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“L’ho scampata al Covid-19, ho l’obbligo di parlare”: la testimonianza di un medico di base dopo 22 giorni di ospedale

Daniele Blaseotto è medico di medicina generale a Lecco. Qualche settimana fa è stato colpito dal virus, come tanti suoi colleghi, e se l’è vista brutta. “Chi doveva stare attento ai rischi e mettere in sicurezza il sistema sanitario che doveva proteggere e curare le persone non l’ha fatto”

© Hush Naidoo - Unsplash

“Ho fatto 22 giorni di ospedale di cui 10 in condizioni critiche, ho visto morire anche il mio compagno di camera. Non è facile mettere in fila un ragionamento ma proverò a farlo, ammesso che il mio racconto possa servire a qualcosa o a qualcuno”. Daniele Blaseotto è medico di medicina generale a Lecco da quasi 30 anni, assiste 1.600 persone. Qualche settimana fa è stato colpito dal Covid-19, come tanti suoi colleghi, se l’è vista brutta, l’ha “scampata”. E anche se “a botta calda bisogna sempre aspettare un po’ di tempo perché c’è sempre il rischio che la dimensione emozionale prevalga sulla dimensione razionale”, sente l’obbligo di parlare affinché “qualcuno si svegli”.

Partiamo da te. Puoi raccontarmi che professione svolgi, da quanto tempo, in quale campo e perché hai scelto di farla?
DB Da trentatré anni svolgo la professione di medico chirurgo con tutte le sfaccettature e il cambiamento di ruolo che questo mestiere, o meglio missione, ha assunto nel passare del tempo.
Ho fatto tutta la filiera e la gavetta, partendo dal basso, occupandomi all’inizio dei turni dell’allora guardia medica, ho sostituito i medici di medicina generale quando andavano in ferie, mi sono poi specializzato in chirurgia dell’apparato digerente ed endoscopia digestiva chirurgica, specializzazione che mi avrebbe aperto le porte della professione ospedaliera ma ho preferito fare una scelta diversa per essere a contatto diretto con tutti quelli che avevano un immediato bisogno dell’assistenza medica, seguendoli subito nelle loro fragilità.
Sono poi diventato medico della casa circondariale di Lecco, sono stato medico di due residenze per anziani, per vent’anni sono stato medico della squadra cittadina del rugby Lecco, così come dal 1996 sono anche medico sociale della società Calcio Lecco. Dal 1993 sono medico di medicina generale. Posso dire di aver visto e di aver vissuto in mezzo a tanta umanità, assistendo oggi circa 1.600 persone dai 10 ai 100 anni.
La mia giornata lavorativa mi impegna almeno otto-dieci ore al giorno, con una media giornaliera di 70-80 persone oltre le visite domiciliari; poi se ci sono pazienti importanti ricoverati in ospedale vado anche a capire com’è la loro situazione. In aggiunta seguo anche qualche altro bisogno. Perché ho fatto la scelta di diventare medico? Non ho troppi ragionamenti da fare. Ho sempre pensato che occuparsi delle fragilità umane fosse un obbligo e il malato fa parte della categoria delle fragilità umane.

Quando è iniziata per te la “storia” del virus?
DB Ho trascorso un periodo molto intenso di attività i mesi di dicembre gennaio e febbraio, con molti malati da assistere e con il senno di poi, molti con patologie e sintomi che oggi diremmo riconducibili al Covid-19. Dire attività molto intensa è ancora dire poco; alla sera si era esausti ma non era ancora finita. In più, per un periodo, ho dovuto anche fare le veci di un collega raddoppiando il lavoro. In quelle condizioni si opera come se fossimo in trincea, dove la priorità è solo la persona che non sta bene, e lì non ti poni molte domande perché non ne hai il tempo e devi muoverti in fretta. Chi lavora in trincea deve lavorare sulle priorità della trincea, non ha il tempo per pensare come organizzare la trincea, questo è competenza di altri.
Certo che dalla notizia del pericolo incombente se ne sentiva parlare ma si andava in fiducia di chi avrebbe dovuto occuparsene nel fare tutte le analisi del rischio e nel definire tutte le misure che si dovevano prendere.
Personalmente nel mio ambulatorio avevo messo in piedi delle misure di precauzione, si faceva la disinfestazione degli ambienti tutti i giorni ed altre cose evitando assembramenti, regolamentando gli accessi e altre misure precauzionali; mia moglie faceva solo quello, con una puntigliosità che non ti dico, ma io dovevo occuparmi degli ammalati e correre da tutte le parti e quando hai un ammalato che ha bisogno o la priorità è quella di assisterlo e curarlo, allora rischi, o la priorità è quella di non rischiare te stesso e allora non lo assisti. Io ho rischiato e mi sono ammalato seriamente e per fortuna che mia moglie si è ammalata solo in modo leggero (si fa per dire).

Che tipo di rapporto hai avuto con i tuoi pazienti prima di ammalarti e di capire che si trattava di Covid-19? Avevi ricevuto delle indicazioni/direttive particolari da parte della Regione o dell’organo competente a “dirti come comportarti”?
DB Ho seguito i mei pazienti fino a quando mi sono ammalato; anzi ho dato successivamente, per quello che si poteva, tutto il supporto telefonico fino a quando ho iniziato a star male.
All’altro pezzo di domanda si può rispondere ricordando il numero dei contagi nel personale sanitario, e al numero di medici morti. O tutti sono stati dei faciloni e degli irresponsabili o chi doveva stare attento ai rischi e mettere in sicurezza il sistema sanitario che doveva proteggere e curare le persone non l’ha fatto o non l’ha fatto come si sarebbe dovuto fare.

Arriviamo alla malattia. Quando è cominciato tutto? Che cosa hai provato e che cosa è successo?
DB Era un periodo di grande emergenza nel lavoro che non avevi nemmeno la possibilità di capire se stavi bene o male perché dovevi sempre correre; in emergenza sei solo concentrato sulle cose da fare. Poi mia moglie si è accorta che avevo gli occhi rossi e ho misurato la febbre. Lì ho ipotizzato che fosse anche il sintomo del covid-19, anche se non essendo alta la febbre inizialmente, si poteva pensare ad un forte stress lavorativo. A quel punto ho avvisato immediatamente i miei superiori applicando le procedure impartite.

Ti chiedo di raccontarmi se ti va tutti i “passaggi” legati all’accertamento della patologia, come li hai vissuti, che tipo di filiera hai attraversato, come la leggi oggi con lo sguardo competente di medico?
DB Dopo aver avvisato i miei superiori ho applicato le procedure imposte e ho assistito telefonicamente per qualche giorno i miei pazienti, attivando una funzione di triage, per valutare lo stato delle loro condizioni e indirizzarli presso le soluzioni praticabili. Poi sono stato chiamato per fare il tampone, il giorno dopo mi hanno comunicato la positività e quindi ho istruito il mio sostituto sulle modalità organizzative del mio ambulatorio affinché potesse procedere nell’assistenza dei pazienti che ero costretto ad abbandonare.

Fonte: Istituto superiore di sanità, 6 aprile 2020

Che cosa è successo prima del ricovero? Sei stato a casa in isolamento?
DB Certamente a casa in isolamento, poi la febbre non scendeva, iniziavano le difficoltà respiratorie e alla fine mia moglie ha dovuto chiamare il 112 che è arrivato in pochi minuti.

Veniamo ai 22 giorni di ricovero all’Ospedale Manzoni di Lecco, lascio a te il racconto, da medico-paziente. In quali luoghi/reparti sei stato, come, com’è andata, che cosa ricordi, come l’hai vissuta, che cosa hai provato?
DB È una esperienza molto forte che non è facile, almeno per ora, rileggere e ricostruire.
Ho fatto 22 giorni di ospedale di cui 10 in condizioni critiche, dove ho visto morire anche il mio compagno di camera.
Dico solo le cose positive: un grande impegno e una grande umanità da parte di tutto il personale. Secondo me hanno fatto tutti i miracoli, per quello ovviamente che potevano fare. Esprimo la più grande riconoscenza e un grazie enorme a chi mi ha assistito, curato e guarito. Non c’è altro da dire.

Ora come ti senti? Che cosa ti ha lasciato la malattia in termini di “postumi” che da medico riesci a leggere, interpretare? Mi parlavi della fragilità, della particolare sensibilità. Raccontami.
DB Anche qui è difficile mettere in ordine le idee; ci sono due dimensioni. La dimensione fisica e la dimensione psicologica e ti devi rimettere in sesto su tutte e due le dimensioni che tra l’altro sono collegate tra loro. Quella fisica non so quanto tempo richiederà, ma da medico confido; intanto ho ricominciato a dormire bene, a mangiare con appetito; anche quella psicologica, che è molto importante, sta andando bene anche un po’ per il mio carattere che vede le cose sempre con una certa positività. Riprendere i contatti sociali attraverso il telefono è importante, stare un po’ al sole sul terrazzo è importante perché il sole è un grande antidoto alla depressione. Ovviamente tutto ancora in autoisolamento, ma molto meglio di prima.

Come avrai saputo sono morti tantissimi medici, e tanti di medicina generale, e infermieri in queste settimane, sprovvisti di dispositivi di protezione, sotto organico e stravolti da turni. Come leggi questo fatto, come lo commenti e che tipo di relazione ritrovi tra quelle tragiche vicende e la tua?
DB È evidente che la situazione è totalmente sfuggita di mano. I prossimi giorni, ma soprattutto i prossimi mesi si ricostruiranno tutte le catene delle responsabilità e si individueranno tutti i responsabili. Con migliaia e migliaia di morti, e non è finita, non si può dire che è stato il destino a creare questa catastrofe.

Regione Lombardia recita la parte della resistente di fronte a uno “tsunami”, per usare le parole dell’assessore al Welfare Giulio Gallera. Tu che cosa pensi dell’operato regionale prima e durante l’epidemia? Da medico e soprattutto da medico-paziente toccato direttamente dalla malattia.
DB Vale la risposta sopra; certo che è uno tsunami, ma non c’è stata preparazione per affrontare lo tsunami; se ci fosse stata preparazione i danni sarebbero stati molto inferiori: mi riferisco ai morti. Poi, che tutti oggi siano pancia a terra per fare l’impossibile è vero e vanno aiutati, ma c’è sempre il sospetto se si stanno facendo le cose giuste. Se guardiamo la tragedia delle RSA è drammatico; non è accettabile che in un Paese civile succedano queste cose, anche se arriva uno tsunami.

Che cosa è successo alla sanità in Lombardia in questi anni secondo quello che hai potuto osservare?
DB Osservo ciò che vede chiunque abbia a cuore la salute dei cittadini. Mai nessuno mi ha chiesto se le riforme o i tagli della sanità hanno peggiorato il servizio sugli ammalati; avrei avuto da dire molto. D’altra parte i medici di base sono i primi che si dovrebbero sentire perché conoscono la situazione. L’equazione è molto semplice e la comprende anche un bambino: ci sono stati i tagli alla sanità, si è penalizzato la sanità pubblica, ma occorre anche riflettere sulle cause che hanno costretto i tagli alla sanità. Siamo un Paese con una evasione fiscale spaventosa, con una corruzione spaventosa, la somma delle due è una cifra enorme e questi sono soldi che mancano alle casse dello Stato perché per fare le cose e garantire i servizi servono i soldi. Penso agli scandali sulla sanità.
Cosa potevamo aspettarci? Queste riflessioni sono obbligatorie. E soprattutto chi l’ha scampata come me è legittimato a fare queste considerazioni.

Sei una persona di sinistra: quali sono le responsabilità politiche più gravi che individui sia rispetto alle politiche della sanità in Lombardia e sia rispetto alla gestione dell’emergenza anche ma non solo nei riguardi in particolare dei medici di medicina di generale?
DB Le categorie sinistra e destra non vanno più bene per inquadrare questi aspetti. Le distinzioni da fare sono tra chi è competente e responsabile e chi non lo è. Tra chi ha in mano la situazione e chi non l’ha in mano. Tra chi dice che la colpa è dello tsunami e chi invece avrebbe potuto prepararsi allo tsunami. Tra chi ha la presunzione di dire che abbiamo il miglior sistema sanitario e chi invece si preoccupa di capire cosa non funziona per evitare gli tsunami. Oggi sono queste le distinzioni da fare. E se qualcuno ha bisogno di farsi aiutare a fare questi ragionamenti legga il libro di Irene Tinagli “La grande ignoranza. Dall’uomo qualunque al ministro qualunque. L’ascesa dell’incompetenza e il declino dell’Italia”. Qualche spunto per capire le cause che portano a questi disastri lo si trova.

Ora che tipo di “riabilitazione” ti aspetta?
DB Non mi hanno prescritto niente di particolare. Devo fare il day hospital tra 15 giorni e poi i tamponi definitivi.
La procedura è centrata sulla parte più formale per certificare la negativizzazione per riprendere l’attività, perché mancano i medici, perché l’emergenza continuerà a lungo. Per la salute ci affidiamo anche al Padre eterno. Poi il futuro è ancora tutto nebuloso perché molte cose sono ancora da scoprire. Dobbiamo aver speranza e tantissima prudenza.

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