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Il gioco del Quirinale tra debito, inflazione, speculatori e pandemia

Il governo -quale che esso sia, Draghi o meno- dovrà mettere nuove e ulteriori risorse pubbliche per calmierare le bollette, destinate a raggiungere i 90 miliardi di euro, e rimettere mano alla legge di Bilancio, costruita frettolosamente. La politica difficilmente può acquisire di nuovo un ruolo strategico, osserva Alessandro Volpi

© Rafael Rex Felisilda - Unsplash

Non ha molto senso fare previsioni sull’elezione del presidente della Repubblica, mentre sono in corso le votazioni e si moltiplicano le tattiche di corridoio. Tuttavia sono possibili alcune considerazioni generali. La prima muove dai dati. Sia la Banca d’Italia sia l’Ufficio studi di Confindustria hanno tagliato le stime di crescita del nostro Paese di circa un punto di Pil ed è molto probabile che nei prossimi mesi tali valutazioni riducano ulteriormente le eventualità di crescita. L’inflazione speculativa sta ingigantendo i prezzi del gas che le tensioni geopolitiche spingeranno ancora più in alto in Italia. Ciò comporterà la necessità di un aumento della spesa pubblica e una crescita del debito valutabili in alcune decine di miliardi di euro rispetto a quanto ipotizzato a dicembre.

Di particolare rilievo è proprio la questione energetica: il prezzo del gas per megawattora è esploso del 92% nella piazza di riferimento, ad Amsterdam, nel lunedì nero delle Borse a dimostrazione che neppure le tendenze ribassiste possono intaccarne la corsa. Nel frattempo, il prezzo del petrolio, storicamente agganciato al gas, ha perso oltre il 3%, ma ciò non ha impedito al prezzo della benzina di raggiungere in Italia un livello stellare. In altre parole, è molto probabile che il governo -quale che esso sia, Draghi o meno- dovrà mettere nuove, ulteriori risorse pubbliche per calmierare le bollette, destinate a raggiungere i 90 miliardi di euro per il sistema Paese e a ridurre le accise sulla benzina per non paralizzare interi settori. Se poi la Banca centrale europea decidesse di rallentare ulteriormente la politica degli acquisti di titoli del debito, il conto interessi per l’Italia si gonfierebbe in maniera significativa.

In poche parole simili scenari implicano una strutturale revisione della legge di Bilancio, costruita frettolosamente su previsioni del tutto diverse e con una stima di crescita ben più robusta. In pratica, come accennato, occorrerà nuovo, importante debito. È molto probabile, in una prospettiva del genere, che Draghi voglia “lasciare” Palazzo Chigi, dove dovrebbe rivedere molte delle sue strategie, ammettendo vari errori, e traslocare al Quirinale, dove alcune forze politiche lo immaginano garante del nuovo e necessario debito mentre una parte dell’opposizione vorrebbe vedere decisamente intaccata la vena salvifica dell’ex presidente della Bce. Quello che pare certo è che la politica difficilmente può acquisire di nuovo un ruolo strategico.

I partiti, tutti, non hanno saputo trovare una soluzione autosufficiente: questo potrebbe significare o una presidenza Draghi o un governo Draghi che continuerebbe dopo il 2023. Si materializzerebbe così la fine dei partiti, che già con i partiti personali, nati dal 1994, era ampiamente iniziata. D’altra parte aver costruito tutti i tentativi di ripresa solo con il debito e sulla panacea del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha finito per rendere il nostro Paese del tutto privo di autonomia e bisognoso solo di “garanti acclamati”. Il già ricordato lunedì nero delle Borse è un forte segnale in tal senso. Milano è risultata la piazza peggiore. La crisi dell’Ucraina pesa sull’Italia più che altrove per la strutturale dipendenza energetica dall’estero. La possibile riduzione della liquidità delle banche centrali colpisce i Paesi con il debito più alto. Le banche italiane sono imbottite di titoli del debito italiano che l’inflazione può svalutare pesantemente. Tutto vero, ma guarda caso il lunedì nero, in realtà atteso da tempo perché con prezzi così alti prima o poi le prese di beneficio sarebbero arrivate, affonda in particolare Milano, senza alcuna distinzione tra i titoli “cecchinati”, mentre sono aperte le urne per le elezioni presidenziali. Il partito dei mercati speculativi ha voluto dare la propria indicazione.

Certo la politica potrebbe puntare a lasciare Draghi a Palazzo Chigi, “conquistando” il Quirinale con un figura dal profilo politico appunto, secondo quanto sembra insegnarci la storia. I 12 presidenti della Repubblica che si sono succeduti dal 1948 sono nati tutti durante il Regno d’Italia; in altre parole non è esistito un presidente della Repubblica nato dopo il 1946. Del resto fino alla conclusione del settennato di Oscar Luigi Scalfaro questo non sarebbe stato possibile perché gli stessi padri costituenti hanno fissato in 50 anni l’età minima per essere eletto presidente della Repubblica.

Dei 12 presidenti eletti, ben 11, con la sola eccezione di Sandro Pertini, sono stati ministri o presidenti del Consiglio; dunque anche quando si è trattato di “tecnici”, come nel caso di Carlo Azeglio Ciampi, si trattava di “insider”, di espressioni del mondo della politica e, del resto, Pertini, l’unico senza un passato ministeriale, era stato segretario del Partito socialista italiano. Ancora un altro dato; tutti e 12 i presidenti eletti, con la sola eccezione di Giovanni Gronchi, laureato in Lettere, e quella parziale di Ciampi, laureato anche in Lettere, erano laureati in Giurisprudenza. In sintesi, nei profili dei presidenti c’è molta della storia della classe dirigente del nostro Paese; una storia che oggi però deve fare i conti con un debito monumentale, un rischio inflazionistico e una pandemia in corso che impone una gigantesca spesa pubblica, da coprire senza mostrare alcuna intenzione di procedere in direzione di una vera riforma fiscale. Il Quirinale avrà un inquilino forte o ne avrà uno del tutto simbolico, che rappresenta una storia finita. Purtroppo il sistema politico italiano è arrivato qui.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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