Diritti / Opinioni

La mattanza di Santa Maria Capua Vetere. Dejà vu ricorrente

Il coraggioso libro dell’avvocato Luigi Romano ci trascina nella brutalità del nostro sistema carcerario. Va letto. La rubrica di Enrico Zucca

Tratto da Altreconomia 246 — Marzo 2022
Foto d'archivio © Umanoide - Unsplash

“Photographs tell it all”, scriveva nel 2004 Seymour M. Hersch sul New Yorker, pubblicando alcune delle foto di Abu Ghraib. Le foto dicevano anche di più del rapporto del generale Antonio Taguba sul “fallimento istituzionale” del sistema carcerario gestito dall’esercito Usa, per i gratuiti abusi sui detenuti. Frenesia mediatica, indignazione, prese di distanza, accuse, si consumarono nel rituale di ogni scandalo con l’effetto paradossale di evitare il problema. Quegli abusi erano marginali rispetto a un più vasto programma, di fatto mai completamente ripudiato o sanzionato, né finora del tutto svelato. Ora un coraggioso libro (“La settimana santa”, Monitor, 2021) di Luigi Romano, giovane avvocato, esponente di Antigone, ci trascina nella brutalità del nostro mondo carcerario, rievocando la perquisizione straordinaria condotta il 6 aprile 2020 da una squadra speciale di agenti, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE), in occasione di turbolenze originate dall’ansia del diffondersi della pandemia.

È una spedizione punitiva, in assenza di rivolte in atto, per riaffermare rapporti di forza minacciati dalle rimostranze dei detenuti. Ancora sono le immagini, qui delle telecamere di sorveglianza del carcere, diffuse dai media un anno dopo i fatti a scuotere gli animi. Peraltro “quei video ribaltavano l’ordine della percezione, dalla totale indifferenza a una curiosità quasi morbosa […] il Paese sembrava accorgersi per la prima volta dei problemi del mondo carcerario”.

La consapevolezza svanisce in due settimane, il tempo di riaffermare i principi violati, senza ridiscutere le scelte consolidate. Romano ci mostra invece ciò che si cela nel profondo, sotto la schiuma dell’indignazione e della catarsi retorica seguita. Per non perdere memoria, ci dice, occorre verificare le pratiche ordinarie del sistema, separandole dall’ideologia istituzionale, la facciata esterna dell’esecuzione penale. La coercizione violenta non è solo per l’emergenza, ma è il percorso ordinario; all’interno del carcere la guerra ha le sue fasi di bassa intensità. La “soluzione militare” non è occasionale, ma strutturale. Potere e violenza sono le travi portanti del carcere, com’è evidente già nel rapporto tra i numeri di detenuti, agenti e educatori (a Santa Maria Capua Vetere un agente ogni due reclusi e sette educatori per 900). La serie di condanne della Corte europea dei diritti umani nell’ultimo ventennio, per maltrattamenti e tortura, specie ai detenuti, già evidenzia incidenze ordinarie più che emergenziali. Eppure nel libro non compare la parola tortura a qualificare le azioni, totale rispetto del processo in corso, ora che il termine è norma penale, rimessa alla interpretazione giudiziale.

Dense pagine descrivono tuttavia la mattanza nel carcere e potenti affiorano gli scenari del G8. I pestaggi nelle celle e nei luoghi nei vari piani del reparto Nilo, dove si trovano i detenuti comuni, un concentrato del disagio sociale e psichico, sono scene della perquisizione ai piani della scuola Diaz: violenza, umiliazioni e quella rabbia scatenata che palesa la funzione ritorsiva, con il paravento di prevenire supposti piani eversivi. Si rivede Bolzaneto, le tecniche di contenimento e controllo, le posizioni stressanti o degradanti e i colpi inferti, un ampio strumentario ben acquisito, a partire dall’antica punizione militare del corridoio umano, un classico già ben descritto da Tolstoj. L’adesione alle regole di ingaggio spiega poi la compattezza delle divise e la richiesta di protezione, cioè di schieramento a prescindere. È illusione pensare alla tortura episodica o del singolo. Non esistono. Inquietante non è l’eccesso sadico di taluno, ma l’esecuzione ragionata degli altri e dei vertici che decidono.

Fissato l’obiettivo, ognuno si muove secondo un copione. Dejà vu. La novità c’è, tuttavia, non solo le immagini, che evitano l’adesione acritica alle versioni ufficiali. È l’iniziativa di un magistrato di sorveglianza, che va in carcere a verificare e non rimane in ufficio, un’anomalia nella prassi burocratica dei molti. E poi la pronta riposta dei magistrati inquirenti, altra deviazione da quella prassi. Il ripristino della legalità non è presa di controllo militare, con annessa “bonifica del sito”, altro frasario in uso alla Diaz, per ristabilire l’ordine vigente, ma la messa in discussione di quell’ordine. Per questo il libro va letto, dai magistrati innanzitutto. 

Enrico Zucca è sostituto procuratore generale di Genova. È stato pubblico ministero del processo per le torture alla scuola Diaz durante il G8 dell’estate 2001.

https://altreconomia.it/dona/

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.