Diritti / Attualità

In America Latina la violenza di genere è una questione politica

In Cile le donne che manifestano contro il governo sono vittime di tortura e stupro, una forma di repressione. Accade anche in Bolivia e in Messico, dove la Corte interamericana dei diritti umani ha evidenziato le responsabilità istituzionali

Tratto da Altreconomia 223 — Febbraio 2020
Centinaia di donne eseguono la performance “Un violador en tu camino”, ideata dal collettivo di artiste Las Tesis per protestare contro la violenza di genere in Cile. La manifestazione si è tenuta in Plaza Italia, nella capitale, uno dei luoghi principali delle proteste contro il governo di Sebastian Piñera iniziate a ottobre 2019 - © Miguel Navarro Ascorra

Hanno stretto una benda nera intorno agli occhi. Hanno seguito i passi di una stessa coreografia, muovendosi insieme e gridando: “El violador eres tu”, lo stupratore sei tu. Nel dicembre 2019, centinaia di donne si sono riunite sotto l’Estadio Nacional a Santiago, la capitale del Cile, uno dei luoghi usati come centro di detenzione e tortura durante gli anni della dittatura militare di Augusto Pinochet (1973-1990). La performance ha messo in scena i versi del testo “Un violador en tu camino”, canzone scritta dal collettivo di artiste femministe Las Tesis per denunciare le violenze che le donne hanno subito nel Paese da quando, lo scorso ottobre, sono iniziate le proteste contro il governo di Sebastian Piñera. In oltre tre mesi di manifestazioni, le organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno denunciato aggressioni e stupri nei confronti delle manifestanti commessi dai militari e dai carabineros, la polizia.

“Negli anni del regime la violenza sessuale come violenza politica contro le donne era evidente. Nelle case clandestine di detenzione abbiamo subito torture terribili. Stupri con oggetti, con animali, con i nostri aguzzini. Una violenza nascosta nei cui confronti non c’è mai stato un atto di riparazione da parte dello Stato. Ma le aggressioni nei confronti di un corpo politicizzato sono presenti ancora oggi”. A parlare è María Isabel Matamala Vivaldi. Militante contro la dittatura di Pinochet, il 7 febbraio 1975 era stata detenuta a Santiago e trasportata a Villa Grimaldi, una casa di villeggiatura di epoca coloniale resa un centro di prigionia e tortura della polizia politica, la Dina. A Villa Grimaldi i detenuti erano torturati con la corrente elettrica e il semiannegamento e le donne violentate. Alla fine del 1976 Matamala Vivaldi ha deciso di vivere in esilio in Europa, e poi in Messico, Costa Rica, Nicaragua, Cuba, Argentina e Uruguay, Paesi in cui è stata la responsabile dei progetti in difesa dei diritti delle donne per l’Asociación Latinoamericana por los Derechos Humanos. Fondatrice della Red de Salud de las Mujeres Latinoamericana y del Caribe, rete che promuove iniziative per la tutela dei diritti riproduttivi, nel primo governo dell’ex presidente Michelle Bachelet (2006-2010) era stata incaricata di occuparsi dell’area di genere del ministero della Salute.

“Le donne che hanno partecipato alle proteste contro l’attuale governo sono state detenute nei commissariati senza alcun rispetto delle procedure, aggredite e violentate”, continua Vivaldi. Secondo i dati pubblicati nel gennaio 2020 dall’Istituto nazionale dei diritti umani (Indh), organismo indipendente cileno, in tre mesi di proteste sono stati denunciati almeno 191 casi di violenza sessuale, 412 per tortura e comportamenti disumani e degradanti e 842 per uso eccessivo della forza durante la detenzione. Le organizzazioni in difesa dei diritti delle donne, sottolineando come le cifre ufficiali debbano essere riviste al rialzo, denunciano atti di violenza commessi dalle forze di sicurezza in particolare durante il periodo dello stato di emergenza, imposto alla fine di ottobre dal presidente, quando le strade erano pattugliate dai militari e dalla polizia, e proseguiti nei mesi successivi. “A mio parere, quanto successo mostra una questione strutturale: quando una donna rinuncia a ruoli che storicamente le sono stati assegnati, come la cura della famiglia, si cerca di fermare il suo processo di politicizzazione, ancora di più in una società inegualitaria come la nostra”, aggiunge Matamala Vivaldi.

“La canzone di Las Tesis mostra la violenza che subiamo nella nostra società: statale e politica, sessuale, psicologica” – María Isabel Matamala Vivaldi

Stando alle cifre diffuse dalla Red Chilena contra la Violencia hacia las Mujeres -un insieme di organizzazioni sociali non governative che dal 1990 lavorano con l’obiettivo di sradicare la violenza sulle donne e bambine-, in Cile ogni giorno sono denunciati alla polizia 42 casi di violenza sessuale e nel 2018 solo il 25,7% è arrivato a un processo. “La canzone di Las Tesis mostra la violenza che subiamo nella nostra società: statale e politica, sessuale, psicologica. Lo fa nel verso che afferma: ‘La colpa è della polizia, i giudici, lo Stato e il presidente’. Lo fa in modo creativo e credo sia proprio questa immediatezza il punto di forza che ha permesso al testo di diventare un fenomeno mondiale”, aggiunge Vivaldi. “Semplifica, e rende una prassi, le teorie dell’antropologa argentina Rita Segato, una delle più importanti teoriche del continente. Segato ha sottolineato che la violenza sessuale sulle donne non è una questione morale ma politica. Per Segato, è un atto che vuole imporre una ‘disciplina’ ed esprimere la capacità di controllo e di potere del maschile”.

Il Cile non è un caso isolato. Araceli Magdalena Olivos Portugal è un’avvocata. Per otto anni ha lavorato nella campagna “Rompiendo el silencio” del Centro de Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez (Prodh) di Città del Messico, organizzata con l’obiettivo di sostenere le donne sopravvissute alla tortura sessuale commessa dalle forze di sicurezza dello Stato. “La tortura è una pratica radicata nella storia del Paese e del continente latinoamericano, soprattutto nei periodi delle dittature militari”, spiega. “La tortura sessuale è una forma di tortura basata sulla discriminazione di genere in cui si colpisce il corpo e la libertà delle donne attraverso un’aggressione che può essere uno stupro, la violazione con un oggetto, un’aggressione fisica nella parti intime o anche solo la minaccia di commettere uno di questi atti”. La campagna di sensibilizzazione ha preso le mosse da un caso nazionale diventato emblematico. Il 3 e il 4 maggio 2006, la cittadina di San Salvador Atenco era stata il centro di un movimento di protesta contro la costruzione di un nuovo aeroporto per la capitale. La manifestazione del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (Fpdt) era stata repressa con violenza da più di mille agenti della polizia municipale e statale, intervenuti per decisione di Enrique Peña Nieto, che all’epoca dei fatti era governatore del Estado de México (uno dei 32 federati nella Repubblica messicana) e tra il 2012 e il 2018 è stato presidente della Repubblica.

Araceli Olivos Portugal, avvocata, ha lavorato nella campagna contro la tortura sessuale del Centro diritti umani Miguel Augustin Pro di Città del Messico – © Orsetta Bellani

Due giovani persero la vita e furono arrestate e torturate 217 persone: tra queste, 47 donne furono sottoposte a pratiche di tortura sessuale all’interno dei veicoli usati per trasportare i detenuti in un centro di reclusione. “Undici donne hanno deciso di portare il caso di fronte alla Commissione interamericana dei diritti umani che il 28 novembre 2018 ha riconosciuto la responsabilità dello Stato messicano. Per la prima volta la violenza sessuale è stata identificata come uno strumento politico di repressione”, aggiunge Olivos Portugal. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Prodh, oggi in Messico la tortura sessuale è utilizzata contro le donne detenute nel contesto della lotta al narcotraffico e alla criminalità organizzata. “La componente di genere è forte perché le tecniche di umiliazione usate dagli agenti mirano ad aumentare la vulnerabilità delle vittime in quanto donne. Il loro obiettivo è estorcere informazioni, senza alcun rispetto delle procedure. Così, anche solo di fronte alla minaccia di una violenza, chi viene portata in prigione confessa presunti reati che avrebbe commesso”, prosegue Olivos Portugal. Sebbene sia pervasivo, non è possibile avere cifre esaustive sul fenomeno anche perché difficilmente lo Stato avvia indagini che coinvolgono gli agenti. Stando al report del 2016 di Amnesty International “Sobreviver a la muerte: Tortura de mujeres por policias y fuerzas armadas”, su 100 casi di donne detenute in 19 dei 32 Stati messicani, 72 hanno subito una forma di violenza sessuale e 33 hanno denunciato di essere state stuprate dagli agenti.

“La tortura è una pratica radicata nella storia del Paese e del continente latinoamericano, soprattutto nei periodi delle dittature militari” – Araceli Olivos Portugal

“La violenza sessuale nei confronti delle donne ha radici in una relazione di potere tra i due generi. Vale in Bolivia e per tutto il continente latinoamericano: nelle guerre coloniali il corpo delle donne era un bottino. Nei conflitti, lo stupro è sempre stato utilizzato come uno strumento di potere. Un gesto predatorio che valeva per la conquista della terra e dei corpi insieme”, commenta l’avvocata Ana Paola Garcia Villagomez. Lavora nella Casa de la Mujer a Santa Cruz in Bolivia: un presidio territoriale che da più di 30 anni garantisce assistenza legale e psicologica gratuita alle donne che stanno uscendo da una situazione di violenza. “Il significato politico della violenza sessuale lo abbiamo visto di nuovo dopo il golpe contro l’ex presidente Evo Morales”, spiega Villagomez. All’inizio dello scorso novembre, dopo le proteste nate in seguito alle controverse elezioni presidenziali in cui aveva ottenuto il quarto mandato, Morales aveva annunciato le sue dimissioni, intimato dai militari a lasciare il potere. “Si sono verificate violazioni dei diritti delle donne che hanno manifestato contro il colpo di Stato. Sono gesti che non solo vogliono intimidire. Sono un castigo nei confronti di una donna che esce di casa e occupa uno spazio pubblico”, commenta riferendosi anche al caso di Patricia Arce, la sindaca di Vinto, città nella regione di Cochabamba, appartenente al Movimiento al Socialismo, trascinata in strada dai manifestanti antigovernativi che le hanno versato addosso vernice rossa e tagliato contro la sua volontà i capelli, costringendola a firmare una falsa dichiarazione di dimissioni.

Manifestazione di protesta a Santa Cruz, in Bolivia, è promossa dalla Casa de la Mujer. “Vivere senza violenza è un diritto umano”, si legge sullo striscione – © Casa de la Mujer

“Nelle guerre coloniali il corpo delle donne era un bottino. Nei conflitti lo stupro è sempre stato utilizzato come uno strumento di potere” – Ana Paola Garcia Villagomez

Nel 2019 nel Paese ci sono stati 117 femminicidi e 22 sentenze di condanna. Solo nei primi dieci giorni del mese di gennaio 2020, 11 donne hanno perso la vita per mano di un uomo. Una ogni 21 ore. “Una situazione allarmante perché continua a non esserci un’adeguata risposta da parte dello Stato: manca una tutela della vittima sia quando si trova in una condizione di fragilità sia dopo la denuncia dell’aggressore nella fase in cui ha bisogno di ricostruire, anche emozionalmente, la sua vita”, spiega Villagomez. Nonostante nel 2013 sia stata approvata la Ley Integral para Garantizar a las Mujeres una Vida Libre de Violencia, che specifica i protocolli da adottare verso chi si trova in una condizione di violenza anche familiare, “gli sforzi istituzionali non riescono ancora a rispondere alla totalità del problema. La difficoltà di accedere al sistema giudiziario e l’impunità degli aggressori sono i due problemi principali”, prosegue Villagomez. “Per prevenire i comportamenti violenti, pensiamo sia necessario lavorare sui modelli culturali a partire dalla scuola, dove si deve inserire l’insegnamento dell’educazione integrale sessuale. Uno strumento fondamentale per superare gli stereotipi di genere e sviluppare comportamenti non gerarchici tra le persone”.

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