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L’omicidio di Berta Cáceres in Honduras e il ruolo dei vertici della società interessata al progetto “Agua Zarca”

A 45 mesi dall’assassinio della leader indigena del COPINH, uccisa da sicari a colpi d’arma da fuoco nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016, un’inchiesta dell’Intercept ha ricostruito i meccanismi di comunicazione dietro la costruzione del delitto. Coinvolti anche i vertici di DESA, la società legata al progetto idroelettrico Agua Zarca, un’infrastruttura che andrebbe a stravolgere il rio Gualquarque

Berta Cáceres - © Goldman Environmental Foundation

L’omicidio di Berta Cáceres, la leader indigena del COPINH, in Honduras è stato pianificato dai vertici di DESA. A 45 mesi dalla morte della donna, assassinata da sicari a colpi d’arma da fuoco nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016, nella sua casa della cittadina de La Esperanza, nel dipartimento di Intibucà, è un’inchiesta dell’Intercept a ricostruire i meccanismi di comunicazione dietro la costruzione del delitto. È stata scritta dalle giornaliste Danielle Mackey e Chiara Eisner, che chiamano in causa i vertici di DESA, la società interessata alla costruzione del progetto idroelettrico Agua Zarca, un’infrastruttura che andrebbe a stravolgere il rio Gualquarque, e la vita della comunità indigene di etnica lenca affiliate al COPINH e che vivono intorno alle sue rive.

Cáceres, che era la coordinatrice generale dell’organizzazione, guidava le proteste contro la costruzione della diga, un impegno che nel 2015 l’aveva portata a San Francisco, negli Stati Uniti, per ricevere il prestigioso Goldman Prize: meno di un anno prima di essere uccisa, Cáceres era stata riconosciuta come ambientalista dell’anno per l’America Latina.

Secondo l’inchiesta dell’Intercept, che ha potuto analizzare decine di messaggi scambiati in chat Whatsapp da alcuni dirigenti di DESA e dai sicari condannati nel dicembre del 2019 fino a 50 anni di cercare per l’omicidio, la morte di Berta Cáceres venne pianificata utilizzando un sistema di comunicazione a compartimenti, secondo un modello tipico dell’intelligence militare, da cui provengono alcuni dei membri del gruppo. Tra i due gruppi un unico elemento di contatto, Douglas Bustillo, capo della sicurezza di DESA e tenente in congedo dell’esercito hondureño, che almeno dal mese di marzo del 2015 era in contatto con un capo dell’intelligence dell’esercito, Mariano Díaz. “Entrambi sono stati condannati per aver coordinato l’omicidio Cáceres”, annotano le giornaliste dell’Intercept.

Bustillo, a sua volta, era in contatto con il presidente di DESA, Roberto David Castillo Mejía. Castillo è stato arrestato il 2 marzo del 2018, ed è l’unica persona ad oggi accusata di aver pianificato l’omicidio. Dopo due anni, però, non s’è ancora svolta l’udienza preliminare sul caso. Il telefono di Castillo era inserito all’interno di una lista Whatsapp il cui oggetto è “Seguridad PHAZ” (dove PHAZ significa Proyecto Hidroeléctrico Agua Zarca), al quale erano iscritti anche i leader dell’impresa. I messaggi scambiati in questa lista, letti dalle giornaliste di The Intercept, mostrano come i leader dell’impresa abbiano utilizzato questo sistema per parlare della propria capacità di influenzare l’atteggiamento delle autorità nazionali, della polizia, dell’esercito e dei mezzi di comunicazione contro il COPINH e la sua leader Berta Cáceres.

Alla chat “Seguridad PHAZ” erano iscritti oltre a Castillo anche Daniel Atala Midence, direttore finanziario di DESA, e due membri del direttivo, José Eduardo Atala Zablah e Pedro Atala Zablah. I tre fanno riferimento alla famiglia Atala Zablah, di origine palestinese, una delle più importanti del Paese, con un passato di incarichi nel governo hondureño e all’interno di istituzioni finanziarie come la Banca centroamericana di integrazione economica (BCIE). “Tenere gli assassini lontani, senza alcun contatto diretto, con i leader dell’impresa non è casuale: i più alti funzionari di DESA sono parte di una delle famiglie più potenti del Paese”, l’obiettivo era chiaramente far in modo che questi vincoli non emergessero mai.

Qualcosa è cambiato il 2 dicembre del 2019, quando a un anno dalla condanna è stata letta la sentenza nei confronti di Elvin Heriberto Rápalo Orellana, Edilson Duarte Meza, Óscar Arnaldo Torres Velásquez, Henry Javier Hernández, Mariano Díaz Chávez, Sergio Ramón Rodríguez e Douglas Geovanny Bustillo, coloro che avevano partecipato all’operazione che ha portato alla morte di Berta Caceres e al tentato omicidio di Gustavo Castro Soto, attivista e ambientalista messicano, che si trovava nella casa de La Esperanza con lei. Le pene comminate vanno dai 30 ai 50 anni di carcere.   

Nel leggere la sentenza, i giudici hanno ricordato che dirigenti di DESA hanno realizzato azioni per “pianificare la morte della signora Cáceres”, segnalando anche che il piano fu realizzato “con la consapevolezza e l’appoggio” della dirigenza di DESA. Ecco perché il 2 dicembre di fronte al tribunale di Tegucigalpa, la capitale del Paese, c’era una manifestazione di protesta del COPINH, che protestava non solo per gli undici mesi di incredibile ritardo nella pubblicazione della sentenza ma per ricordare, con un messaggio semplice quanto efficace, che “l’impunità non termina con una sentenza”, seguito da un hashtag: #castigoalosAtala, devono essere condannati anche gli Atala. Il COPINH ha promosso una petizione online, per raccogliere firme intorno alla richiesta di giustizia per Berta (qui l’appello in italiano, tradotto dal Collettivo Italia Centro America).

Il messaggio e la richiesta della famiglia di Berta e del COPINH si ritrovano anche nel comunicato stampa di tre deputati degli Stati Uniti d’America, Hank Johnson, Jan Schakowsky e Mark Pocan, firmatari del “The Berta Cáceres Human Rights in Honduras Act”, una legge in discussione che chiede la sospensione dei finanziamenti USA alla Repubblica di Honduras per le operazioni militari e di polizia. Scrivono i deputati statunitensi: “Una vera giustizia esige il giudizio e la condanna di tutti i responsabili dell’omicidio, compresi i vertici di DESA, coloro che hanno pianificato e finanziato il complotto”.

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