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Economia / Opinioni

I clamorosi utili di Eni nei nove mesi del 2022 soddisfano i mercati ma non i cittadini

A settembre il colosso fossile ha già realizzato utili al lordo delle imposte pari a 21,6 miliardi di euro, il doppio di tutto il 2021. E manca ancora il quarto trimestre che ha di norma volumi di consumo più alti. La speculazione trionfa così sotto gli occhi di chi paga bollette troppo alte per garantire ricchi dividendi. L’analisi di Remo Valsecchi

La piattaforma Eni Coral Sul FLNG in Mozambico © Eni Spa

Eni ha pubblicato i dati economici e finanziari del terzo trimestre 2022: il risultato era atteso ma è comunque sorprendente. I dati di seguito esposti sono riferiti al consolidato e quindi comprendono, oltre al gas, anche altri settori di attività come quello dei carburanti, dove, però l’indice Brent, quello relativo al costo del petrolio, è stato caratterizzato da oscillazioni contenute e tendenzialmente al ribasso dall’inizio del trimestre. L’analisi dei dati, comunque, rapportata anche ai precedenti trimestri, dall’inizio del 2021, è significativa.

Premessa: il punto di vista di chi scrive è molto diverso da quello degli analisti finanziari “classici”, per i quali la logica è solamente quella della redditività della società, e quindi della remunerazione del capitale finanziario investito non nella società ma nei mercati finanziari (dove la società è solo uno strumento). Quella sviluppata di seguito fa riferimento invece al costo per il consumatore e comprende anche le imposte che contribuiscono a formare le tariffe e che le famiglie e le imprese devono sostenere.

L’economia del resto non è una scienza esatta ma un insieme di logiche e teorie finalizzate all’obiettivo che si vuole perseguire. Per i sostenitori del liberismo economico l’obiettivo è la massimizzazione del profitto, per chi ritiene che si debba risolvere la questione sociale l’obiettivo non può essere che la riduzione dei costi a carico dell’utente o consumatore. Questo ha una valenza particolare per il settore specifico che dovrebbe avere come funzione la ridistribuzione della ricchezza ed il sostegno dello sviluppo sociale ed economico del Paese. Nelle normali attività economiche private, diverse dall’erogazione di servizi pubblici, l’intervento di moderazione della massimizzazione del profitto avviene attraverso il mercato e la concorrenza mentre, nel caso dei servizi pubblici, la gestione è in regime monopolistico, anche se naturale, o con una posizione dominante nella fase di importazione quasi monopolistica.

Passiamo ai dati e lasciamo parlare quanto è successo dall’inizio del 2021 ai nostri giorni. Si nota la prima e più grande sorpresa: il risultato del terzo trimestre 2022, pur con vendite inferiori del 27% rispetto al primo (13,33 miliardi di metri cubi contro 18,88) e in linea con il secondo (13,38 miliardi di metri cubi), fa registrare un utile operativo superiore al primo del 24% e al secondo dell’11%.

Se poi compariamo l’utile, sempre al lordo delle imposte, dei primi nove mesi del 2022 al totale del 2021 la sorpresa è ancora più incredibile e paradossale, il totale dei primi nove mesi è oltre il doppio di tutto l’anno precedente (21,6 miliardi contro 10,6). Manca ancora il quarto trimestre che, nella normalità, ha volumi di consumo più alti. Diventa difficile commentare risultati simili, si commentano da soli.

Ma perché tutto questo? Qual è la ratio? Semplice: bisogna soddisfare i mercati finanziari, i fondi di investimento e le banche che, ormai, sono gli autentici “padroni” del Paese. Questa è l’unica logica della speculazione in corso.

Continuando la lettura della “trimestrale” emerge un ulteriore dato che non saprei come descrivere. Il documento spiega che l’utile, questa volta al netto delle imposte, per ogni singola azione vale al 30 settembre 3,74 euro e, lo stesso giorno, l’azione è quotata a 10,910 euro. Il rendimento delle azioni è pari cioè al 34,28%, un rendimento che nessun piccolo risparmiatore potrebbe realizzare con i propri depositi in banca o con i titoli di Stato. Comunque per un normale risparmiatore è meglio stare alla larga dalle “Borse finanziarie” perché lo speculatore professionista, oltre ai dividendi esagerati, approfittando delle fluttuazioni dei titoli, è pronto a vendere quando il valore del titolo è alto per ricomprare quando il suo valore scende e a perdere sono sempre gli stessi, quelli che pagano bollette troppo alte per garantire ricchi dividendi a quel 10% che detiene il 56,19% della ricchezza italiana.

La cosa che nessun economista o tecnico spiega, riprendendo la questione delle imposte, è il fatto che sui “grassi” dividendi che vengono distribuiti, le imposte sono ridotte al 26% se l’azionista è una persona fisica, all’1,2% se è una società ed esente se residente all’estero.

Quando finirà questa brutta storia? Forse mai, se qualcuno, chi è delegato a farlo, non inizia a cercare di capire le vere ragioni di certi fenomeni distorsivi del sistema come l’attuale “caro energia”. Voler bloccare l’effetto inflattivo provocato dal caro energia con l’aumento dei tassi Bce, strumento normalmente utilizzato per ridurre la domanda, quando la causa è dovuta solo ai costi eccessivi dell’energia, non serve a nulla o, meglio, peggiorerà l’effetto inflattivo con ulteriori maggiori costi. A partire dai mutui.

Remo Valsecchi, già commercialista, è autore del nostro dossier “Carissimo gas”

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