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Cultura e scienza / Intervista

Vittorio Giacopini. Dialoghi onirici sull’orizzonte degli eventi

Vittorio Giacopini

A partire dalla pandemia, evento che ha influenzato la nostra percezione della realtà e dell’altro, lo scrittore, disegnatore e fotografo Vittorio Giacopini riflette sul nostro rapporto con la storia e con il mondo, nel suo nuovo romanzo appena pubblicato da Mondadori

Vittorio Giacopini, nato a Roma nel 1961, si distingue come uno degli intellettuali più stimolanti, eclettici e poliedrici del panorama contemporaneo. Oltre ad essere giornalista e conduttore di Pagina 3 su Rai Radio 3, Giacopini è scrittore, disegnatore e fotografo. Le sue opere letterarie sono caratterizzate da un’originale ibridazione tra realtà e finzione, e spaziano tra figure iconiche della cultura di massa e della politica, come lo scacchista Bobby Fisher in “Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer” (Mondadori, 2008 e Il Saggiatore, 2020), l’anarchico Errico Malatesta in “Non ho bisogno di stare tranquillo” (elèuthera, 2012), e una vasta gamma di altre biografie meno note che illuminano eventi storici cruciali.

Nel suo ultimo romanzo, “L’orizzonte degli eventi”, appena pubblicato da Mondadori, Giacopini abbandona l’approccio ai personaggi noti per esplorare il mondo della marginalità contemporanea attraverso il co-protagonista senza nome, conosciuto solo come lo Zingaro, un nomade dagli occhi blu. In questo dialogo onirico tra un Io che non ha nome e lo zingaro intrapreso tra le pieghe dell’evento pandemico, Giacopini adotta una struttura narrativa non lineare, ricca di rimandi, incisi, trappole e sorprese, suddivise in tre parti. “L’orizzonte degli eventi” affronta temi attuali come la guerra, la stagnazione del presente e del capitalismo, arricchiti da una ricca vena culturale del Novecento, in particolare di quella tedesca. Il romanzo si distingue per il suo carattere espressionista, caratterizzato da violente epifanie soggettive, che si alternano tra protesta e un profondo amore per la complessità del mondo.

Qual è stata l’ispirazione dietro la creazione dello Zingaro e del suo ruolo all’interno del libro?
VG
Sia l’io narrante sia lo Zingaro non devono essere considerati vittime di circostanze casuali; sono entrambe figure significative, seppur non necessariamente dal punto di vista sociologico. Lo Zingaro è il risultato di una lunga storia di persecuzioni che lo hanno portato al limite dell’abisso. I suoi occhi azzurri richiamano alla mente gli esperimenti condotti da Mengele ad Auschwitz per cambiare il colore dell’iride dei prigionieri. Questo elemento narrativo di uno Zingaro “speciale”, che sopravvive al termine della sua gente, mi è sembrato un punto di partenza significativo, che sottolinea la sua unicità. Volevo che la narrazione avesse una prospettiva interrotta, mancasse di dinamismo politico e di visione futura. In effetti questo libro ha preso vita durante una pausa collettiva che abbiamo vissuto tutti durante l’evento pandemico. Tale momento di sospensione ha influenzato la nostra percezione della realtà e degli altri, portandoci a considerare l’altro come una potenziale minaccia per via del contagio. È stata un’opportunità eccezionale per riflettere sul tempo in cui viviamo e ripensare alle nostre prospettive.

Colpisce che il tuo personaggio non si viva mai come vittima, è frutto di una scelta? E per quale ragione sei affascinato dalla cultura della comunità rom?
VG
Gli zingari -rivendico la scelta di chiamarli così- non hanno mai adottato una mentalità di vittima, secondo me, perché questa è sempre stata la loro realtà. Non esiste un monumento del Porrajmos, il genocidio zingaro, per esempio. Da quando gli zingari sono giunti in Europa, intorno al XIV secolo, la loro storia è stata costantemente caratterizzata dall’essere scacciati, considerati un’alterità disturbante, etichettati come ladri e addirittura accusati di rapire bambini. Ho deciso di smetterla di usare termini come rom e sinti come se fossero solamente oggetto di studi sociologici. Ciò che mi interessa veramente è l’aspetto culturale di questa realtà. La fonte più significativa per me non è un trattato sociologico, ma piuttosto un libro di Franz Liszt che racconta delle esperienze del compositore con la comunità zingara. Liszt la descrive come una comunità musicale unica, libera e indipendente, con armonie e strumenti che erano alieni alla nostra musica occidentale. Mi colpisce che abbiano sempre interagito con la nostra e altre culture senza esserne assimilati o dominati. Questa relazione mi sembra rappresentare, nel contesto onirico del libro, lo stato attuale della nostra società: dove siamo arrivati e in che condizioni ci troviamo? Ho trovato particolarmente affascinante l’idea che tra le origini della parola “zingaro” ci sia anche singer, legato ancora una volta alla musica e al canto, ma anche al nome di una particolare specie di uccello, il battisodo, o batticoda, un volatile che non si ferma mai, simboleggiando un continuo movimento e cambiamento politico. Nel libro, gli animali come cavalli, uccelli, pipistrelli e falene rappresentano la natura del mondo non umano, ma profondo e reale. Tra l’altro il rapporto tra gli zingari e gli animali è diverso dal nostro, basato su uno specchio reciproco. Questa relazione è unica, diversa dall’imperativo che spesso noi umani poniamo sugli animali. Non esiste una rappresentazione definitiva di questo popolo, ma mi sono ispirato principalmente alle fotografie di Kudelka e Tano D’Amico, che hanno cercato di catturare la loro essenza.

Hai iniziato a scrivere durante il confinamento e l’evento pandemico è diventato un tema. Qual è stato il processo creativo di inserire la pandemia nella trama del libro?
VG
Il dialogo con lo Zingaro potrebbe sembrare analizzabile dal punto di vista psicanalitico, in realtà fa parte dell’attività onirica di un soggetto, quindi è più razionale. Perciò, ho pensato che, all’interno di questo scenario onirico, bisognasse dare uno sguardo al mondo esterno. Parte dalla pandemia, un evento che ha coinvolto tutti e mi sono chiesto cosa sia accaduto durante questa situazione. Abbiamo dovuto confrontarci con fenomeni virali da comprendere, ma nessuno ha davvero capito da dove sia partito il virus del Covid-19. Ci sono state molte teorie complottiste, e ho deciso di parodiarle, come avveniva nei romanzi di fantascienza che parlavano di “minaccia gialla”. Ho inventato una missione dell’Organizzazione mondiale della sanità, selezionata secondo i criteri del casting di Hollywood del 2024, dove per premiare un film devono esserci attori neri, queer, gay, lesbiche, di tutte le etnie e così via. Questa missione, gender equality, viene mandata per il mondo a indagare sull’origine del virus. L’altra storia è nata in modo laterale mentre scrivevo. Mentre una parte del mondo era fermata dalla pandemia, l’altra parte era sicura grazie al digitale. Tuttavia, una petroliera incagliata nel canale di Suez ha causato una crisi economica globale, dimostrando che, nonostante il mondo si stia digitalizzando, c’è ancora una materialità nel capitalismo. Mi sono immaginato una ribellione dei marinai delle navi intrappolate nel canale, formando una sorta di comune internazionalista, 150 anni dopo la Comune di Parigi. Nel libro è come se si voglia suggerire che, nonostante la paralisi dovuta alla pandemia, sia necessario riprendere un’azione rivoluzionaria.

Dal tuo romanzo emerge un pessimismo sulla promessa sottesa del Novecento di migliorare e liberare l’umanità. Qual è stata la riflessione sull’efficacia e le conseguenze delle rivoluzioni?
VG
Anche se hanno portato a enormi cambiamenti, le rivoluzioni, come la russa e la cinese, sono state accompagnate nel Novecento da violenza e repressione. Anche altre rivoluzioni, come quella spartachista o quella dei consigli in Ungheria, sono state represse o hanno portato solo a cambiamenti temporanei. L’esempio di Vienna Rossa, il nome col quale comunemente si indica il periodo compreso tra le due guerre in cui si sperimentò il socialismo reale, mostra che anche le rivoluzioni apparentemente di successo possono essere soffocate. Anche se hanno portato a cambiamenti significativi, come la costruzione di nuovi quartieri per i lavoratori, alla fine sono state rese inefficaci dalla reazione delle forze conservatrici. Si riflette sull’idea di una rivoluzione permanente, ma si conclude che le rivoluzioni istituzionali spesso deludono le aspettative. La storia della Comune di Parigi è un esempio di un’ideale rivoluzionario. Anche se ci sono stati progressi nell’alfabetizzazione e nella parità di salario, il regime stalinista ha portato anche a purghe e repressione politica.

Mi hai detto che non ami la definizione del “romanzo saggio”, ma il tuo libro rifiutando un’impostazione classica può rientrare in questa categoria dove letteratura e riflessione si ibridano: qual è il tuo punto di vista sulla relazione tra narrazione e idee astratte?
VG
Il romanzo saggio è una categoria narrativa che non si limita alla semplice narrazione, ma affronta temi più ampi, spesso legati alle idee dominanti del proprio tempo e al loro impatto sulla vita delle persone. Le idee, consapevoli o meno, influenzano profondamente la nostra esistenza individuale, rendendo ogni romanzo, in un certo senso, un romanzo saggio. Personalmente, trovo riduttivo etichettare solo alcuni romanzi in questo modo. Secondo me, tra i protagonisti di una narrazione possono esserci anche concetti astratti, che si possono far camminare e agire, come pensava Eisenstein nel 1927 quando voleva trasporre “Il Capitale” di Marx sullo schermo. Nonostante si trattasse di idee complesse, addirittura formule matematiche, lui credeva che fosse possibile renderle vivide attraverso il montaggio e altre tecniche cinematografiche. Questo dimostra come concetti astratti possano essere trasformati in narrazione, poiché informano la nostra realtà e il nostro pensiero. Anche se Eisenstein non riuscì mai a realizzare il suo progetto, l’idea rimane suggestiva e ci ricorda che le idee possono diventare parte integrante della narrazione, poiché le viviamo e le sperimentiamo ogni giorno. Circa un secolo dopo, nel 2008, Alexander Kluge ha realizzato il sogno di fare un film dal “Capitale”, si intitola “News from ideological antiquity”.

In alcuni punti del racconto citi il “cronosisma”, un terremoto del tempo, che è anche il titolo di un libro dello scrittore di fantascienza statunitense Kurt Vonnegut del 1997, nel quale l’umanità compie gli stessi tragici errori, anche se può tornare indietro di dieci anni. Nella tua visione della Storia recente sembra che il tempo sia circolare, siamo tornati indietro di 20 anni?
VG
Assolutamente, concordo pienamente con Vonnegut. Il cronosismo è evidente se si pensa all’Afghanistan, così come la percezione che la guerra non avrebbe più avuto spazio in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Comunque, è riemersa in forme ancora più violente, come nel conflitto in Ucraina, una sorta di stasi che si è trasformata in qualcosa di più intenso di prima. E non c’è soluzione nel continuare su questa strada, con cicli ricorrenti di violenza. Il punto è che noi europei ci consideriamo eredi della pace, e il progetto europeo stesso è stato costruito su questo principio. Ma il ritorno della guerra in Europa non è del tutto sorprendente. Per me, il punto di svolta è stato il conflitto in Jugoslavia e il bombardamento di Sarajevo, quando l’Occidente ha iniziato a intervenire in modo nevrastenico nei conflitti, con una mentalità totalitaria che giustificava le azioni come “interventi umanitari”. Da allora, la guerra non è più stata chiamata guerra, ma operazioni militari speciali o simili. Putin adotta lo stesso criterio che abbiamo usato negli ultimi vent’anni in Occidente, come l’esportazione della democrazia, quando dice di voler denazificare l’Ucraina. La guerra non è scomparsa, è solo cambiata forma, ed è tempo di affrontare questa realtà con onestà e responsabilità.

Due immagini simboliche sono quella del buco nero e dell’incendio di Notre dame, come le hai coniugate?
VG
Il libro ha al centro una metafora apparentemente banale, ma che in realtà è profonda, quella del buco nero. Una notizia che ha scatenato la mia immaginazione è stata, nel 2019, il fatto che una macchina avesse fotografato l’origine dell’universo: un evento senza precedenti che ha affratellato l’umanità, proprio un anno prima della pandemia. È stata una scoperta che riguardava i limiti della materia, l’origine del tempo e la possibilità della fine del tempo stesso. Negli stessi giorni un rogo incendiava il tetto di Notre Dame a Parigi. Nel libro sono citati alcuni titoli di giornali veri che trattano di questo evento, perché è stato trasformato in un evento metafisico, quasi l’11 settembre dell’Europa cristiana. Questo è il sottofondo, con un forte simbolismo e un senso di vittimismo, anche se l’incidente in sé, che riguarda l’incendio di una chiesa, è stato molto diverso. Questo mix tra la scoperta scientifica straordinaria e l’incidente apparentemente banale della chiesa in fiamme ha mostrato come la storia abbia momenti di sincopi, di arresto, in cui il mondo sembra andare in frantumi. È interessante perché ciò dimostra che la Storia non è solo tragedia e farsa, ma ha anche momenti di pausa e riflessione. Ecco perché ho scelto di narrare questa storia attraverso un meccanismo basato sulla dualità tra gioia e dolore, un approccio che non è più così comune nella letteratura contemporanea.

L’orizzonte degli eventi è sia il bordo di un buco nero, quindi è un luogo inesplorato. Esistono delle similitudini tra il concetto di metaverso e quello di buco nero?
VG
Il concetto di “metaverso” è stato introdotto per indicare la coesistenza della nostra realtà concreta e di una dimensione “2.0”, ma la pandemia ha evidenziato che già viviamo in un metaverso, poiché durante quel periodo abbiamo iniziato a lavorare e a vivere in remoto senza particolari problemi. Le ipotesi riguardanti i buchi neri, formulate dagli astrofisici, suggeriscono che la materia si comprima e si restringa oltre la loro superficie. Dopotutto, persistono ancora molti misteri in merito a ciò che accade al di là dell’orizzonte degli eventi di un buco nero. Non sappiamo se chi vi entri venga schiacciato dalla densità estrema della materia o se esista una via di fuga. Questo è un argomento serio su cui non abbiamo ancora certezze. Nel libro, si accenna a una possibile via di fuga, poiché il protagonista parte per un viaggio nel mondo esterno. Le ultime righe del libro citano Giordano Bruno e i suoi concetti sugli infiniti mondi, ispirate anche da un testo di “Il disegnatore di sogni” di Alfred Kubin, un artista austriaco morto nel 1957 che esplora il dominio onirico come parte predominante della vita umana. Per me, questo libro ha rappresentato un ritorno alla narrativa dopo un periodo di cinque anni in cui non riuscivo a immaginare storie. Ho affrontato la mia crisi creativa dedicandomi al disegno, una passione che coltivo fin da bambino. Kubin, oltre ad essere un talentuoso disegnatore, è anche uno scrittore e ha vissuto una simile esperienza di blocco creativo prima di scrivere il suo romanzo “L’altra parte”. Nel suo caso, non riuscendo più a disegnare decise di dedicarsi alla scrittura. Per me è stato il percorso contrario ma in ogni caso la sua storia mi ha ispirato a trovare nuove vie espressive quando mi sono trovato nella stessa situazione di impasse.

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