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Sovraffollamento, suicidi, violenze. Il 2022 è stato l’anno nero delle carceri italiane

Il XIX rapporto di Antigone intitolato “È vietata la tortura” e pubblicato a fine maggio fotografa il drammatico stato di salute del sistema penitenziario. E in questo quadro chiede al governo di non abolire il reato di tortura per “salvare” i numerosi processi in corso per le violenze subite dai detenuti da parte degli agenti

La copertina del XV rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione pubblicato a fine maggio 2023

Il 2022 è un “anno da dimenticare” per le carceri italiane. Sovraffollamento, suicidi, violenze: il contenuto del XIX rapporto dell’associazione Antigone pubblicato a fine maggio 2023 sulle condizioni di detenzione fotografa il drammatico stato di salute del sistema penitenziario. E fa una precisa scelta di campo già a partire dal titolo della nuova edizione: “È vietata la tortura”. “Un tema centrale per noi di Antigone in un momento in cui le forze politiche al governo tentano di smantellare il reato di tortura introdotto nel codice penale nel 2017 -commenta Alessio Scandurra, uno dei curatori del report-. Se così fosse, molti dei processi in corso per gli abusi commessi dagli agenti ai danni dei detenuti si chiuderebbero con un nulla di fatto: non possiamo permettercelo”.

Il rapporto dà conto di 13 procedimenti penali in corso per le violenze subite dai detenuti in cui Antigone si è costituita parte civile. Da Monza a Viterbo, passando per San Gimignano (SI) e Torino e molti altri. Il più noto, però, è quello di Santa Maria Capua Vetere (CE) per il “pestaggio di Stato” del 6 aprile 2020 nel reparto “Nilo” che ha portato a processo 120 indagati con 85 capi di imputazione, tra cui proprio il reato di tortura, introdotto dall’Italia con più di vent’anni di ritardo dalla ratifica del 1989 della Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura. Ma proprio l’articolo 613-bis del 2017 è stato messo in discussione da un disegno di legge, presentato da 12 deputati di Fratelli d’Italia il 23 novembre 2022, che ritengono che “potrebbero finire nelle maglie del reato in esame comportamenti estranei al suo ambito d’applicazione classico, tra cui […] la collocazione di un detenuto in una cella sovraffollata; gli appartenenti alla polizia penitenziaria rischierebbero quotidianamente denunce per tale reato a causa delle condizioni di invivibilità delle carceri”. Una tesi sostenuta anche dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari a fine aprile 2023 secondo cui “se un ristretto appicca fuoco ad una cella e non vuole uscire, per salvarlo gli agenti sono costretti a trascinarlo fuori con la forza. A oggi questa azione potrebbe anche essere oggetto di incriminazione”.

Non è così. “Nel rapporto smontiamo questo tipo di obiezioni: il reato viene applicato solamente per gravi fatti di uso illegittimo della forza, di abusi, punizioni extra-legali -continua Scandurra-. E i procedimenti penali lo dimostrano: la sua applicazione copre tutte queste ipotesi e non c’è traccia nella prassi di un’applicazione fuorviante”.

Il tema della tortura si tiene stretto anche con le condizioni di vita delle persone recluse e il 2022 è passato alla storia come l’anno con più suicidi in carcere di sempre. Più di una ogni quattro giorni per un totale di 85 persone che si sono tolte la vita: il 60% lo ha fatto nei primi sei mesi di detenzione. Rispetto al “profilo” il 42% è di origine straniera e l’età media non supera i 40 anni. Antigone sottolinea come l’80% di loro fosse già stata coinvolta in eventi critici come l’autolesionismo: segnale eloquente anche delle difficoltà dalla parte degli istituti di “monitorare” lo stato di salute delle persone. E a proposito di dati che parlano da sé, sotto questo punto di vista, gli atti di autolesionismo riguardano un terzo degli uomini reclusi e un sesto delle donne a cui si aggiunge l’aumento del disagio psichico testimoniato dal 40% delle persone detenute che fa uso di psicofarmaci. A fronte di 8,75 ore di servizio degli psichiatri, in media, ogni 100 detenuti e 18,5 degli psicologi.

Rapporto tra i principali eventi critici e la media dei detenuti presenti (2016-2021)- Elaborazione Antigone su dati Garante nazionale delle persone private della libertà personale

Il contesto di vita incide negativamente sullo stato di salute. Le pessime condizioni di vita di chi è recluso sono legate anche alla nuova crescita del sovraffollamento che vede 56.674 detenuti presenti al 30 aprile 2023, con oltre 9mila persone in più rispetto alla capienza effettiva: circa il 20% dei detenuti è recluso quindi in una sistemazione precaria. Spicca il dato della Lombardia, dove il sovraffollamento medio effettivo è del 151,8% seguita da Puglia (145,7%) e Friuli-Venezia Giulia (135,9%); mentre tra gli istituti peggiori in Italia troviamo Tolmezzo (UD, 190%), Milano San Vittore (185,4%), a Varese (179,2%). Un tasso preoccupante anche se si “allarga” lo sguardo a livello europeo dove peggio dell’Italia c’è solo Cipro e la Romania. L’assenza di spazio vitale è tra le principali ragioni delle più di 4.500 condanne arrivate dagli uffici di sorveglianza italiani per trattamento inumano e degradante a danno dei detenuti. In totale, nel 2022, su più di 7.800 richieste di risarcimento ne sono state accolte il 57,4%: l’ordinamento penitenziario prevede una riduzione della pena di un giorno di un giorno per ogni dieci giorni passati in queste condizioni o, per chi ha già ultimato di scontare la detenzione, il riconoscimento di otto euro per ogni giorno trascorso senza un trattamento adeguato. Un dato che racconta come gli stessi tribunali italiani riconoscono i problemi strutturali delle carceri italiane.

Ma troppo poco si fa, sul versante “politico”, per migliorare queste condizioni. Nel 2023 sono stati stanziati 3,3 miliardi dal ministero della Giustizia a favore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), un aumento di 53 milioni rispetto al 2022 che però non “ricade” sulla popolazione carceraria: vista la crescita delle presenze, la spesa giornaliera per detenuto diminuisce. La polizia penitenziaria riceve il 63% dei finanziamenti mentre restano le briciole per accoglienza, trattamento e politiche di reinserimento delle persone (9,7%) e le spese per servizi tecnici e logistici delle persone detenute (9,2%). E i risultati si vedono. In media ci sono un educatore ogni 71 reclusi; una proporzione che scende a un poliziotto penitenziario ogni 1,8 detenuti. “Non è un tema solamente di fondi -spiega Scandurra-. Tendenzialmente l’amministrazione penitenziaria subisce nella maggior parte dei casi le decisioni degli altri. Girando per gli istituti è difficile percepire un clima di entusiasmo: c’è scoraggiamento, da parte di chi lavora in carcere, sia per chi ha una visione volta alla rieducazione sia per chi invece ha una cultura più autoritaria. Il senso di abbandono e il mancato investimento di risorse verso il ‘proprio’ mondo è un sentimento comune. L’amministrazione può controllare solo alcune variabili, altre le sono completamente estranee”. Tra queste sicuramente c’è, come detto, l’aumento dei detenuti, cresciuti del 3,8% rispetto al 2021: una percentuale che riguarda in modo particolare le donne (+9%) e in generale persone con condanne brevi. “Quando il carcere è davvero extrema ratio tende a ospitare soprattutto persone con pene lunghe, ma quando i numeri della detenzione crescono, crescono anche coloro che sono in carcere per fatti meno gravi”, osserva nel rapporto Antigone.

Serie storica delle presenze in carcere. Elaborazione Antigone su dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap)

Solo il 6,6% delle persone presenti in carcere hanno una pena superiore ai 20 anni e gli ergastolani (1.856) calano leggermente in termini percentuali passando dal 4,8% al 4,6%. Il paradosso è che diminuiscono verticalmente gli omicidi: 314 nel 2022 contro i 1916 del 1991. Rispetto al tema della lunghezza delle pene un altro dato interessante riguarda gli oltre 17mila stranieri reclusi: di questi solo 123 sono condannati all’ergastolo (0,3%) e 321 hanno una pena superiore ai vent’anni (0,8%). “Segno di una criminalità meno organizzata e di persone che commettono delitti meno gravi”, osserva Antigone. Una lettura confermata da un altro dato: tra coloro che hanno un residuo pena inferiore ad un anno, su un totale di 7.259 persone, gli stranieri sono 3.052. Si conferma anche il trend per cui per chi non è italiano è molto più utilizzata la custodia cautelare in carcere.

Antigone accende nuovamente i riflettori sul cosiddetto “carcere duro”. Nel rapporto si dà conto che al 27 febbraio 2023 i detenuti al 41-bis sono 740 (728 uomini e 12 donne), quasi il doppio che all’indomani delle stragi mafiose. Non vi sono dati ufficiali, invece, rispetto alle persone detenute in alta sicurezza: “Non un regime detentivo bensì un ‘circuito’ regolato non dalla legge ma da una serie di circolari dell’Amministrazione penitenziaria -ricorda Antigone- e che anche per questo motivo non è meno problematico del 41-bis”. E la condizione di reclusione insostenibile o ingiustificata rispetto all’obiettivo del trattamento riguarda anche i 22 bambini ancora reclusi negli istituti penitenziari italiani assieme alle proprie madri e gli oltre 380 ragazzi ristretti nelle “carceri minorili”: di questi, solo uno su cinque ha commesso reati contro la persona, i più gravi. Dati significativi che raccontano l’idea di carcere che sempre di più si diffonde nel Paese.

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