Terra e cibo / Intervista

“Al summit sul cibo è in gioco lo scippo della governance alimentare”


Al vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite del 23 settembre il ruolo dei governi appare secondario rispetto alle multinazionali. Dare priorità ai loro investimenti è rischioso perché mina le politiche pubbliche. Occorre coinvolgere i movimenti sociali. Intervista a Nora McKeon, storica ed ex funzionaria della FAO

© Guru Gokul - Unsplash

Per Nora McKeon il messaggio finale ideale per il Food Systems Summit (FSS) delle Nazioni Unite, in programma il 23 settembre a New York, è già stato lanciato nel luglio 2021 dai movimenti per la sovranità alimentare riuniti nel contro-vertice che si è svolto a Roma. “L’unico percorso giusto e sostenibile è fermare immediatamente e trasformare i sistemi alimentari globalizzati delle multinazionali”, si legge in quel documento.

Storica e scienziata politica americana, ex-funzionaria della Food and Agriculture Organization (FAO), McKeon si occupa di governance alimentare e di movimenti contadini, e ha seguito il percorso ufficiale verso il FSS fin dall’inizio, così come la contro-mobilitazione organizzata dalla società civile. L’abbiamo intervistata per capire qual è la portata di questo vertice internazionale sul cibo.

McKeon, come nasce il FSS del settembre 2021?
NMK Quel che succede nel Food Systems Summit ha origini lontane: dobbiamo fare un passo indietro e situare questi eventi nel contesto del multilateralismo delle Nazioni Unite, ossia la governance internazionale nella quale i governi decidono in base al principio “un Paese-un voto” e possono essere tenuti responsabili per le loro scelte in un quadro di diritti umani, anche se la partecipazione concessa alle organizzazioni che rappresentano gli attori sociali più vulnerabili è marginale. È significativo che nella governance del cibo, più che in altri ambiti, ci sia stato un processo di auto-organizzazione degli attori sociali più colpiti dalle dinamiche globali, come i pescatori, i contadini e i popoli indigeni.

Già dalla metà degli anni Novanta, con l’avvio delle politiche neoliberali dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che li hanno colpiti direttamente, hanno sentito l’urgenza di far sentire la propria voce a livello globale. Perciò -mentre negli anni Novanta, altri processi della società civile che accompagnavano le Nazioni Unite vedevano in prima linea le Organizzazioni non governative, perché erano più organizzate e pronte a esserci- nell’ambito del cibo sono stati proprio i piccoli produttori ad auto-organizzarsi. L’occasione per rafforzare questo movimento per la sovranità alimentare è venuta con i due vertici alimentari FAO del 1996 e del 2002: allora i movimenti sociali hanno occupato un posto decisionale perché c’è stata la volontà politica di dargli voce e sostenerli nel loro costituirsi come soggetto politico.

Così, negli anni della crisi dei prezzi alimentari (2007-2008) questo movimento aveva ormai raggiunto una capacità di advocacy che gli ha permesso di pesare, grazie anche all’alleanza con alcuni Paesi, soprattutto dell’America latina (Brasile e Argentina), e con la FAO. Si è quindi avviata una riforma del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (il CFS, fondato nel 1974 durante un’altra grande crisi alimentare), alla quale hanno partecipato pienamente anche i movimenti sociali, arrivando a una nuova configurazione del Comitato nella quale la società civile partecipa a pieno titolo fino al momento decisionale. Un processo unico nel suo genere, che ha fatto sì che nei dieci anni successivi il Comitato ottenesse risultati su temi importanti, come il diritto alla terra, proprio grazie al fatto che i piccoli produttori potevano portare la loro esperienza da protagonisti.

Come sono cambiate da allora le narrazioni dei sistemi alimentari?
NMK Questa partecipazione diretta ha portato dei cambiamenti importanti nelle narrazioni fino ad allora dominate da una visione industriale dell’agricoltura e dalle filiere globali, volute dalle multinazionali e dai Paesi esportatori. Il CFS ha invece riconosciuto che i piccoli agricoltori producono la maggior parte del cibo consumato al mondo: l’80% di questo non entra nei supermercati, ma viaggia nei mercati radicati nel territorio e non si sposta più di 100 chilometri da dove è prodotto, prima di essere acquistato e consumato.

Le false narrazioni alimentari legittimano precisi interessi economici. Solo smascherandole possiamo far crescere la consapevolezza dei consumatori e dei governi. E questo è stato confermato anche dall’esperienza del Covid-19 -così come dal blocco del canale di Suez nel marzo 2021, con l’incaglio della nave “Ever Given”-, che ci ha mostrato come i sistemi alimentari resilienti sono quelli in cui ciò che conta è il rapporto tra le persone, la solidarietà e la vicinanza, il rispetto per la natura e le persone, non le fragili catene di distribuzione globali.

A sinistra Nora McKeon, storica, scienziata politica ed ex funzionaria della FAO © Heinrich-Böll-Stiftung

Nel FSS 2021 il World Economic Forum (WEF) ha un ruolo predominante. Perché e che cosa comporta?
NMK Già dai tempi della crisi 2007-2008 le multinazionali dell’agrobusiness riunite nel WEF si sono organizzate per invadere la sfera della governance globale, non solo alimentare, mettendo a rischio il modello di multilateralismo inclusivo portato avanti dal Comitato per la sicurezza alimentare. Nel 2010, proprio su spinta del WEF, è nata la “Global Redesign Initiative”, fondata sull’idea che per ogni problema globale si dovesse formare una coalizione: una sorta di piattaforma guidata dalle multinazionali, alla ricerca di soluzioni dettate dal mercato, senza alcuna attenzione per i diritti umani e senza responsabilità governative.

Da allora c’è stato un proliferare di piattaforme multistakeholders, una parola che dobbiamo usare con attenzione, perché dà un impressione di inclusività, ma troppo spesso nasconde i meri interessi economici dei più potenti. Nel giugno 2019 il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e il fondatore e presidente esecutivo del WEF, Klaus Schwab, hanno siglato un partenariato strategico senza precedenti, ufficialmente “per accelerare l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. Dopo pochi mesi fu annunciato il Food Systems Summit del settembre 2021, con un peso significativo del WEF.

Qual è la posta in gioco con questo FSS?
NMK Il grande gioco che si sta facendo è lo scippo della governance alimentare. È diventato sempre più chiaro avvicinandosi al vertice e durante il pre-vertice del luglio 2021 a Roma, mentre i governi venivano messi da parte e c’era poca trasparenza nei processi decisionali. Ci sono cinque percorsi d’azione tematici, un gruppo scientifico autoreferenziale composto sostanzialmente solo da agronomi ed economisti, e vari comitati di consiglieri. Tutto ciò ha portato infine alle “Coalitions for action”: piattaforme multistakeholders costruite attorno a temi apparentemente condivisibili, ma avulse dalle decisioni di politica pubblica che spettano ai governi e non alle multinazionali. I temi e problemi di cui tratta ciascuna di queste “coalizioni” non possono essere separati dagli altri e astratte da una politica coerente a livello nazionale e locale. Pensiamo alle mense scolastiche: che senso ha programmare degli investimenti a livello globale senza inserire questa voce in una politica contestualizzata su una scala locale?

Sotto attacco è la sfera pubblica democratica: la priorità è data agli investimenti, mentre dovrebbero essere le politiche pubbliche a orientare i finanziatori. Prendo a prestito le parole di un leader contadino: “Non vogliamo investitori ‘responsabili’, ma delle politiche pubbliche che ci difendano”. E allo stesso modo, il documento ufficiale di chiusura del FSS -che sarà una semplice dichiarazione del segretario generale, a differenza delle dichiarazioni vincolanti degli altri vertici sul cibo- non avrà alcun valore se non l’impegno individuale del segretario stesso: non avrà peso politico. Solo coinvolgendo i movimenti sociali e rovesciando questo percorso potremo salvaguardare la governance alimentare: il tentativo non deve essere fatto solo a livello globale, va invece costruito dal basso, a partire da una visione comune e poi contestualizzato in ogni regione.

Food Governance. Dare autorità alle comunità. Regolamentare le imprese” è il libro di Nora McKeon tradotto in italiano nel 2019 da Jaca Book. McKeon insegna al Master in “Human Development and Food Security” all’Università Roma Tre.

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