Diritti / Attualità

Accordo Italia-Libia per fermare i migranti: se la revisione è una farsa

A quasi tre anni dall’intesa tra Roma e Tripoli, il ministro dell’Interno Lamorgese ha difeso il memorandum, proponendone una generica rinegoziazione. Eppure i Tribunali ne hanno riconosciuto l’incompatibilità con la Costituzione. Intervista al prof. Luca Masera (ASGI): “Il fine del contrasto ai flussi ormai giustifica ogni mezzo, anche la collaborazione con i torturatori. La prima istanza è l’evacuazione immediata delle persone dai centri”

Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese

L’accordo Italia-Libia sul contrasto ai flussi migratori sottoscritto a Roma il 2 febbraio 2017, oggi in una fase di presunta revisione tra le parti, sarebbe privo di validità e incompatibile con la Costituzione. Lo hanno riconosciuto diversi tribunali italiani, tra gli ultimi quello di Trapani (giudice Piero Grillo) nel maggio 2019 sul caso di una “ribellione” di due migranti a bordo del rimorchiatore Vos Thalassa, risalente al luglio 2018.
Eppure, secondo l’attuale ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, intervenuta alla Camera dei Deputati lo scorso 6 novembre nell’ambito di un’informativa urgente ad hoc, quel memorandum con Tripoli rappresenterebbe “la cornice giuridica e politica di riferimento in cui si esplicano le numerose attività condotte a vario titolo dal Governo italiano a sostegno e per il consolidamento delle autorità libiche”. Uno strumento che avrebbe contribuito al raggiungimento di importanti “risultati” -come il “calo marcato” delle partenze dalla Libia (-97,2 per cento nel 2019 rispetto al 2017)-, e che pertanto andrebbe tutt’al più “rivisto”, “aggiornato”, “migliorato”, ma non certo ridiscusso.
A Luca Masera, professore associato in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Brescia e socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), abbiamo chiesto di approfondire questa “frattura” tra diritto e politiche.

Professor Masera, il ministro Lamorgese, all’inizio del suo intervento in Aula, ha rivendicato la correttezza formale dell'”accordo intergovernativo in forma semplificata” tra Italia e Libia, come l’ha definito. Che cosa ne pensa?
LM Il profilo formale del cosiddetto “memorandum” è centrale. La natura di quell’accordo, infatti, costituisce una violazione dell’articolo 80 della Costituzione, il quale subordina gli accordi di natura politica alla previa autorizzazione delle Camere. I Trattati internazionali, in altre parole, devono essere discussi e approvati dal Parlamento. Cosa che non è avvenuta allora e che si ripropone nel passaggio di oggi, dove il merito è sottratto all’opinione pubblica e a un trasparente dibattito nel Paese.

Accanto al profilo formale c’è poi quello sostanziale.
LM Si tratta di considerazioni già svolte da tempo e che riguardano la collaborazione italiana con un soggetto come la cosiddetta “guardia costiera libica”, posta sotto indagine dalla Corte penale internazionale e che da plurime fonti è indicata come responsabile di terribili violenze. Ma questi elementi non impediscono evidentemente il reiterarsi della collaborazione.

Nel maggio scorso il Tribunale di Trapani aveva riconosciuto la “legittima difesa” a chi si era ribellato ai respingimenti in mare verso la Libia, classificando come proporzionata la reazione di due migranti a bordo del rimorchiatore Vos Thalassa, risalente al luglio 2018. C’è un abisso tra le 72 pagine di quella sentenza di Trapani e le parole di queste settimane del ministro Lamorgese.
LM Tutti i giudici che si sono occupati della questione hanno riconosciuto il fatto che la Libia non presenti alcuna tutela dei diritti fondamentali. Si tratta di prendere atto di un dato ormai pacifico. La questione non è più che non si sappia che cosa sia la Libia, il problema ormai è che l’obiettivo di ridurre i flussi prevale chiaramente su qualunque altra considerazione. E oggi è esplicitato in termini inequivocabili. Non c’è nessuna considerazione della gravità delle violazioni, perché non fa alcuna presa sull’opinione pubblica. L’unica ossessione è la riduzione dei flussi. Uno scenario dove il fine giustifica i mezzi e i mezzi possono consistere anche nella collaborazione con i torturatori.

Per puntellare l’accordo, il ministro dell’Interno ha ricordato in aula il sostegno incassato dai Paesi dell’Unione europea tramite la sottoscrizione della Dichiarazione di Malta dei membri del Consiglio europeo sugli aspetti esterni della migrazione, approvata a La Valletta il 3 febbraio 2017.
LM Nulla di sorprendente. Le politiche europee sono le politiche italiane. Penso ad esempio al cosiddetto “accordo” con la Turchia del marzo 2016 del Consiglio europeo, posto sulla stessa linea. Pur di ottenere l’obiettivo della riduzione dei flussi, non ci si pone alcuno scrupolo. Si collabora anche con il diavolo, insomma. Quel sostegno rivendicato all’accordo non stupisce. Anche se va ricordato che il “piano” europeo nulla c’entra con quello formale evidenziato all’inizio, che ha a che fare con la nostra Costituzione.

Come si può portare davanti a un giudice questa scelta di fare ricorso a un accordo incompatibile con la Costituzione?
LM Il problema della “giustiziabilità” è estremamente serio. Uno strumento potrebbe essere quello del conflitto di attribuzione che dovrebbe essere sollevato da parte del Parlamento -che come abbiamo detto è stato privato delle sue prerogative- di fronte alla Corte costituzionale. Il punto però è che non vi è alcuna volontà politica di sollevare questo conflitto. È stato tentato da parte di singoli deputati, è vero, ma è stato dichiarato inammissibile. Secondo la Consulta, infatti, la volontà del Parlamento è quella della maggioranza dell’assemblea. Il singolo parlamentare può sollevarlo ma solo per proprie e personali prerogative.

C’è un fronte alternativo?
LM Sì, quello in cui un giudice si trovasse ad applicare il memorandum. Non si andrebbe però dinanzi alla Consulta perché l’accordo non è atto di legge. Un giudice quindi potrebbe disapplicarlo per violazione delle regole formali sulla sua adozione. Ma non è una strada facile per giungere alla dichiarazione di illegittimità erga omnes.

Il ministro Lamorgese sostiene che Tripoli avrebbe manifestato la “disponibilità a rivedere il testo”. È una commedia?
LM La rinegoziazione dovrebbe avere come prima istanza l’evacuazione immediata delle persone dai centri di sequestro e detenzione e non invece in un secondo momento, come sostiene l’esecutivo. Su questo non ci sono margini di mediazione. Per il resto, in che cosa possa consistere questa revisione del testo non mi pare ci siano indicazioni puntuali. Il ministro si è limitato a dire di voler rendere più vivibili i campi, coinvolgere di più l’UNHCR, ma non si capisce come si potrebbe ottenere un controllo effettivo di questi, lasciati di solito nelle mani di bande. Ritrovo la retorica dell’ex ministro Marco Minniti: in buona sostanza, prima si sottoscrivono gli accordi e poi si penserà alle condizioni. Vale così anche oggi: prima si sottoscrive un nuovo memorandum e poi si penserà se e come evacuare le persone. Il rischio di questa fase negoziale è che sia una farsa.

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