Esteri / Attualità

Le prossime sfide per i difensori dei diritti umani

Corrispondenza da Parigi, dove a vent’anni di distanza dal primo summit mondiale dei difensori dei diritti umani -che si svolse a New York, poco prima della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti- si sono dati appuntamento più di 150 attivisti da tutto il mondo

PARIGI – A vent’anni di distanza dal primo summit mondiale dei difensori dei diritti umani -che si svolse a New York, poco prima della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti- più di 150 attivisti da tutto il mondo si sono dati appuntamento nella capitale francese. Un’occasione per celebrare una storica ricorrenza, per osservare la strada fatta in questi anni. Ma soprattutto per pianificare i prossimi 20 anni di impegno per la difesa dei diritti umani, nella lotta alle discriminazioni, al razzismo e alla repressione.

“L’aspetto negativo è che in questi vent’anni sono aumentati gli attacchi contro i difensori dei diritti umani in tutto il mondo. Così come sono aumentate altre barriere come le legislazioni restrittive che rendono più difficile l’accesso a forme di finanziamento, la possibilità di registrare le organizzazioni o le forme di criminalizzazione degli attivisti -spiega ad Altreconomia Andrew Anderson, direttore di “Front Line Defenders”, una delle associazioni che ha organizzato il summit di Parigi-. Per contro, questo accanirsi contro i difensori è la prova che sono stati ottenuti alcuni successi. E che il lavoro che queste persone svolgono quotidianamente nei loro territori è efficace”.

Ma il prezzo pagato in questi anni, è stato molto elevato: 320 le vittime censite da “Front Line Defenders” nel corso del 2017; più di 3.500 dal 1998 a oggi. “Già ora, a fine ottobre, il numero delle vittime è più elevato rispetto all’anno precedente, in modo particolare in Paesi come il Brasile e il Messico -aggiunge Anderson-. Il livello di minacce e rischi che i difensori devono affrontare è enorme”. Campagne diffamatorie, minacce, aggressioni, intimidazioni, arresti arbitrari, torture e detenzione sono rischi concreti per chi decide di impegnarsi per la tutela dei diritti dei più deboli (ad esempio le minoranze indigene), per la tutela dell’ambiente, o per i diritti civili. Segno che i governi stanno mancando gli impegni presi nel 1998 di riconoscere e proteggere le persone impegnate nella difesa dei diritti umani, chiunque fossero e ovunque si trovassero.

A vent’anni di distanza, nonostante i progressi compiuti in alcune aree, molti governi continuano a non essere all’altezza degli impegni presi. “Il contesto in cui ci muoviamo è cambiato, è cambiato il mondo e siamo cambiati noi. La difesa dei diritti umani è sempre più difficile. In molti Paesi sta tornando la retorica nazionalista, populista e xenofoba. Anche in Europa stiamo ascoltando nuovamente discorsi che pensavamo appartenessero al passato”, ha dichiarato Michel Forst, special rapporteur delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, durante la cerimonia di apertura del summit.

Parlando della situazione nel suo Paese Joanna Cariño, attivista filippina sopravvissuta alla prigionia e alla tortura sotto la dittatura di Marcos, ha la sensazione di un deja vù: “Duterte pensa che il termine ‘diritti umani’ sia una brutta parola. Tutte le forme di dissenso democratico nel Paese sono represse, i difensori dei diritti umani vengono definiti terroristi e processati. Questa è una grave minaccia per la nostra sicurezza -spiega-. Le popolazioni indigene sono soggette a spostamenti forzati e ad altre gravi violazioni dei diritti umani”.

“Il risultato delle elezioni in Brasile è un segnale terribile per l’America Latina: la più grande democrazia del continente è caduta nelle mani di un leader politico fascista, che si oppone apertamente al rispetto dei diritti umani -commenta Claudia Samayoa, guatemalteca, fondatrice della “Unidad de proteccion de defensoras y defensores de derechos humanos Guatemala”-. Se questo è stato possibile nel più grande Paese della regione, la poca resistenza al fascismo che altre parti del Sud America ancora anno crollerà”.

 Il summit di Parigi è stato anche occasione per guardare al futuro e definire quelle che saranno le sfide del futuro prossimo. “Penso che la situazione ambientale e il cambiamento climatico avranno impatti negativi anche sul rispetto dei diritti umani: spostamenti forzati di popolazioni, carestie e temo dovremo fare i conti con livelli più alti di autocrazia -riflette Andrew Anderson-. Già oggi i difensori dei diritti umani, tra cui molti rappresentanti dei popoli indigeni, sono in prima linea per la tutela dell’ecosistema. Si oppongono a quelle grandi opere che oltre ad avere un impatto devastante sul territorio hanno un impatto anche sul clima a livello globale”.

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