Crisi climatica / Attualità

Attivisti per il clima e lavoratori a confronto: un’alleanza per una transizione giusta

Il tema è stato al centro di un dibattito organizzato al Climate social camp di Torino da cui emerge la necessità di costruire dal basso un nuovo modello di sviluppo capace di conciliare diritti, occupazione e tutela dell’ambiente

© Avi Werde, unsplash

“Che ambiente e lavoro siano in contrapposizione è una narrazione tossica: se pensi che ci sia una gerarchia tra economia e salute, hai già perso in partenza”, esordisce così Eliana Como, sindacalista della Fiom-Cgil, che nella giornata di martedì 26 luglio ha partecipato all’incontro “Le lotte e i saperi di chi lavora per una transizione dal basso” organizzato all’interno del Climate social camp in programma a Torino fino a venerdì 29 luglio in concomitanza con l’assemblea europea di “Fridays for future”. Giovani attivisti per il clima, esponenti di organizzazioni sindacali, rappresentanti di comitati locali provenienti da diverse parti d’Italia si sono confrontati su occupazione, protezione dell’ambiente, tutela dei diritti e della salute dei lavoratori.

Ambiente e lavoro sono due facce della stessa medaglia, quindi. A maggior ragione in questo momento storico, in cui anche in Europa si contano i primi morti sul lavoro a causa delle temperature elevate: “Nelle fabbriche ci sono i raffrescatori, ma puntano sui macchinari affinché questi non si surriscaldino. Un’immagine che rappresenta bene la realtà: il sistema economico deve andare avanti, a tutti i costi, anche a scapito della salute dei lavoratori”, sottolinea Eliana Como.

Mentre Inps e Inail hanno deciso di riconoscere alle imprese la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo) quando il termometro supera i 35 gradi, sono ancora molte le situazioni in cui il profitto viene messo davanti alla salute. “Prato è uno dei distretti tessili più grandi del continente -spiega Sarah Caudiero di Si Cobas Prato-. Qui, migliaia di operai lavorano 12 ore al giorno, sette giorni a settimana, senza ferie, senza malattie, senza riposo. Può sembrare incredibile che in un’area industriale di queste dimensioni, che produce e distribuisce vestiti in tutta Europa e in Nord America, non siano garantite le tutele minime dei lavoratori: noi chiediamo che si lavori otto ore al giorno per cinque giorni a settimana, una cosa normale. Ma le imprese fanno resistenza, perché la domanda di capi di abbigliamento per il settore della fast fashion è continua crescita. In questo settore tutto è interconnesso: lavoratori senza tutele, inquinamento, razzismo. Perché non dobbiamo dimenticare che sono tanti lavoratori immigrati, invisibili al sistema. Per aggredire il sistema capitalistico alla base bisogna partire dai nodi centrali della rete, ormai collegati tra di loro”.

L’incontro organizzato dai giovani attivisti per il clima è un segnale dei tempi che cambiano. “Fino a pochi anni fa non c’era una convergenza del genere, sebbene gli operai siano i primi ambientalisti -commenta Mathias Mancin, portavoce dei Fridays for future di Civitavecchia (RM) dove he sede la centrale a carbone più grande d’Italia-. Partecipando ai picchetti ci siamo resi conti che gli operai avevano rivendicazioni legate ai temi ambientali, ma non avevano un intermediario. Erano i primi a non voler continuare a ‘sporcarsi’ con il carbone. Così, se al primo picchetto rivendicavano la continuità dell’attività centrale attraverso la conversione a gas, a quello successivo hanno rivendicato la continuità del loro lavoro proponendo però di realizzare in loco le componenti utili alla transizione energetica, ad esempio le pale eoliche, anziché delocalizzare questo tipo di produzione”.

Anche Andrea Turco, giornalista e attivista del comitato No Gela, in Sicilia si dice convinto dell’animo “verde” dei lavoratori del comparto fossile. “Negli anni Cinquanta Eni aveva realizzato il polo petrolchimico di Gela (CT) e nel 2014 ha chiuso la raffineria: gli operai si sono mobilitati, rivendicando in prima battuta il diritto a lavorare e quindi che la raffineria rimanesse operativa -racconta-. Poi ci siamo resi conto che non erano contenti di difendere la fabbrica ed è emerso che gli operai rivendicavano le bonifiche, che tra l’altro non sono ancora state eseguite. Rimane un momento isolato, ma significativo del rapporto salute-ambiente in ambito industriale. Chiediamoci quindi che cosa non ha funzionato e perché quella battaglia è rimasta isolata: non c’è stata una rete unita, mentre la politica voleva risultati concreti, tanto che alla fine la raffineria è stata riconvertita. Al posto del petrolio, ora brucia olio di palma proveniente dall’Indonesia e olio di ricino dall’Africa”.

Tutti gli interventi durante l’incontro al Climate social camp ruotano attorno a un punto: l’alternativa al modello di sviluppo dominante va creata con i lavoratori e il concetto di transizione va sottratto dalle mani di chi la porta avanti secondo i criteri economici attuali. “L’industrializzazione e la promessa di nuovi posti di lavoro non devono essere in contraddizione con le rivendicazioni dei movimenti ambientali e la produzione deve mercificare l’atmosfera -sottolinea Dario Salvetti, portavoce del Collettivo di fabbrica della Gkn-. Si parla spesso degli imprenditori green e mai degli operai green. Ma dopo tutti questi anni, è stato dimostrato che i profitti non hanno contenuto le emissioni”.

Secondo Salvetti chiedere a un lavoratore se è d’accordo o no con la questione ambientale “è un concetto economista, che ha isolato il tema del consumo dal resto. Il lavoratore respira la stessa aria di tutti gli altri, quindi è retorico chiederlo. Pensiamo al ricatto mentale che ci fa credere che sia più sostenibile sostituire un motore inquinante con quello elettrico: ma se le componenti arrivano da tutto il mondo, non abbiamo ridotto le emissioni. Sarebbe molto meno impattante rendere i mezzi pubblici gratuiti e riparare i veicoli che già esistono. Un’economia alternativa richiede un intervento pubblico, che non possiamo aspettarci da questa classe politica. Dobbiamo costruirla dal basso, a partire dal rendere più democratici e trasparenti gli ambienti di lavoro”.

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