Economia / Opinioni

Tre questioni smontano il trionfalismo sulla crescita del Prodotto interno lordo

Il sistema pensionistico iniquo, l’inflazione speculativa e il lavoro (povero) che ogni giorno di più sta perdendo il proprio valore costituzionale. Perché la “ripresa” è ancora un fatto di pochi. L’analisi di Alessandro Volpi

© Markus Winkler, unsplash

Tre spaccati per mettere in luce alcuni aspetti delle criticità italiane, al di là dei trionfalismi sulla crescita del Prodotto interno lordo nel 2021.
Il primo. Il sistema pensionistico italiano deve fare i conti con alcune incongruenze, destinate a metterlo in crisi profonda e, soprattutto, a colpire le giovani generazioni. In Italia vengono pagate ancora circa 500mila pensioni di soggetti che sono andati in pensione prima del 1980. Si tratta di lavoratori che hanno lasciato la loro occupazione, nel pubblico e nel privato senza grandi differenze, a circa 40 anni (39 anni gli uomini e 42 le donne). Ci sono poi 2,3 milioni di pensionati (il 14% del totale) che hanno una pensione della durata superiore ai 30 anni, di cui hanno versato il 33% dei contributi mentre il resto proviene dalla fiscalità generale o dai contributi di generazioni successive.

Il vero problema, al di là della spesso del tutto incomprensibile logica che ha presieduto a tali pensioni, è rappresentato dall’iscrizione di queste pesanti cifre nel bilancio pensionistico e non nelle voci degli ammortizzatori sociali. Sembra una distinzione formalistica, ma non è così. L’inserimento di questa marea di pensioni, di fatto prive di contribuzione, all’interno del sistema pensionistico le rende difficilmente sostenibili e riduce sensibilmente i margini per una reale riforma delle pensioni delle generazioni più giovani, che saranno sempre più indotte a ricorrere a forme di integrazione pensionistica di natura privata.

Inoltre sarebbe interessante capire quanti di questi “baby pensionati” non hanno svolto, nel tempo, lavori al nero o fiscalmente non individuabili. In ogni caso, se le somme destinate a pagare quelle pensioni fossero state considerate ammortizzatori sociali non avremmo, ora, i conti del sistema pensionistico in enorme difficoltà. In parole povere, se fossero stati ammortizzatori sarebbero finiti nella fiscalità progressiva in base al reddito; inseriti nel conto pensioni sono pagate solo dai “nuovi lavoratori” che avranno pensioni sempre più magre.

Il secondo aspetto a che fare con la “tassa iniqua” dell’inflazione. In base ai dati della Banca d’Italia, nel 2020 la ricchezza netta degli italiani ammontava a poco più di 10mila miliardi di euro e in un solo anno i depositi bancari erano cresciuti di 100 miliardi, in gran parte per effetto della riduzione dei consumi dovuti alla pandemia da Covid-19. Nel 2021 la retribuzione media lorda degli italiani è stata di circa 24mila euro che salgono a 29mila nel caso di quella cosiddetta “globale”. Rispetto a questi dati l’inflazione speculativa può fare molto male. Nei confronti della ricchezza significa, come accennato, una tassa occulta, indiscriminata, senza alcuna progressività, di circa 400 miliardi e nei confronti delle retribuzioni, in assenza di meccanismi di indicizzazione, genera un impoverimento in termini reali almeno del 3%. Un’inflazione che, come detto, non dipende dalla crescita dei consumi sta facendo molto male alla salute del Paese e per essere rimossa ha bisogno di una immediata cancellazione di gran parte della finanza derivata. I numeri sono sempre più espliciti.

Il terzo aspetto si lega intimamente al secondo. In Italia un quarto del totale dei lavoratori ha un salario individuale basso, cioè inferiore al 60% della mediana. Almeno un lavoratore su dieci (ma esistono stime ancora più pessimistiche) si trova in una situazione di povertà, cioè vive in un nucleo con reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana (11.500 euro secondo i valori del 2018). Per essere ancora più chiari, si tratta di 2,9 milioni di lavoratori, di cui il 35% nella classe 15-29 anni e il 47,4% nella fascia di età 30-49 anni. Il 79% è composto da operai e il 53,3% sono uomini. Fondamentale è il calcolo delle giornate lavorate durante l’anno: ci sono 8,6 milioni di persone che lavorano per un totale di poco più di 200 giorni all’anno con uno stipendio medio annuo di 14.762 euro. Ci sono anche 629mila apprendisti che lavorano 203 giorni all’anno per 11.709 euro. È sempre più evidente che il lavoro sta perdendo, ogni giorno di più, il proprio valore costituzionale.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.