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Diritti / Reportage

A Roma si è costretti ancora a stare in fila fuori dalla questura per il diritto d’asilo

Una coda notturna fuori dagli uffici della questura di Roma in via Patini

Sono centinaia le persone che si affollano in fila di fronte alla porta di via Patini ormai da molti mesi. Almeno da fine ottobre 2023, dicono le testimonianze degli operatori. Così è partita un’azione legale collettiva da parte di sette associazioni e 14 cittadini e cittadine stranieri tra cui alcuni minori. “È una condotta discriminatoria”

Saman e Pradeep (nomi di fantasia) hanno deciso: chiederanno asilo in un’altra città, probabilmente sempre nel Lazio ma non a Roma. Sono ormai troppe notti che si alternano a dormire in via Patini, di fronte alla questura della capitale, per provare ad avere almeno un appuntamento per formalizzare la richiesta d’asilo. Sono una coppia srilankese molto solidale, una notte ci dorme lei e lui arriva la mattina e viceversa, ma il risultato non cambia perché verso le 8 arriva il poliziotto e distribuisce dai 10 ai 20 “tickets” per il primo appuntamento, su decine e decine di persone che aspettano, molte fin dalla notte prima.

Sono centinaia le persone che si affollano in fila di fronte alla porta di via Patini ormai da molti mesi. Almeno da fine ottobre 2023, dicono le testimonianze degli operatori. “Prima nessuno dormiva lì, davano 50 o 60 numeri e la fila scorreva -racconta John Torres, operatore per l’Unione sindacale di base (Usb)– ultimamente invece ho accompagnato per due notti due donne peruviane, madre e figlia, in fuga da un marito violento. La prima notte sono arrivate verso le 4 di notte e non ce l’hanno fatta, la seconda sono arrivate a mezzanotte e c’erano già 80 persone prima di loro”. Ormai la situazione è sempre più drammatica: chi lascia i cartoni la sera per tenere il posto mentre va a mangiare qualcosa, chi si costruisce delle tende di fortuna, con pali e coperture. Mentre la mattina alle 8, 8.30, appare un funzionario della questura che distribuisce dei pezzetti di carta senza tenere alcun conto della fila. “In genere ne danno 12 o 15 -continua Torres- ma ho visto anche volte che sono arrivati a 20, ma non si sa da cosa dipenda”. Chi viene scelto più facilmente sono persone con bambini piccoli o persone disabili, ma molte volte la scelta è totalmente casuale. Con il “ticket” entri in questura e ricevi un foglio, che è la fotocopia del passaporto con il timbro e a mano segnato l’appuntamento per la formalizzazione della richiesta d’asilo. Senza contare che l’appuntamento viene dato almeno a 10 mesi di distanza.

John Torres dopo le notti passate in questura ha deciso di portare le due donne da un avvocato specializzato in immigrazione, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), per trovare un altro tipo di soluzione senza dover dormire altre notti all’addiaccio.

Le persone che sono andate dagli avvocati si sono moltiplicate, così come le associazioni romane che provavano a capire come aiutare i cittadini migranti che disperatamente cercavano di richiedere una protezione internazionale nel nostro Paese.

È così che è partita un’azione collettiva da parte di sette associazioni (Arci, Libellula Italia, A buon diritto, Asgi, Spazi circolari, Ass. progetto diritti, Nonna Roma, Cild e Baobab) e 14 cittadini e cittadine stranieri tra cui alcuni minori. “Abbiamo presentato un ricorso collettivo al tribunale civile di Roma per chiedere innanzitutto che venga dichiarato il carattere discriminatorio della condotta della questura, ossia del fatto che in modo totalmente arbitrario, e fuori da qualsiasi legge italiana ed europea, la questura decide chi può accedere al diritto di asilo e chi no”, spiega l’avvocata Giulia Crescini dell’Asgi. Solo la richiesta di asilo, continua l’avvocata, dà accesso ad una serie di servizi e mette il cittadino straniero in condizione di parità con gli altri cittadini stranieri e italiani.

Via Patini, Roma

Il ricorso chiede al giudice di indicare alla questura quali sono le azioni che dovrà mettere in atto “ovviamente in modo graduale e in base alle risorse che la pubblica amministrazione ha” per rimuovere questo comportamento illegittimo. Il ricorso non ha come obiettivo nessun tipo di risarcimento, ma “la condanna, e la rimozione, di un comportamento discriminatorio e quello di permettere ai 14 richiedenti di accedere in sicurezza e in modo celere alla domanda di asilo”.

Tra i ricorrenti ci sono anche un piccolo gruppo di donne transgender vittime di tratta seguite dall’associazione Libellula. “Le donne trans migranti hanno ulteriore difficoltà per accedere al ‘bigliettino’ a causa di transfobia e sessismo -spiega Asia, operatrice di Libellula- sono viste come scarti delle società”.

E se continuano a non accedere ai documenti il rischio è quello del re-trafficking ovvero di tornare a chiedere aiuto alle persone che le hanno soggiogate in primo luogo. “Quando arrivano, non hanno piena coscienza di quello che vengono a fare, i trafficanti rubano i loro passaporti e chiedono 15mila o 20mila euro di riscatto che devono pagare prostituendosi per loro”, prosegue Asia. C. è una di queste, donna transgender di 44 anni, è sfuggita da pochi mesi al sistema di sfruttamento che, prima in Brasile e poi in Italia, la teneva soggiogata. Grazie all’associazione Libellula, C. sta seguendo un percorso di integrazione per stare lontano dalla vita precedente, ma se venisse rimandata in Brasile il rischio di ricominciare tutto da capo sarebbe alto. I documenti servono anche per accedere pienamente alle cure per l’Hiv da cui è affetta. Anche lei ha passato alcune notti di fronte a via Patini senza successo. “Fare la fila notturna per donne, persone trans e Lgbt è anche piuttosto pericoloso -conclude Asia- si pensi solo al fatto che la maggior parte dei richiedenti sono uomini e che spesso si creano tensioni dovute alla disperazione generale. Le persone vulnerabili sono più a rischio in questa situazione”. Ed è così che, anche grazie all’assistente sociale, C. ha deciso di andare dall’avvocata e fare ricorso.

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