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Diritti / Attualità

Twitter e i diritti umani, le incognite della “gestione” Musk

I primi cambiamenti annunciati dall’imprenditore miliardario rispetto alla piattaforma social preoccupano attivisti, Ong e persino le Nazioni Unite. Il rischio è che la presunta “libertà di parola” assoluta annunciata dal nuovo proprietario penalizzi in modo particolare le comunità più marginalizzate, alimentando violenze e persecuzioni

Tra il 2020 e il 2021 migliaia di giovani thailandesi sono scesi in strada per chiedere una riforma della monarchia e un governo democratico: hanno usato soprattutto Twitter per rilanciare slogan e immagini delle proteste, condividendo informazioni su quello che stava succedendo nel Paese. “È uno dei due social media più importanti e più popolari quando si affronta il dibattito politico. È il meno censurato in Thailandia, anche rispetto a Facebook”, ha spiegato Pravit Rojanaphruk, giornalista e difensore dei diritti umani, in un’intervista ad Al Jazeera.

Il caso thailandese non è l’unico. Nel 2009 il social network, lanciato solo tre anni prima da Jack Dorsey, ha svolto un ruolo fondamentale nelle proteste dei giovani iraniani contro il regime e nel biennio 2010-2011 è stato un potente strumento nelle mani degli attivisti delle Primavere arabe. Più di recente anche il movimento #BlackLivesMatter e i giovani di Hong Kong che si sono opposti al crescente controllo del regime cinese sulla città hanno trovato in Twitter uno strumento estremamente efficace per diffondere informazioni e mobilitare le persone. Persino in Myanmar, account anonimi continuano a usarlo per diffondere all’estero informazioni sulle violenze commesse dai militari dopo il colpo di Stato nel 2021.

Per molti attivisti in diverse parti del mondo, quella dell’acquisto di Twitter da parte del miliardario Elon Musk (avvenuta il 28 ottobre 2022 per la cifra record di 44 miliardi di dollari) non è stata una buona notizia. “Temiamo che i cambiamenti annunciati possano renderlo più pericoloso per gli utenti del Myanmar, minacciati da una giunta militare illegittima e che Twitter, sotto la guida di Musk, possa dare maggiore spazio ai militari e ai loro sostenitori per diffondere disinformazione e discorsi di odio”, ha dichiarato Yadanar Maung, portavoce della piattaforma Justice for Myanmar sempre ad Al Jazeera.

Uno dei primi provvedimenti adottati da Musk, infatti, è stato quello di licenziare una quota significativa dei dipendenti della società, tra cui l’intero team per i diritti umani. Una decisione che ha provocato l’intervento dell’Alto commissario delle Nazioni Unite, Volker Türk, che in una lettera aperta ha espresso “preoccupazione e apprensione riguardo alla nostra piazza pubblica digitale e al ruolo di Twitter in essa” e ha esortato l’imprenditore a “garantire che i diritti umani siano al centro della gestione di Twitter”, proteggendo la libertà di parola da un lato e sottolineando, dall’altro, la responsabilità della piattaforma nell’impedire l’amplificazione e la diffusione di contenuti violenti, campagne d’odio e fake news. “La diffusione incontrollata di disinformazione dannosa, come quella vista durante la pandemia Covid-19 in relazione ai vaccini, provoca danni reali. Twitter ha la responsabilità di evitare di amplificare i contenuti che danneggiano i diritti degli altri”.

“Le società hanno il dovere di rispettare i diritti umani -ha scritto Arvind Ganesan, direttore della divisione Economic justice and rights di Human rights watch-. Twitter, come tutte le piattaforme social, dovrebbe essere trasparente, responsabile e coerente nelle azioni che intraprende e che hanno un impatto sui diritti delle persone. Licenziare il personale che ha competenze in questo ambito non è certo in linea con queste responsabilità. I danni potenziali, in particolare per le comunità emarginate, sono enormi”.

Fin da quando ha annunciato la volontà di acquistare la società, Musk ha dichiarato più volte di voler riportare la “libertà di espressione” (freedom of speech) su Twitter: in quest’ottica, non solo ha riammesso l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ma il 25 novembre ha annunciato una “amnistia” per un numero imprecisato di altri account sospesi negli anni precedenti per aver diffuso messaggi che incitavano all’odio o alla violenza.

Anche se è ancora presto per capire quale forma prenderà Twitter nelle mani del miliardario sudafricano, i segnali che sono arrivati nelle ultime settimane sono decisamente preoccupanti. “Musk trasmette il messaggio che la libertà di espressione debba essere vista come un diritto assoluto con cui non si può interferire e che non può essere limitato. Ma questo è un ragionamento contraddittorio -spiega Rita Mota, assistant professor presso il Department of society, politics and sustainability dell’Esade, ad Altreconomia-. Quando si permette a certe persone di godere di una libertà d’espressione illimitata, necessariamente si limita quella di altri. E questo accade continuamente, soprattutto ai danni delle persone più vulnerabili e dei gruppi emarginati. Attivisti e difensori dei diritti umani possono essere messi a tacere a causa dei messaggi d’odio e delle minacce che ricevono e che spesso hanno ripercussioni anche nella vita reale”.

Mota -assieme alle ricercatrici Sarah Glozer ed Emily Godwin- ha dedicato all’argomento un lungo approfondimento sul sito The Conversation in cui evidenzia come la moderazione (ovvero lo screening e il blocco dei contenuti inaccettabili presenti online) esista fin da quando è stato inventato internet: “Dopo essere diventata una funzione sempre più importante e sofisticata contro la marea crescente di discorsi d’odio, disinformazione e contenuti illegali non dovrebbe essere annullata con leggerezza”, scrivono le tre ricercatrici.

A questo si aggiunge il fatto che gli interventi di moderazione dovrebbero essere effettuati con una particolare attenzione ai diritti umani: “È una prospettiva unica che non si concentra sui rischi per l’azienda ma su quelli per gli utenti -spiega Mota-. Il monitoraggio deve essere fatto in modo molto attento e non può essere interamente affidato agli algoritmi, perché questi non sono in grado di cogliere le sfumature dei discorsi, il tono e il contesto in cui vengono pronunciate le frasi”.

Se da un lato i social media sono stati strumenti preziosi per diffondere informazioni, sostenendo anche la nascita e la diffusione di movimenti per i diritti umani e civili, non bisogna però dimenticare quella che Mota definisce “il lato oscuro” di queste piattaforme”: “Hanno avuto un ruolo in diversi episodi di incitamento all’odio, cyberbullismo e molestie, diffusione di fake news, interferenze con i processi democratici -spiega-. In quest’ottica, le modalità con cui questi spazi sono gestiti e i contenuti vengono moderati può fare la differenza”.

Non sono mancati, in anni anche recenti, episodi in cui i social media hanno alimentato e aggravato conflitti politici, etnici e religiosi: dalle uccisioni di massa in India ai danni della popolazione musulmana alla guerra civile in Etiopia. Sebbene non fosse perfetto, a differenza di altre piattaforme nel corso degli anni Twitter ha prestato una crescente attenzione al tema dei diritti umani anche schierandosi apertamente contro quei governi che hanno esercitato pressioni sulla società per ottenere dati di attivisti o dissidenti. Nell’estate 2021, la cancellazione di un tweet del presidente nigeriano Muhammadu Buhari (interpretato come un possibile messaggio di incitazione all’odio) ha portato il governo a bloccare Twitter per mesi. E durante la protesta dei contadini indiani contro la nuova legge sull’agricoltura ha ingaggiato un duro scontro con il governo che chiedeva il blocco di centinaia di account.

In questo scenario si comprende meglio la preoccupazione di attivisti che vivono in Paesi dove le garanzie democratiche sono più fragili. “L’acquisizione di Twitter da parte di Musk è a dir poco apocalittica per le nostre comunità -ha dichiarato Thenmozhi Soundararajan, direttore esecutivo dell’organizzazione per i diritti civili dei Dalit Equality Labs citato dal Times-. Non stiamo parlando di sentimenti feriti, ma di inviti alla violenza”.

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