Ambiente / Opinioni

L’urbanistica alternativa in un campo di tulipani

A Cornaredo, alle porte di Milano, una giovane coppia olandese ha affittato un terreno e l’ha trasformato. Con i fiori al posto del cemento

Tratto da Altreconomia 204 — Maggio 2018
© Paolo Pileri

Da tempo mi lamento scrivendo che tutti i nostri linguaggi urbanistici affermano che se un suolo fa parte di un’area interclusa è praticamente un morto che cammina. Ancora più probabile se siamo alle porte di Milano, magari a due passi dal caro vecchio Expo 2015, dove le rendite sono schizzate. Nessuno, se non un matto ambientalista dissociato, rinuncerebbe a un fazzoletto di terra che potrebbe valere oro con la “propostina” giusta. A Cornaredo invece l’elefante è passato per la cruna dell’ago.

L’inatteso si chiama Edwin&Nitsuhe, una coppia olandese. Laurea in agraria lui e due lauree lei: una in economia e l’altra in gestione delle risorse ambientali. Altro che matti, sono due che potevano dedicarsi con successo a uno dei tanti e soliti business. Invece il destino ce li ha spediti qui, come una cometa che illumina la devotissima Italia del cemento. I due hanno affittato un terreno di un paio di ettari incuneato tra una fila di villette, una strada, un parcheggio e un campo da calcio e ci hanno piantato 350.000 tulipani. Ecco a voi il primo You-Pick giardino d’Italia (tulipani-italiani.it). Nessuna speculazione edilizia, solo fiori colorati. Risultato? Sold-out, manco fosse Lady Gaga. Con un biglietto si coglievano due tulipani: 3 euro a persona per 2 fiori. Ma alla fine quasi tutti ne hanno comprati 5, 7, 10. Nelle giornate di punta erano più di 5.000 le persone: bimbi, anziani, famiglie, coppie, single, avvocati, carrozzieri, insegnanti, commercianti, disoccupati, studenti. Tutti usciti da casa per dei fiori. Una botta di effimero? Una furbata per far soldi? Curiosità? Il solito tweet virale? I tulipani come i modelli a petto nudo di Abercrombie? Se ne possono dire di tutti i colori. Ma io ci leggo altro in quei fiori. Primo: è una piccola lezione di urbanistica alternativa e di sovversione gentile. Le tracce che abbiamo lasciato su quel campo coincidono, per un attimo, con le tracce di un antico ma ancora vivo desiderio di esterni, di terra, di fiori, di aria aperta. Se temevamo di averlo perso del tutto, i tulipani hanno vinto per qualche ora sulle processioni domenicali agli interni dei centri commerciali di cemento, dove i fiori sono di legno o plastica, fatti chissà dove e con il lavoro abusato di chissà chi. E poi i tulipani veri di Edwin&Nitsuhe sono la prova provata che coltivare buone idee è bello, redditizio e dà lavoro. Nel mese di raccolta si alternano due turni da 10 persone l’uno e da novembre a maggio lavorano in 5/6 a tempo pieno. Fatevi due conti tra entrate e uscite e vedrete che il ricavo non è affatto miserevole. E questo mi piace, perché ci dimostra che salvare il suolo dal solito cemento non deve equivalere a fare voto di povertà.

350.000 tulipani, 2 ettari. Questi i numeri di una recente sovversione gentile frutto di un’idea a zero cemento e ottimo guadagno. Cambiare si può

Edwin&Nitsuhe mi paiono una rivisitazione di quel Candido Munafò di Sciascia che voleva regalare al Comune un terreno per farci un ospedale. “Ma sei matto?”, gli urlò contro il sig. Zucco, “persona di indefinibile attività, tra il mediatore immobiliare e il procacciatore di voti” (disgustose parentele che ci teniamo ancora ben strette). Zucco non vuole che quello “sprovveduto” regali il terreno, come oggi nessuno pensa di piantare tulipani al posto del cemento. Ti-dico-io-come-si-fa. Ecco lo Zucco che conosciamo bene. È quello che chiede a Candido il 30% del valore del terreno per proporlo al Comune: un po’ per ungere chi deve decidere, un po’ per specularci sopra. Candido non fu capito allora, ma oggi i tulipani hanno rianimato quel coraggio sovversivo e per un po’ ce l’hanno fatta. Peccato che sindaci metropolitani e non, governatori e parlamentari non sono andati a sentire il profumo gentile di quella fioritura sovversiva. Presi e persi, forse ancora, nel puzzo di plastica e cemento.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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