Ambiente / Reportage

Tra i vulcani d’Islanda, i termometri sullo stato di salute del Pianeta

Con i suoi 130 punti eruttivi, in buona parte ancora attivi, l’isola è un laboratorio a cielo aperto. Studiarla non permette soltanto di leggere il destino geologico del Pianeta ma anche di scongiurare un’estinzione di massa. Ecco perché

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018
La cascata di Seljalandfoss, nel sud dell’Islanda, è formata dalle acque dell’omonimo fiume che nasce dalle pendici del vulcano Eyjafjallajokull

L’eruzione dell’impronunciabile vulcano islandese Eyjafjallajökull, avvenuta fra marzo e aprile 2010, è stato solo un avvertimento. Catastrofe ben maggiore minaccia oggi la Terra e -qualora i dati dello Smithsonian Institution’s Global Volcanism Program confermassero le previsioni- non saranno appena 10 milioni di passeggeri in volo sul Nord Europa a rimanere bloccati in qualche angolo del Pianeta. Né il rilascio in atmosfera di ceneri causerà perdite contenibili in 5 miliardi di dollari. Sono quattro i vulcani ad altissimo rischio di eruzione in Islanda, ora: il Katla, l’Hekla, il temutissimo Bárðarbunga e il suo gemello Grimsvotn. Dal resto del mondo, però, stanno arrivando segnali altrettanto allarmanti: lo scorso gennaio 50mila persone sono state evacuate nelle Filippine per sfuggire all’ira del Mont Mayon. Nello stesso periodo il Kusatsu-Shirane, in Giappone, ha quasi cancellato un resort sciistico. La Terra ribolle e i sempre più frequenti casi di eruzioni catastrofiche non sono fenomeni isolati. Dopo la pubblicazione di uno studio dell’Università di Leeds, apparso sulla rivista Geology nel novembre dello scorso anno, è scattato l’allarme rosso.

“Con la ritirata o addirittura la scomparsa dei ghiacci perenni -osserva Ivan Savov, ricercatore della School of Earth and Environment di Leeds, nonché co-autore dello studio- diminuisce anche la loro pressione sulla superficie terrestre. Questo fenomeno, dovuto al surriscaldamento globale, può accrescere la quantità di fusione del mantello, ma anche influenzare il flusso e il livello del magma che la crosta è in grado di trattenere. Persino piccoli cambiamenti sulla pressione di superficie alterano la probabilità di eruzione dei vulcani coperti da ghiacci”. In parole semplici, il coperchio della Terra sta saltando. Avanti di questo passo, eruzioni sempre più numerose e violente aumenteranno non solo nelle aree protette dai ghiacci, ma nel Nord-est del Pacifico, in Sud America, in Antartide, con conseguenze fatali per molte specie. Uomo incluso.

Nel 2018 sono attesi nel mondo almeno cinque possibili eventi catastrofici: oltre al cratere del Kirishima in Giappone, sorvegliati speciali sono il Merapi in Indonesia, il Villarica in Cile, così come il Popocatepetl in Messico e il Kilauea nelle Hawaii. Ecco perché gli occhi della comunità internazionale sono tutti puntati sulla piccola isola al largo della Groenlandia: con i suoi 130 vulcani, la maggior parte dei quali ancora attivi, l’Islanda è una delle aree con la più alta intensità eruttiva al mondo. Un preziosissimo laboratorio a cielo aperto, che non solo permette di leggere il destino geologico del Pianeta, ma può aiutare anche a scongiurare un’estinzione di massa. Nel Permiano, 250 milioni di anni fa, l’eccessiva attività vulcanica della Terra portò alla scomparsa del 95% delle forme di vita marine, oltre che del 70% di quelle in superficie.

“La nostra ricerca ha esaminato la cenere vulcanica preservata nei depositi di torba e nei sedimenti lacustri del Nord Europa -spiega Graeme Swindle, professore associato della School of Geography di Leeds e co-autore dello studio con Savov- identificando un periodo di significativa riduzione dell’attività eruttiva fra 5.500 e 4.500 anni fa. Questo coincise proprio con la nuova crescita dei ghiacciai in Islanda”. Tra la loro espansione e la diminuzione dei fenomeni eruttivi è stato però individuato un intervallo di tempo, di circa 600 anni, che complica calcoli e previsioni: “Tenuto conto di questo fattore, l’aumento delle eruzioni a causa dello scioglimento dei ghiacci, in corso sin dalla ‘Piccola Era Glaciale’, non sarebbe dovuto essere evidente per centinaia d’anni”.

Il sistema vulcanico islandese vive cioè una naturale fase di ripresa dalla cosiddetta “Piccola Era Glaciale”, verificatasi fra il 1500 e il 1850, ma la combinazione dei fattori naturali di surriscaldamento e quelli provocati dall’uomo genera effetti molto più dirompenti del previsto: dal 1995 a oggi, ad esempio, i ghiacciai locali hanno perso circa 10 chilometri cubici di strato ogni anno. Decisamente troppo. Se la teoria dei depositi non è del tutto sufficiente per comprendere quali siano le modalità di trasformazione in corso, i risultati emersi dagli studi sulla pressione dei ghiacci contribuiscono però a spiegare le conseguenze che stiamo già vivendo. Certo il surriscaldamento globale non dipende solo dall’uomo, ma è innegabile che risulti intensificato dalla sua attività: secondo un’indagine dello statunitense National Snow & Ice Data Center, condotta fra il 1979 e il 2006, lo scioglimento estivo della crosta di ghiaccio della Groenlandia è aumentato del 30%.

La ritirata è perciò in corso da tempo e a ogni latitudine, ma nulla ha aperto gli occhi all’opinione pubblica meglio del progetto di fotografia documentaristica “Sulle tracce dei ghiacciai”: avviato nel 2009 da Fabiano Ventura, insieme a un team di collaboratori, compara gli scatti realizzati sulle più alte vette del mondo con quelli dei primi esploratori, creando un effetto shock. La rimappatura si concluderà fra due anni sulle Alpi italiane, francesi e svizzere, dopo una serie di spedizioni nel Karakorum, nel Caucaso, in Alaska, oltre che nelle Ande e nell’Himalaya: già tardi, forse, per trovare ancora ghiaccio su alcune catene montuose. “Entro il 2100 il livello del surriscaldamento potrebbe essere del 15% superiore alle più alte proiezioni indicate dall’Intergovernmental Panel on Climate Change -hanno evidenziato gli scienziati Patrick Brown e Ken Caldeira, della Carnegie Institution for Science in California- ovvero 0,5 gradi Celsius sopra il valore stabilito dall’Accordo di Parigi nel 2015 (che punta a contenere l’innalzamento rispetto alle medie attuali entro i 2 gradi Celsius)”.

A preoccupare, però, è anche la cosiddetta “vulcanomania”. Se gli islandesi sono abituati a convivere con la paura di eventi catastrofici e preparati a mettere in campo risposte d’emergenza, al contrario i turisti in arrivo sull’isola stanno contribuendo a deformare la percezione del fenomeno. Complice, sicuramente, una promozione della destinazione che ha saputo trasformare la sfiorata tragedia dell’Eyjafjallajökull in un vero e proprio business. La Volcano Trail Run, organizzata ogni anno, permette di correre proprio sotto il colosso che mise in ginocchio il traffico aereo dell’intero Nord Europa. Durante gli ultimi Iceland Winter Games, tenutisi fra il 24 e il 27 marzo scorso, sono state organizzate invece competizioni di sci in stile libero e snowboard direttamente sulle nevi vulcaniche. A Vik, località nota per le spiagge di sabbia nera d’origine vulcanica, continuano ad arrivare gruppi con una curiosa passione: sentire che effetto facciano le scosse telluriche del pericolosissimo Katla. Nonostante il piano d’emergenza lasci appena 20 minuti per mettersi in salvo, in alcuni giorni sono stati registrati addirittura picchi di 2.000-3.000 visitatori. “Fa parte della nostra vita quotidiana”, ammette Palmi Kristjansson, manager di un hotel locale. “Noi non ci preoccupiamo, ma siamo preparati al peggio. In un certo senso, aspetto che il vulcano erutti, ma so che è una cosa stupida da dire, perché molte persone finirebbero per pagare enormi danni”. Difficile, però, rinunciare a un prodotto turistico su cui l’Islanda ha in parte costruito il suo rilancio economico dopo la crisi finanziaria del 2008. Soprattutto per chi è cresciuto nell’isolamento totale, in un ambiente ai margini dei circuiti di visita sino a pochi anni fa ancora. Eppure più le cifre dei turisti lievitano, maggiori sono i problemi di evacuazione con cui le autorità devono confrontarsi. Per fortuna l’Ufficio Meteorologico Islandese, presso cui lavora la vulcanologa italiana Sara Barsotti, è costantemente allerta, ma anche impegnato in un lavoro di divulgazione scientifica grazie a cui i vulcani stanno tornando ad essere considerati ciò che realmente sono: termometri sullo stato di salute del nostro Pianeta, capaci di guarirci dalla febbre del consumo a ogni costo.

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