Diritti / Attualità

A nove anni dal Rana Plaza continua la lotta per la sicurezza dei lavoratori del tessile

Il 24 aprile 2013 crollò un edificio a Dacca, capitale del Bangladesh, dove avevano sede fabbriche tessili che producevano capi per marchi europei e Usa. Morirono in 1.138, soprattutto donne. La Clean clothes campagin denuncia come alcuni marchi -inclusi Levi’s e Ikea- continuino a rifiutarsi di mettere la sicurezza al centro

© Marcel Crozet / ILO

Il 24 aprile saranno trascorsi nove anni dal crollo del Rana Plaza, un edificio a otto piani nella periferia di Dacca (capitale del Bangladesh) dove avevano sede diverse fabbriche tessili che producevano capi d’abbigliamento per importanti marchi europei e statunitensi. Alle 8.45 di quel mattino del 2013 l’edificio è collassato lasciando intatto solo il piano terra: 1.138 persone, in larga parte donne, hanno perso la vita tra le macerie. Centinaia sono rimaste ferite. “Nove anni dopo, la lotta per le fabbriche sicure continua -commenta la Clean clothes campagin, la più grande alleanza di sindacati e Organizzazioni non governative del settore dell’abbigliamento-. Alcuni marchi della moda, infatti, continuano a rifiutarsi di mettere la sicurezza dei loro lavoratori e delle loro lavoratrici al primo posto”.

Per questo motivo il network chiede a tutte le aziende che non lo hanno ancora fatto, di firmare immediatamente l’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nel settore tessile e dell’abbigliamento -entrato in vigore il primo settembre 2021 e che raccoglie l’eredità del precedente “Accord on fire and building safety” firmato nel 2013- come hanno già fatto 171 brand che si riforniscono in Bangladesh.

Tra quelli che non hanno aderito all’Accordo internazionale ci sono anche marchi molto noti, come Levi’s e Ikea (che in Bangladesh confeziona prodotti tessili per la casa) che però traggono beneficio proprio da quegli interventi per la sicurezza messi in atto nelle fabbriche tessili bengalesi a cui non vogliono contribuire né economicamente, né offrendo supporto. Come denuncia l’inchiesta “Cheap tricks” condotta da Clean clothes campaign Levi’s e Ikea si riforniscono presso fabbriche dove le condizioni di sicurezza dei lavoratori sono migliorate proprio grazie alle ispezioni previste nell’ambito dell’Accordo sottoscritto da altri marchi di moda.

È il caso, ad esempio, di una fabbrica fornitrice di Ikea dal 2007. La prima ispezione dopo il crollo di Rana Plaza aveva evidenziato diverse violazioni della sicurezza trascurate dal sistema di monitoraggio dell’azienda: mancanza di porte ignifughe, presenza di serrature su alcune delle porte di uscita, crepe nei muri. Nel 2008 il programma ispettivo di Ikea aveva identificato esplicitamente i cablaggi elettrici difettosi come un rischio per la salute e la sicurezza. “L’ispezione del 2014 dell’Accordo non aveva riscontrato alcuna soluzione in merito. Molti di questi problemi sono stati invece risolti negli anni successivi, grazie al lavoro dell’Accordo internazionale e senza che Ikea contribuisse in alcun modo”, denuncia la Clean clothes campaign. O ancora è il caso di una fabbrica da cui si riforniva Levi’s dal 2011, dove gli ispettori avevano trovato colonne portanti dell’edificio corrosi e l’impianto elettrico in pessimo stato, senza evidenze di regolari ispezioni. Tutti questi problemi sono stati risolti nei tre anni successivi senza che Levi’s contribuisse al programma di risanamento.

“L’Accordo può essere pienamente efficace solo se i brand danno il loro contributo sia in termini economici sia usando la propria influenza per ridurre i rischi e prevenire gli incidenti all’interno delle fabbriche -si legge nel report-. Chi si rifornisce dagli stabilimenti sottoposti ai monitoraggi nell’ambito dell’Accordo senza sottoscriverlo e senza sostenere i costi riduce anche la possibilità di fare pressione sugli altri marchi”. Inoltre, la mancata ratifica dell’Accordo lo priva di un sostegno pubblico e di immagine, lanciando un segnale preciso ai proprietari delle fabbriche in Bangladesh: ovvero che l’Accordo non è ugualmente importante per tutti i loro acquirenti. “Si ritira così il sostegno a un modello di enorme successo che ha apportato cambiamenti significativi nell’industria e ha indubbiamente salvato centinaia di vite”, denuncia il report.

Il fenomeno dei cosiddetti freeriders -che beneficiano dei risultati dell’Accordo senza contribuire al suo avanzamento- non si esaurisce ai due marchi presi in esame nel report di Clean clothes campaing. La catena statunitense Walmart, che ha sempre rifiutato di sottoscriverlo, ha una policy interna per rifornirsi solo da fabbriche che sono state ispezionate nell’ambito dell’Accordo. Lo stesso vale per la catena di abbigliamento tedesca Jack Wolfskin. “Per garantire che il lavoro sulla sicurezza possa continuare, è vitale che tutti i marchi che si riforniscono in Bangladesh firmino l’Accordo il più presto possibile”, esorta Clean clothes campaign, rivolgendosi a colossi della moda come Gap, Target, VF Corporation (The North Face) e Canadian Tire: “Le fabbriche da cui tutti questi marchi si riforniscono continuano ad avere molti degli stessi rischi per la sicurezza da sempre presenti nel settore anche prima della tragedia del Rana Plaza”.


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