Cultura e scienza / Opinioni

Vota Antonio (Cederna)!

Vent’anni fa moriva il celebre giornalista e politico che mise al centro del suo agire l’interesse generale e il suolo. Scrisse: “Dobbiamo scegliere: o vogliamo continuare a considerare il suolo nazionale come una terra di conquista da parte di forze che nulla hanno a che fare con l’interesse generale, o ci decidiamo di adottare tutti quegli strumenti che la cultura e le scienze moderne possono metterci a disposizione per un assetto del nostro territorio”

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

Vota Antonio! Vota Antonio! Vota Antonio!”. Non ho dubbi. Se avessimo tra noi un Antonio Cederna, griderei a milanesi, a romani, a tutti di votarlo. Un padre culturale per il nostro Paese, che ha dedicato l’intera vita a studiare e raccontare l’intreccio insostenibile tra ambiente, società e politica in un periodo tormentato della storia italiana (oggi lo è di meno?). Ma Cederna era anche un politico: deputato e consigliere comunale a Roma, dove gli fu persino chiesto di candidarsi sindaco. È arduo riassumere il suo pensiero in una frase, ma forse questa ci avvicina al suo stile libero, netto e mobilitante: “Ora dobbiamo scegliere: o vogliamo continuare a considerare il suolo nazionale come una terra di conquista da parte di forze che nulla hanno a che fare con l’interesse generale, o ci decidiamo di adottare tutti quegli strumenti che la cultura e le scienze moderne possono metterci a disposizione per un assetto del nostro territorio” (1967).

Il suolo era sacro per Cederna. Da archeologo quale era non avrebbe dovuto avere remore nello scavare e invece ogni picconata lo tormentava ed equivaleva per lui a ferire un corpo già fragile. A 20 anni dalla sua morte, vi propongo non solo di rileggerlo, ma di cogliere il fatto che egli praticava la densità del pensiero politico. Densità oggi rara, soppiantata da insopportabile accelerazione e superficialità. 

I ragionamenti di Cederna sul Foro Romano, sul parco dell’Appia antica, sull’amata Valtellina, o le sue denunce sul vandalismo urbanistico erano il risultato di una riflessione densa che era l’antidoto a ogni scadimento culturale. Da politico conosceva bene la mediazione e per questo la teneva a bada, dietro ai principi. Oggi il dibattito politico è alimentato da un numero di informazioni almeno 100 volte maggiore rispetto a quelle di ieri, ma liquefatte. Uno spezzatino mediatico fatto di slogan markettari, messaggini, cinguettii, faccine, immagini vomitati in Instagram, Facebook e WhatsApp. Non rimpiango i tempi della macchina da scrivere e del fax, ma i discorsi di Greppi a Milano, di Petroselli a Roma o di La Pira a Firenze, perché resistono ancora e hanno reso migliore questo Paese. E perché la loro densità non escludeva nessuno dal leggerli. Pure al bar. Mio padre aveva poco più della terza media, ma il valore di un articolo di Cederna sul Corriere lo riconosceva, lo leggeva e me lo ritagliava e metteva da parte. E io crescevo. In un’epoca di strumenti di distrazione di massa, torniamo a domandare densità politica ai candidati. E di non liquefare i principi. Non ci interessa ricevere in tempo zero #hashtag che ci riempiono il cellulare ma svuotano la testa. Ci interessano le idee, i progetti, i programmi. E ci interessa leggerli. E che siano ben scritti. Ci interessano le prove della loro consapevolezza e il loro coraggio di stare lontani dalle forze che nulla hanno a che fare con l’interesse generale. Ci interessa il rispetto per il tempo lento con cui si formano le buone idee, quelle che ci liberano dal modello che ha fatto dell’accelerazione una tecnica per bruciare i pensieri. Se il tempo per trovare un’informazione oggi è brevissimo, non è comprimibile il tempo necessario perché quell’informazione diventi un sapere e, di più, un sapere collettivo per la crescita culturale nostra, della nostra società, delle nostre città. Se tentano di comprimere questo tempo o di bypassarlo, dobbiamo capire che qualcosa non va. Ce lo insegna il suolo: 2000 anni per crescere 10 centimetri. E non ci sono sms capaci di snaturare il più piccolo dei suoi principi vitali e di accelerare quella meravigliosa lentezza che è lì per ricordarci che solo cogliendo quel tempo lento si impara il rispetto per la Terra, per il paesaggio, per noi.

* Paolo Pileri è professore associato di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Che cosa c’è sotto” (Altreconomia, 2016)

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