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A chi fruttano le Poste: dati e pratiche ingannevoli della holding che raccoglie i risparmi

© marc-st-bo - Unsplash

Secondo l’Antitrust, Poste Italiane avrebbe omesso e formulato “in modo ingannevole” informazioni chiave relative ai Buoni fruttiferi. La sanzione da 1,4 milioni di euro di inizio novembre racconta come è gestita e che cosa è diventata la Spa quotata in Borsa. Nel primo semestre 2022 ha sfiorato quota un miliardo di utile netto

Nel 1998 le Poste sono state trasformate in società per azioni e poi quotate in Borsa. Il servizio postale, da allora, è diventata un’attività di facciata e gli sportelli, presenti in tutti i Comuni, si sono trasformati di fatto in agenzie bancarie e assicurative. Poste Italiane è oggi una holding finanziaria, quotata appunto in Borsa, controllata dallo Stato con una maggioranza del 29,26% dal ministero dell’Economia e del 35% da Cassa depositi e prestiti. Il resto è mercato flottante. La sua vera attività è raccogliere denaro: quello dei risparmiatori.

Il controllo pubblico rassicura i risparmiatori e sono molti quelli, in particolare i “piccoli”, che si affidano a Poste Italiane ritenendola una società più sicura e trasparente. Purtroppo non si rendono conto che la “finanziarizzazione” l’ha svuotata delle caratteristiche del pubblico vicino ai cittadini e il profitto, con la distribuzione agli azionisti, è diventato lo scopo reale. La lettura della relazione sulla gestione, parte del bilancio, conferma questo cambiamento. Il grafico riporta l’aumento dell’utile nei primi sei mesi del 2022 (più 55% rispetto all’intero 2021).

In un periodo di difficoltà per le famiglie e le imprese i profitti destinati agli speculatori finanziari aumentano. L’assemblea di approvazione del bilancio 2021 ha deliberato un dividendo di 0,59 euro per azione per un ammontare di 592 milioni di euro, pari al 74,26% dell’utile netto realizzato. Gli azionisti sono contenti e anche il bilancio dello Stato, che direttamente e indirettamente avrà un’entrata di circa 360 milioni di euro.

E i problemi dei cittadini? Sono meno importanti, qualcun altro ci penserà. Anzi, poiché l’obiettivo è soddisfare gli azionisti, anche per recuperare il 23,9% di deprezzamento del titolo nel primo semestre 2022, si sarebbe fatto ricorso a operazioni poco trasparenti, come le ingannevoli informazioni relative al collocamento dei Buoni fruttiferi postali, omettendo e/o formulando in modo ingannevole informazioni essenziali relative ai termini di scadenza e di prescrizione dei titoli. È quanto emerge dall’istruttoria conclusa dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust) che il 4 novembre di quest’anno ha comunicato una sanzione a carico di Poste pari a 1,4 milioni di euro (la multa è stata ridotta del 60%). “L’Autorità ha inoltre accertato che, riguardo ai titoli cartacei caduti in prescrizione almeno negli ultimi cinque anni, Poste ha omesso di informare preventivamente -e in maniera adeguata- i titolari di Buoni prossimi alla scadenza del termine di prescrizione, causando il mancato rimborso dei relativi importi -si legge ancora nel comunicato stampa dell’Antitrust-. Si è ritenuto che questa condotta violi i doveri di diligenza professionale ragionevolmente esigibili da Poste in base ai principi generali di correttezza e di buona fede e che sia idonea ad alterare il comportamento economico del consumatore in relazione all’esercizio dei diritti di credito relativi ai Buoni”. È grave per una società a maggioranza pubblica ingannare i risparmiatori, per la maggior parte piccoli, impreparati e indifesi.

Ma le informazioni ingannevoli non si fermerebbero a quelle sanzionate. L’immagine che riportiamo qui sotto è estratta dal sito di Poste Italiane e ne evidenzia un’ulteriore, riferita a un altro tipo di risparmio, quello del “Buono ordinario”. Se un risparmiatore deposita una somma di 10mila euro e non la preleva per 20 anni, al tasso di interesse del 2,5%, il capitale finale, al netto della ritenuta fiscale del 12,5%, sarà quello indicato, 15.579,37 euro. Fin qui tutto bene. L’informazione che pare però ingannevole è nella spiegazione delle caratteristiche principali del tipo di risparmio. Si sostiene che verrebbe applicato un tasso fisso crescente nel tempo, informazione non molto chiara, e che il risparmiatore potrà prelevare la somma depositata dopo il primo anno con il riconoscimento degli interessi maturati alla fine di ciascun bimestre. Quest’ultimo punto sembra proprio ingannevole. Se il risparmiatore preleva prima del termine dei 20 anni, il tasso di interesse non sarà il 2,5% ma sarà nel secondo anno uguale all’1,20%, con un aumento graduale negli anni successivi per arrivare al tasso indicato solo alla fine del termine fissato. Se il deposito viene rimborsato al decimo anno, ad esempio, il tasso sarà dell’1,68% lordo e dell’1,48% al netto della ritenuta fiscale, ossia circa mille euro in meno rispetto all’ipotizzato tasso del 2,5%.

Poste Italiane, in effetti, anche se in modo sibillino, sotto la fotografia dell’immagine qui sopra, e con caratteri molto più piccoli del resto, lo precisa riportando la frase “Rendimento annuo lordo a scadenza”. La pagina web consente anche di scaricare il piano finanziario dove il meccanismo di crescita negli anni del tasso è più chiaro. Peccato che una persona normale che non abbia conoscenza dei meccanismi finanziari e sia magari anziana non può vincolare un risparmio per 20 anni, se non comprende e non le viene spiegato, in modo chiaro, il meccanismo che la penalizza se preleva i suoi risparmi prima del termine. È pubblicità ingannevole questa? Lasciamolo valutare all’Antitrust.

Remo Valsecchi, già commercialista, è autore del nostro dossier “Carissimo gas”

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