochi mesi dalla sua approvazione. In che modo? E quali potranno essere i prevedibili impatti positivi per i prossimi anni? Ritiene che sia plausibile una entrata in vigore del Tpnw entro il 2019?
BF Vale la pena ricordare che 154 dei 195 Stati del mondo -cioè circa l’80%- già hanno in essere norme e politiche coerenti con i principali divieti del Trattato, e che 122 di questi Paesi lo hanno votato l’anno scorso. Attualmente con 59 firme e 10 ratifiche il Tpwn è sulla buona strada per entrare in vigore ancora più rapidamente di strumenti normativi internazionali simili (se l’attuale tasso di adesioni si confermerà). Tuttavia gli Stati dotati di armi nucleari e i loro alleati hanno lavorato, in forme e gradi diversi, per minare e screditare questo storico Trattato, cercando di dissuadere gli alleati e i partner dalla firma. La stessa Italia non ha voluto prendere parte alle trattative e si è allineata alle indicazioni della Nato senza portare il proprio punto di vista come Stato che, peraltro, ospita testate statunitensi (circa 50 tra Ghedi e Aviano ndr) e in cui certamente la maggioranza della popolazione rifiuta le armi nucleari. La buona notizia è che, anche senza gli Stati nucleari, il Trattato sta avendo un effetto positivo di rafforzamento del rifiuto delle armi nucleari, il che rende più difficile per gli Stati nucleari minimizzare la loro effettiva minaccia quotidiana di omicidi di massa. Un simile impatto lo abbiamo visto ad esempio già con il Trattato sulle mine anti-persona: anche gli Stati Uniti, che pur non aderiscono alla norma internazionale, hanno dovuto cambiare il proprio comportamento e respingere l’utilizzo delle mine perché il resto del mondo lo aveva fatto. Un’altra conseguenza molto positiva del Tpnw che si è già concretizzata con esempi notevoli riguarda il de-finanziamento delle aziende che producono per la filiera delle armi nucleari: in meno di un anno già alcuni tra i principali fondi pensione e istituti di credito al mondo hanno deciso di abbandonare completamente tale comparto o modificare in senso molto restrittivo le loro politiche di investimento.

Se ripensa all’inizio della campagna Ican è soddisfatta del lavoro svolto? L’obiettivo finale non è mai cambiato, ma alcuni obiettivi specifici e intermedi sono stati decisi durante il percorso: lo stesso Trattato è un’idea che non era presente agli esordi della mobilitazione.
BF
Ovviamente non saremo mai soddisfatti finché non avremo liberato completamente il mondo dalle armi nucleari. È il problema di chiunque si metta al lavoro su campagne contro tali armamenti: anche raggiungendo il 90% dei nostri obiettivi di eliminazione purtroppo vivremo ancora sotto la minaccia di una catastrofe umanitaria di massa che potrebbe uccidere milioni di persone. Per cui dobbiamo lavorare fino all’ultima testata. Ma contemporaneamente, come attivisti, dobbiamo anche fermarci un momento riflettere e riconoscere i progressi compiuti. Molti pensavano che l’idea di un Trattato che vieti le armi nucleari fosse ingenua e irraggiungibile: li abbiamo smentiti. Abbiamo impostato la nostra campagna concentrandoci sulle catastrofiche conseguenze umanitarie dell’uso ed esistenza di armi nucleari, basando la possibile soluzione sul diritto internazionale. Ciò si è rivelato efficace, e continueremo a farlo.

Per ottenere il voto sul Tpnw sono stati più importanti gli Stati che hanno messo in gioco a tal fine le proprie diplomazie o le campagne e organizzazioni della società civile in tutto il mondo? Ican è piuttosto speciale in termini di base e modo di cooperare: più una rete che una struttura piramidale. Pensa che questo sia stato fondamentale per raggiungere gli importanti obiettivi ottenuti?
BF Sì, la forza dell’Ican è nella sua unità di intenti ma diversità di voci. Non è un’organizzazione tradizionale con gerarchia o struttura rigida che trasmette un messaggio dall’alto verso il basso. Siamo una rete di persone che svolge un lavoro straordinario in tutta la società civile, il mondo accademico, le agenzie umanitarie e in altri luoghi ancora. Ma non avremmo potuto ottenere il Trattato se non avessimo avuto al nostro fianco diplomatici di Paesi “campioni” nel chiedere una norma internazionale lavorando insieme a medici che parlavano dell’impatto sulla salute, scienziati del clima che parlavano dell’impatto ambientale e funzionari delle agenzie umanitarie che parlavano della risposta (impossibile) a un eventuale disastro nucleare. Questo è davvero, e in sintesi, il segreto del nostro successo.

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