Diritti / Approfondimento

Una casa per tornare a vivere. Esperienze di housing first in Italia

Dare subito un’abitazione alle persone senza dimora è il primo passo per aiutarle a uscire dalla marginalità. Da Bologna a Torino sono una cinquantina i progetti attivi che ribaltano la prassi tradizionale. Con esiti sorprendenti

Tratto da Altreconomia 244 — Gennaio 2022
L'housing first è una modalità di intervento a favore delle persone senza dimora che ha mosso i primi passi negli Stati Uniti negli anni Novanta © Danilo Ciscardi - fio.PSD

“Nascere è un trauma ma vivere dovrebbe essere una passeggiata, non una lotta”. Tina alla soglia dei quarant’anni ha trovato un lavoro stabile. Dal novembre 2019 ha lasciato il camper in cui viveva per essere accolta in un alloggio di housing first gestito dalla Fondazione comunità di servizi di Savona. Da quel momento la sua vita è cambiata. Fino al 2014 il diritto alla casa e a una vita dignitosa per Tina sarebbe rimasto garantito solo formalmente. L’intervento tradizionale a sostegno dei senza dimora prevede infatti un modello a “gradini” in cui l’abitazione è il traguardo finale da raggiungere dopo un lungo percorso di trattamento che prevede un radicale cambiamento nello stile di vita.

Ma un nuovo approccio all’homelessness si sta facendo strada in Italia. “L’housing first vede la casa come un diritto umano e non un ‘premio’ da meritarsi -spiega Giuseppe Dardes, referente della formazione della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora-. Noi crediamo che proprio partendo dall’alloggio si costruisca una possibilità concreta di recupero e integrazione sociale di queste persone e i dati lo confermano”. Da Nord a Sud, dalle province alle grandi città i circa 50 progetti attivi nel Paese dimostrano come la cronicità della condizione dei senza dimora dipenda anche dalle alternative possibili rappresentate, spesso, da accoglienze emergenziali che non garantiscono progettualità adeguate.

Non a caso l’housing first muove i primi passi a New York negli anni Novanta quando Sam Tsemberis, esperto in psicologia clinica, mette in discussione i modelli di intervento tradizionali: le proposte fatte a un gruppo di persone senza dimora che vivono in strada da almeno quattro anni portavano scarsi risultati. Lo studioso immagina così di capovolgere l’approccio rendendo la casa -il premio più ambíto- come il punto da cui partire. “Il pensiero di Tsemberis è rivoluzionario e nasce da un gesto ‘semplice’: ascoltare le persone. Solo così capisce che serve cambiare un metodo antichissimo: basta guardare le foto dei dormitori della Londra di fine Ottocento. L’approccio emergenziale era già presente”, sottolinea Dardes. L’housing first viene costantemente monitorato e i primi risultati raggiunti sono sorprendenti: l’80% delle persone accolte resta in casa almeno due anni migliorando la condizione di salute, riducendo i comportamenti a rischio e in alcuni casi trovando anche un lavoro. L’approccio viene esportato in Europa: nei primi anni Duemila arriva a Lisbona, poi si diffonde nei Paesi nordici.

Secondo la mappa di housingfirst.eu oggi è presente in 12 Paesi europei, tra cui l’Italia. È il 2014 quando una rete di enti appartenenti alla fio.PSD decide di promuovere alcuni progetti pilota a Torino, Bergamo e Bologna con l’obiettivo di sondarne l’efficacia. “Non a caso si chiama housing first (prima la casa, ndr) e non housing only (solo la casa, ndr). È importante ricordarsi che non è solo l’abitazione a fare la differenza ma la presa in carico della persona che segue all’accoglienza e quindi anche il sistema in cui l’intervento si realizza”, sottolinea Dardes.

Tina ha lasciato il camper in cui viveva nel novembre 2019. Oggi abita in un alloggio housing first gestito dalla Fondazione comunità di servizi di Savona © Paola Peruch –  fio.PSD

I dati dei primi monitoraggi sono in linea con le tendenze europee. Delle 420 persone accolte tra il 2017 e il 2019 solo il 7% ha abbandonato il progetto. Mentre in 24 mesi il 23% ha già raggiunto l’autonomia e l’occupazione lavorativa è cresciuta del 17%. Grazie anche al finanziamento di 50 milioni di euro lanciato nel 2016 dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, questo approccio continua a diffondersi. “Da quando abbiamo iniziato più di 50 territori hanno avviato progetti ispirati all’approccio housing first con circa mille persone che vi hanno partecipato -spiega Caterina Cortese, ricercatrice dell’Osservatorio fio.PSD-. È un approccio che ormai rientra tra i servizi da potenziare nel contrasto alla povertà”. Tanto che all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono stati stanziati circa 250 milioni di euro per questi progetti. “I decreti attuativi aiuteranno a capire meglio come verranno investiti questi soldi. L’attenzione è alta”, sottolinea Cortese. Anche per questo motivo, nel 2020 è nata la Community italiana dell’housing first (Hfi) per monitorare le attività: l’aumento dei finanziamenti attirerà l’attenzione di molti “soggetti” che si occupano di grave marginalità. “Serve preservare le caratteristiche del modello, evitando dormitori ‘mascherati’ che non portano ai risultati sperati”, sottolinea Dardes che coordina la Community.

Risultati che interessano da vicino anche la collettività non solo in termini di “responsabilità sociale” ma anche di spesa pubblica. Nelle Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione del ministero del Lavoro si cita uno studio del 2014 svolto nel Regno Unito su un campione di 2.500 persone senza dimora: l’esperienza della malattia fisica e mentale e dell’abuso di sostanze nella popolazione homeless è quasi doppia rispetto a quella generale. Secondo il ministero la stessa tendenza si riscontra anche sul territorio nazionale.

“La politica deve avere il coraggio di affrontare la questione puntando sulla casa e superando tutta questa frammentazione tra intervento sociale, sanitario e di ordine pubblico -spiega Dardes-. ‘Di colpo’ con un investimento di almeno un paio d’anni vedi ridurre quelle spese non immediatamente visibili ma evitabili”. Il costo medio di un’accoglienza in housing first è di 26 euro al giorno: per un ricovero ospedaliero è di 600 e per l’accoglienza in comunità psichiatrica è di 150. A questo si aggiunge che in circa il 41% dei progetti il beneficiario contribuisce al pagamento dell’affitto con un terzo del suo eventuale reddito. “Il nostro non è un servizio di politica abitativa: chi sceglie di farne parte accetta anche un supporto educativo e si assume la responsabilità economica, nei limiti del possibile, del proprio percorso”, spiega Paolo Moreschi, operatore della cooperativa Progetto Tenda che a Torino gestisce un servizio di housing first. Qui sono stati implementati i primi progetti pilota nel 2014. Oggi 57 persone sono accolte in 50 alloggi, metà dei quali reperiti dall’Ufficio adulti in difficoltà del Comune in collaborazione con il settore che gestisce il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. “Erano case popolari piccole, mono e bilocali, che non potevano essere assegnate ed erano vuote da diverso tempo”, sottolinea Moreschi. Le restanti 25 sono state affittate nel mercato privato con le cooperative che hanno fatto da garante.

Moreschi lavora da più di vent’anni nei servizi che si occupano di grave marginalità. “Nei primi anni Duemila i servizi emergenziali erano nati su principi condivisibili: volevano abbassare le barriere d’accesso all’accoglienza -spiega-. Purtroppo con il tempo il concetto di bassa soglia si è trasformato, in alcuni casi, in bassa qualità”. Certamente in termini di personalizzazione degli spazi la disponibilità di un alloggio cambia radicalmente le possibilità: nei dormitori spesso il criterio del “ricambio veloce” non lo rende possibile. E poi, l’accoglienza in alloggio aiuta anche a facilitare l’inserimento sociale dei beneficiari. “Chi viene accolto va a fare la spesa nei supermercati del quartiere, vive i luoghi della socialità: occasioni preziose di incontro e relazione”. Con un risvolto positivo anche per la comunità: si evitano le lunghe code al di fuori dei dormitori e delle mense, i container nei parchi pubblici. “Situazioni che spesso alimentano tensioni inutili: l’accoglienza in casa aumenta la percezione del senso di sicurezza”, conclude Moreschi.

Le persone senza dimora che iniziano un progetto housing first ricevono visite settimanali da parte degli operatori, aderiscono al patto educativo e siglano il contratto di affitto. Molti dei beneficiari hanno alle spalle trascorsi difficili. Le problematiche più frequenti con cui i progetti si trovano a lavorare sono dipendenza da droga e alcol (64%) e disoccupazione da oltre 12 mesi (71%) © Danilo Ciscardi – fio.PSD

Gli alloggi restano la principale criticità: dei 177 appartamenti usati dal progetto il 47% arriva dal mercato privato e il 27% dal patrimonio pubblico, il restante da quello ecclesiastico. “Da un lato c’è uno scarto molto forte tra domande di case a basso costo, accessibili, e case effettivamente disponibili. Dall’altro nonostante gli utenti senza dimora siano tra quelli con disagio abitativo gravissimo non è facile per loro essere inseriti nella lista delle case popolari per problemi burocratici, legati alla residenza e una comprensibile difficoltà a fruire dei propri diritti, spesso ignorati”, sottolinea Dardes. Alcune soluzioni cominciano ad essere sperimentate: dalla cooperativa che si fa da garante nei confronti dei proprietari, all’ente locale che sottoscrive protocolli con agenzie immobiliari per calmierare i prezzi. “Il welfare locale è capace di trovare soluzioni immediate a problemi di vecchia data che purtroppo permangono -spiega Cortese-. Servono però politiche abitative nazionali che rendano accessibili le abitazioni, nuove regolamentazioni per aprire le migliaia di case vuote presenti in Italia. Inoltre, le fasce vulnerabili della popolazione incontrano troppi ostacoli nell’accesso al sistema di protezione: il reddito di cittadinanza ne è un esempio. I dati ci dicono che il 30% delle persone accolte ha tra i 45 e i 55 anni e che il 51% vive la propria condizione da oltre due anni. Un segnale di cronicità che ci deve far riflettere”. 

La questione è urgente. L’Ue prevede tra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030 la fine dell’homelessness. È difficile stimare a che punto sia l’Italia: l’ultimo censimento dei senza dimora risale al 2015 quando l’Istat aveva stimato circa 50mila persone. Rispetto al rapporto precedente, del 2011, la percentuale di chi era in strada da due anni aumentava dal 27 al 41%. “La loro condizione peggiora per la mancanza di una presa in carico integrata tra ente pubblico e servizi territoriali che metta la persona nelle condizioni di integrarsi di nuovo nella comunità”, conclude Cortese. Una condizione di vulnerabilità che va accolta. Come ricorda Tina: “Io come tanti credo nel diritto di vivere: vorrei che ogni essere vivente potesse decidere di vivere la propria esistenza in base alle sue attitudini, sogni e limiti”. 

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