Economia / Opinioni

La legge di Bilancio non si misura con la realtà della pandemia

La paura di finire in esercizio provvisorio ha prodotto una legge sganciata dalla realtà e approvata di fatto senza alcuna discussione parlamentare. Saranno necessari scostamenti per spese extra deficit già nei primi mesi del 2022. L’analisi di Alessandro Volpi

© Ante Hamersmit - Unsplash

L’anno si apre con innumerevoli incognite a cominciare dalle risorse disponibili per affrontare questo ulteriore passaggio della crisi. La legge di Bilancio, approvata di fatto senza alcuna discussione parlamentare, è stata concepita quando la pandemia era in una fase ben diversa: le stime erano costruite su dati legati alla ripresa. La spesa e le entrate erano pensate in un quadro, appunto, del tutto differente. È sufficiente ricordare che gli ultimi aggiornamenti in termini previsionali risalgono alla fine dell’estate 2021. Ora ci avviciniamo alla chiusura, senza lockdown, di interi settori, alla lievitazione delle spese sanitarie, alla necessità di nuove strategie sociali ed economiche mentre l’inflazione da speculazione energetica continua a far schizzare le bollette.

La paura di finire in esercizio provvisorio ha prodotto una legge senza un agganciamento vero con la realtà; in pratica dovrà essere riscritta in maniera ancora più decisiva di quanto non sia avvenuto per quella dell’anno passato. Appare evidente che servono scostamenti di bilancio per spese extra deficit già nei primissimi mesi del 2022, rese più complesse dalle procedure di votazione per l’elezione del presidente della Repubblica. In questo senso il tema vero è che si è continuato a considerare la pandemia come una parentesi e non è stata introdotta alcuna modifica per rendere la stesura della legge di Bilancio un atto con cui misurarsi con la realtà, evitando di scrivere norme e cifre troppo spesso ormai vuote.

Peraltro lo stesso iter di approvazione della più importante legge dello Stato è divenuto risibile; nella sostanza viene approvata con la lettura in una sola Camera, mentre nell’altra avviene una mera ratifica. Si è trattato di un procedimento così formalistico da indurre la Commissione bilancio a rifiutarsi di esprimere il parere. L’Ufficio parlamentare di bilancio, l’autorità indipendente di vigilanza sui conti pubblici, di fatto non esiste più perché è ridotta a un solo componente che procede a un’approvazione a scatola chiusa. È interessante rilevare che proprio il Parlamento, incaricato con procedure particolari della nomina dei membri di tale Ufficio, non ha assolto al compito; un dato strano, vista la rapidità di altre nomine parlamentari.

Nella legge di Bilancio poi ci sono, tra gli altri, due aspetti molto visibili che lasciano perplessi. Il primo è la proliferazione dei bonus: nel testo sono contemplati oltre 50 bonus, per una spesa fiscale complessiva, in tre anni, di 24 miliardi di euro. In gran parte si tratta di agevolazioni non direttamente legate al reddito e neppure dotate di un’efficacia effettiva, come spesso accade per i bonus che, paradossalmente, restano inutilizzati. Il sistema fiscale italiano ha conosciuto una parzialissima modifica dell’Irpef, che non ha sostenuto i redditi medio-bassi perché tali redditi non sono sostenibili con la revisione Irpef, e ha moltiplicato i bonus, destinati a diventare una sorta di labirinto disegnato da interessi dei gruppi di pressione più forti.

Il secondo aspetto riguarda uno di questi bonus. Il superbonus edilizio, che ha certamente molti aspetti benefici, rappresenta tuttavia un elemento di distorsione del mercato soprattutto perché ha una durata limitata. Nel giro di pochi mesi sono nate 11mila nuove imprese, moltissime delle quali inventate di sana pianta, che non applicano il contratto edile e purtroppo non rispettano nessuna delle regole sulla sicurezza; una vera e propria bolla. Si è sviluppata anche una significativa evasione fiscale con truffe sulla fatturazione e, al contempo, è lievitato il prezzo di una serie di materiali ai limiti della speculazione. Al bonus è stato peraltro tolto ogni legame con il reddito, finendo per gravare su tutti i contribuenti. In materia di fisco si poteva fare decisamente meglio.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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