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Interni / Inchiesta

Viaggio nel “caporalato abitativo” che a Torino rischia di riempire il vuoto istituzionale

Uno degli immobili di proprietà di Giorgio Maria Molino

L’accesso alla casa in città è sempre più difficile ed è frequente che i cittadini di origine straniera siano spinti verso luoghi precari, con contratti intestati a prestanome e clausole vessatorie. Un sistema che resiste anche per l’assenza di alternative. Il caso dell’immobiliarista Molino. L’iniziativa “Vuoti a rendere” prova a cambiare

Un gran via vai di persone entra ed esce da un vecchio palazzo di corso Principe Oddone, non distante dalla stazione di Porta Susa di Torino. Qui c’è una delle tante sedi operative delle aziende di Giorgio Maria Molino, immobiliarista che a metà marzo 2024 si è visto confermare il sequestro di quasi quattro milioni di euro derivanti, secondo la Procura del capoluogo, dall’evasione dell’Irpef. Molino, infatti, attraverso le sue numerose società gestisce almeno 700 locali: soffitte, bassi fabbricati, a volte rimesse che spesso versano in condizioni pietose. Ma che trovano comunque una lunga fila di persone pronte ad abitarle, soprattutto straniere, tagliate fuori da qualsiasi alternativa.

In diversi attendono il loro appuntamento nello studio, dentro il quale l’andirivieni dei “mediatori” è costante. “Una persona, spesso connazionale di colui che cerca casa, intesta a suo nome il contratto. E l’inquilino gli riconosce una provvigione per il ‘servizio”, racconta ad Altreconomia un attivista che da anni sostiene gli inquilini sfrattati dalle case dell’immobiliarista. “Potremmo definirlo provocatoriamente caporalato abitativo -aggiunge-. Chi vive nelle case non può prendere la residenza, perché non c’è il suo nome sul contratto: apparentemente regolare ma con clausole vessatorie, presenti anche nei casi in cui i contratti sono invece effettivamente intestati agli inquilini”.

Macerie, immondizia, materassi abbandonati nei corridoi, allacciamenti elettrici scoperti e porte divelte: sono le condizioni in cui vivevano in Corso Vigevano, a Nord-Est della città, almeno 50 persone, di cui 20 con contratto regolare, poi scappate da un edificio di proprietà di Molino che ha preso fuoco a fine febbraio. A poche centinaia di metri di distanza da quell’immobile, nella notte di Capodanno, un altro stabile di sua proprietà ha preso fuoco e le operazioni di spegnimento dell’incendio, che ha divorato sette appartamenti, sono state complesse per la presenza di bombole di gas negli appartamenti. “Sono costretta a usarle perché senza termosifoni non so come scaldarmi”, ha raccontato a La Stampa una delle inquiline che pagava un canone di 630 euro al mese per l’affitto di due stanze.

“Storie che sentiamo quotidianamente di persone che vivono, di fatto, sotto ricatto -aggiunge un altro attivista- nel mercato immobiliare ‘normale’ non hanno speranze di avere accesso alle abitazioni e quindi accettano condizioni pessime”. Storie note in città fin dagli anni Settanta quando Molino, che sui giornali è chiamato il “ras delle soffitte”, aveva ricevuto le prime denunce per lo stato fatiscente degli alloggi che dava in affitto.

L’impero dell’immobiliarista si basa su un complesso di “scatole” societarie: la Società semplice Claudio (il bilancio non è disponibile) controlla la Acaja Srl (23 milioni di euro di immobili in patrimonio di cui oltre nove per “fabbricati civili” e dieci milioni per fabbricati strumentali) che a sua volta è socia unica della Beatrice società a responsabilità limitata semplificata (2,5 milioni di immolizzazioni materiali, di cui 2,1 milioni relativi a immobili civili e 362mila di terreni) e della Medea Uno Ss. Infine, proprio la Medea Uno è socia unica della Valle Pellice immobiliare società (che detiene il 100% dell’Immobiliare San Giuseppe Sas di Giorgio Maria Molino) e della “Servizi commerciali immobiliari”, che ha un capitale sociale di 100 euro. E proprio la Secim Srls con sede in corso Principe Oddone, così è conosciuta a Torino, è nota a chi quotidianamente prova a fermare il circolo vizioso dei continui sfratti subiti dagli inquilini.

“Sempre di più seguiamo clienti che hanno storie ricorrenti: il pagamento del canone è regolare ma viene comunque intimato lo sfratto per morosità -spiega un avvocato torinese-. Anche per il mancato pagamento dei consumi dell’acqua rispetto a cui le persone spesso sono inconsapevoli”. Le richieste di pagamento di questi consumi verrebbero, secondo quanto riportato da più persone ad Altreconomia, inserite sotto la porta di casa o nelle buche delle lettere. “Che però sono fatiscenti, spesso rotte e così i documenti si perdono. A prescindere dalla modalità di notifica, le spese richieste non hanno quasi mai le pezze giustificative”.

Oltre al problema delle notifiche dei pagamenti c’è poi il tema delle cifre elevatissime che vengono richieste. I consumi d’acqua, infatti, sono molto più elevati rispetto allo standard a persona previsto dalla Società metropolitana acque Torino (Smat) e questo comporta un aumento del prezzo al metro cubo, che dovrebbe spingere gli inquili a limitare il presunto spreco. Il punto è che i valori fuori scala registrati negli immobili di proprità di Molino dipenderebbero dal numero effettivo di inquilini che vivono nei palazzi, significativamente più alto di quelli con contratto. In altri termini: tanti invisibili, per la Smat, che trovano rifugio negli appartamenti, usano l’acqua, ma non compaiono formalmente. Così, il consumo cresce esponenzialmente e la spesa, solo per chi ha un contratto a proprio nome, schizza alle stelle. Mancherebbero poi i contatori nelle case, così è impossibile andare a ricostruire precisamente chi ha utilizzato e quanto. “L’inquilino spesso è sicuro di essere in pari con il versamento dei canoni e nei casi in cui riceve la notifica dello sfratto non si presenta neanche in Tribunale, sottovalutando il tutto. Perdendo poi ogni diritto”.

Persone ai margini, magari con scarsa comprensione della lingua che si ritrovano senza un tetto dopo lo sfratto. Un meccanismo che genera un continuo ricambio di persone che occupano gli immobili che sembrerebbe funzionale agli interessi dell’immobiliarista. “Nella certezza che qualcuno a bussare alla porta verrà sempre, perché il bisogno è elevatissimo”, racconta un architetto torinese che da anni si occupa dell’accesso all’abitare. Ma gli affari di Molino non si fermerebbero “alle soffitte”. Su una struttura che chi, da anni, osserva il suo modus operandi, racconta ad Altreconomia essere un sistema a tre livelli: quello più informale (“una giungla”), con gli appartamenti in condizioni pessime, le soluzioni di medio periodo, con appartamenti dati in affitto con contratti quattro più quattro, e infine il mercato dei contratti transitori. Ne è un esempio l’housing sociale aperto dal “ras delle soffitte” nei pressi di Porta Palazzo, lo storico mercato multietnico del capoluogo piemontese. Il 29 agosto 2017 la Città di Torino ha ceduto l’enorme complesso (oltre duemila metri quadrati) proprio alla Società immobiliare San Giuseppe di Giorgio Maria Molino al prezzo di 1,1 milioni di euro.

Uno degli immobili di proprietà di Giorgio Maria Molino

E rileggere quel dibattito seguito in Consiglio comunale all’alienazione del bene fotografa un aspetto centrale di questa vicenda. L’interpellanza presentata allora dal consigliere Silvio Magliano era intitolata “L’amministrazione non dismetta l’attenzione!”. Magliano sottolineava l’acquisto da parte di chi “ha fatto dell’utilizzo degli alloggi, delle soffitte, di tutta una serie di cose che non sto a recitare perché sono all’ordine della cronaca dei nostri giornali” e per questo motivo esprimeva “terrore” perché “la presenza di amianto è certa, così come i muri non stessero più in piedi perché è tutto scritto nella perizia tecnica” chiedendo, infine, monitoraggio “puntuale” per far sì che “una grande opportunità non diventi un boomerang essendo noti i soggetti che hanno fatto questa operazione”. L’allora vicesindaco Guido Montanari disse di condividere “tutte le sue preoccupazioni, dalla A alla Z”.

Insomma, Molino preoccupa la città che però sembra non poterne fare a meno. Di sicuro nel 2011, nella cosiddetta emergenza Nord-Africa, quando garantì l’accoglienza a 200 profughi, poi, ancora, nel 2015 per un piano di “accompagnamento sociale” successivo allo smantellamento di un campo rom alla periferia della città. Circa cento persone vennero collocate in quegli appartamenti di Corso Vigevano (descritti in apertura) di cui l’idoneità abitativa, già nove anni fa, era finita sotto la lente dalla Procura. Che spesso ha messo gli occhi sulle attività dell’immobiliarista. Nel marzo 2019 è stato arrestato a causa di un tentativo di corruzione a una funzionaria del Comune di Rivoli, in provincia di Torino, per l’acquisto degli immobili di un centro commerciale finito nuovamente al centro della cronaca giudiziaria a fine agosto 2023 nell’ambito di un’indagine della Guardia di Finanza per evasione fiscale (con un sequestro di beni per due milioni di euro). Gli investigatori sospettano che in quell’immobile Molino abbia aperto degli appartamenti illecitamente, data la destinazione d’uso commerciale della struttura. Sempre in questo filone d’indagine il 20 marzo di quest’anno il Tribunale del riesame ha rigettato l’istanza di dissequestro presentata dagli avvocati di Molino accogliendo la versione del Pubblico ministero Elisa Buffa. “Almeno 600 inquilini avrebbero saldato il dovuto in contanti, per 950 mila euro nel 2020 e 1,1 milioni l’anno successivo -secondo quanto riportato da La Stampa– A casa dell’imprenditore, del resto, la Guardia di finanza ha trovato 183 mila euro in contanti“. Addirittura, secondo La Repubblica questo ammontare era di sei milioni di euro con le banconote nascoste in un controsoffitto.

Uno degli immobili di proprietà di Giorgio Maria Molino

La galassia di Molino, nel frattempo, si sta modificando. L’azienda madre, la citata Società semplice Claudio -la “scatola” più ampia- risulta inattiva a inizio marzo e le aziende “figlie” sono intestate a diversi soggetti. Movimenti necessari anche provocati dai procedimenti giudiziari in corso. Ma gli affari dell’immobiliarista sono solo parte del problema abitativo torinese. “Ce ne sono tanti come lui, magari più eleganti nel modo di muoversi ma non è il solo”, sottolinea l’architetto. Che poi aggiunge: “La città arriva fino a dove può, oltre no. Perché? Se svuotasse le mansarde di Corso Regina, dove le accoglie poi le persone? La risposta deve essere integrata: serve la ristrutturazione di tutti gli alloggi di edilizia pubblica, azioni sul patrimonio privato (sia Airbnb sia sui ‘vuoti’) e fondi di garanzia. Invece oggi si fa il contrario: si tagliano i finanziamenti e gli immobiliaristi alla fine fanno comodo”. In un contesto in cui, dati del 2022 alla mano (gli ultimi disponibili) i procedimenti iscritti a registro a Torino per “locazione e convalida di sfratto” sono stati 638 (sia per morisità sia per finita locazione).

Problemi strutturali su cui un’iniziativa di delibera popolare, nata dal basso grazie alla collaborazione di decine di organizzazioni, prova a fare luce. Si chiama “Vuoti a rendere” e chiede al sindaco e alla Giunta di impegnarsi per contrastare “l’ingiustificato stato di abbandono del patrimonio edilizio pubblico e privato” e “il censimento e la restituzione alla città di alloggi in stato di non uso” oltre che “a nuove tutele per il diritto alla casa”. Una firma per cambiare il paradigma. E fermare lo strapotere degli immobiliaristi.

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