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Venticinque anni di Linux, gioco informatico diventato industria

Il 29 aprile il Paese celebra l’Italian Internet Day, i "30 anni di Internet". A marzo, invece, abbiamo festeggiato un altro compleanno: quello di un hobby di uno studente, Linus Torvalds, che oggi è una solida realtà informatica che alimenta computer, server, tablet, smartphone, stazioni spaziali e dispositivi domestici

Tratto da Altreconomia 180 — Marzo 2016
"Sei fortunato a non essere un mio studente. Non prenderesti un buon voto per questo progetto”. È il 1991, e il professore in questione è Andrew Tanenbaum, la massima autorità scientifica dell’epoca di sistemi operativi per computer. Lo studente invece è Linus Torvalds, che durante i suoi studi all’università di Helsinki aveva chiesto consigli a Tanenbaum per la sua idea di creare un sistema operativo libero, ispirato al più noto “Unix”.
Torvalds decide così di riscrivere tutto da zero, aprendo il suo progetto a tutta la comunità mondiale dei programmatori informatici, che iniziava ad estendersi fuori dalle università grazie alla diffusione delle prime connessioni internet domestiche. Con uno storico messaggio del 25 agosto 1991, Torvalds annuncia che sta realizzando un sistema operativo libero “solo per hobby”. Per coinvolgere e appassionare al progetto Linux migliaia di programmatori informatici sparsi in tutto il mondo fu determinante anche l’adozione della licenza GPL, la “General Public License” sviluppata dalla Free Software Foundation di Richard Stallman.
 
Dal gioco di quello studente è nata l’alternativa libera al “software proprietario” che utilizziamo per la gestione dei nostri computer domestici, dei server su cui si basa il funzionamento di Internet e di mille altri dispositivi. Linux è ormai una solida realtà dell’industria informatica, capace di generare profitti per aziende quotate in Borsa anche se può essere liberamente scaricato, utilizzato e condiviso senza dover pagare alcuna licenza, pur essendo ormai funzionalmente equivalente ai costosi software proprietari utilizzati nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni. 
A difesa della creatura di Torvalds sono nati vari organismi che promuovono e tutelano la libertà e lo sviluppo armonico di questo sistema operativo, tra cui la Linux Foundation (linuxfoundation.org, di cui è membro lo stesso Torvalds) o la Free Software Foundation (fsf.org) già menzionata in precedenza, che ha una sua diramazione europea nella FSF Europe (fsfe.org). Alessandro Rubini ne è il vicepresidente, ed è con lui che facciamo il punto sui primi venticinque anni di Linux.
 
Quali sono i risultati ottenuti dal progetto Linux?
AR Sul fronte tecnico abbiamo GIT, la piattaforma utilizzata per lo sviluppo di Linux che nel settore informatico ha rivoluzionato il modo di gestire i progetti software, anche di grandi dimensioni. Socialmente c’è una adozione massiccia di Linux da parte dell’industria e dei fornitori di servizi di rete. Un’adozione invisibile ai più, perché sembra ci siano due diverse informatiche: quella del controllato, che dipende dalla tecnologia e la usa per gestire (e fornire) le proprie informazioni personali; e quella del controllore, che usa massicciamente software libero per restare padrone della propria infrastruttura, potendo modificarla e migliorarla secondo le proprie necessità. Ma il controllore non pubblicizza le sue scelte vincenti al controllato, e così la scuola e l’università, salvo pochi casi, addestrano ad usare la tecnologia dei controllati e non la tecnologia libera.
In questi anni quali sono state le minacce più serie a Linux?
AR La minaccia più grande è quella dei brevetti sul software: la legge nega che si possano brevettare programmi per calcolatore, algoritmi matematici e giochi, ma in pratica nessuno rispetta tale norma, nemmeno gli uffici preposti. Molti attori cercano di monopolizzare tutto il possibile, nella speranza di monetizzare facilmente o spegnere i concorrenti. È un attacco forte e continuo, che non viene molto pubblicizzato per non minare la fede nella “proprietà intellettuale” così ben radicata nell’opinione pubblica. Non nego che il brevetto sia nato per il bene della società e ci siano situazioni in cui il meccanismo potrebbe ancora essere utile, ma il sistema attuale è completamente allo sfacelo e ne beneficiano solo gli squali. L’altro grosso attacco avviene tramite le scuole e le università: i venditori di software proprietario regalano la prima “dose” gratis per creare dipendenza. E come contorno possono farsi belli per il loro investimento “in cultura”, detraendo dai redditi milioni di euro mai realmente sostenuti, perché la copia aggiuntiva del programma non ha alcun costo. Purtroppo il ministero dell’Istruzione, di qualunque colore politico sia, firma sempre accordi quadro in tal senso con le aziende.
Qual è lo stato di salute dell’informatica libera in Europa?
AR Il software libero è decisamente vincente in ambito industriale, ma resta una scelta di nicchia da parte delle persone comuni. Vedo maggior movimento nei Paesi più piccoli e meno abbienti, dove gli attivisti riescono a raggiungere più facilmente le istituzioni e dove la minaccia della “tassa informatica a vita” ha un peso economico più rilevante.
Quali sono i sogni che sta ancora inseguendo la comunità europea e internazionale del software libero?
AR Il grande ideale è rendere ogni cittadino padrone dei propri dati e delle proprie scelte tecnologiche. Oggi si lavora molto sulle reti federate, in cui tutti i partecipanti contribuiscono con memoria e tempo di calcolo al servizio di cui si servono, un po’ l’opposto della centralizzazione che vediamo nei social network, dove tutto risiede nei capannoni di un’unica azienda. L’altro settore che si sta espandendo è quello dell’hardware libero, a cui sono tecnicamente più vicino. Esistono progetti completamente liberi in ogni settore, dall’elettronica amatoriale ai controlli degli acceleratori di particelle, fino agli stessi processori (le unità di calcolo dei computer). I progetti più promettenti per i prossimi anni sono tutti pubblicati e disponibili per chiunque voglia usarli o costruirci sopra.
Che ruolo avrà il software libero nei prossimi 25 anni?
AR L’informatica ha abbandonato la macchina da tavolo, ed è relegata nei grandi centri dati e nei piccoli oggetti di ogni giorno. I grandi centri già sono basati su software libero, al punto che spesso gli sviluppi relativi alle grandi mole di dati e alle reti veloci sono realizzati e pubblicati dalle aziende che ne beneficiano. In piccolo invece c’è la nuova moda dell’“Internet delle cose” e credo che lì vedremo molte novità interessanti. Grazie alla diffusione delle stampanti 3D è diventato chiaro a molti che tutto è informazione: gli oggetti altro non sono che informazione, “file” di dati e istruzioni, che le macchine trasformano in oggetti. La coscienza di questo porta molte persone a mettere in gioco la propria intelligenza e progettare indipendentemente nuove cose, creando gruppi di collaborazione e col tempo piccole imprese. Questo fiorire dell’intelligenza dal basso non sempre diventa una “start-up” che vuole solo farsi comprare: il vero ricercatore non coltiva il sogno del denaro ma del benessere della società. Abbiamo quindi protesi completamente libere a prezzi accessibili, sistemi di controllo di pozzi e acquedotti in aree rurali la cui manutenzione viene fatta dagli utenti stessi.
Quale dovrebbe e potrebbe essere in futuro la direzione da prendere per una “buona governance” in materia nel settore pubblico?
AR Tutto ciò che viene realizzato dall’amministrazione pubblica (PA) deve essere reso disponibile ai cittadini, il software come i dati, laddove non vi siano problemi di riservatezza. Negli Stati Uniti è da sempre sancito per legge. La PA, inoltre, dovrebbe sempre valutare attentamente, per ogni acquisizione, i costi di uscita, spesso nascosti. Nel momento in cui l’anagrafe di un Comune risiede nel database di un’azienda, che oggi viene scelta perché la più conveniente, quanto costerà in futuro un eventuale cambio di fornitore?  Spesso il dato è prigioniero del formato in cui è salvato, rendendo impossibile o molto onerosa la futura migrazione; il grosso rischio è quindi per la PA rimanere ostaggio di un’azienda, che fa leva proprio su questo per garantirsi la “fedeltà” dei clienti ingenui. Il costo di uscita da un servizio di software libero è sempre limitato e spesso addirittura nullo. La questione è così importante che nel 2007 la relazione della “Commissione per il software a codice sorgente aperto nella PA” è stata epurata delle pagine relative al “costo di uscita” prima della pubblicazione.
In che modo il software libero può aiutarci a non essere completamente fagocitati dalla società del controllo globale?
AR La natura distribuita del software libero aumenta sicuramente la tutela delle persone da un controllo centralizzato, proprio come la censura ha oggi vita difficile in un mondo connesso in cui chiunque può essere autore o messaggero di informazioni. D’altro canto le moderne tecnologie rendono in qualche modo più facile la sorveglianza, perché ci seguono anche fuori casa. Per questo non apprezzo molto tutti i gadget tecnologici di cui ci circondiamo, e in essi vedo anche il consumo energetico continuo e la sempre più veloce trasformazione in rifiuto speciale. 

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