Economia / Opinioni

Servono regole nuove per debito e crediti

La pandemia ha aumentato i crediti in sofferenza che rischiano di finire in mano ai fondi speculativi. L’Europa deve intervenire per gestirli. La rubrica “Il dizionario economico dell’ignoto” di Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 236 — Aprile 2021
© Jonathan Brinkhorst - Unsplash

Ora che, finalmente, siamo tutti europeisti, è bene sottolineare con forza quello che non funziona di quest’Europa. Sarebbero molte le considerazioni da fare in merito, ma almeno due sono suggerite da quanto emerso in queste settimane. La prima riguarda l’ennesimo richiamo che il lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Unione europea, ha fatto circa la necessità di “conteggiare” il debito accumulato dai vari Paesi con i piani di sostegno previsti nel Recovery “per non creare incertezze e dubbi ai mercati”; una dichiarazione pletorica, e per molti versi dannosa, in un momento in cui davvero non bisognerebbe pensare troppo al debito.

Nelle ultime aste, il Tesoro italiano ha messo in vendita titoli a 10 e a 30 anni e ne ha collocati per 10 e 4 miliardi di euro, avendo ricevuto richieste nel primo caso per oltre 80 miliardi e nel secondo per quasi 66 miliardi. In pratica, le richieste sono state più di 10 volte superiori all’offerta italiana, con un rendimento dello 0,6% e dell’1,7%, tre volte inferiori alle emissioni del giugno 2020. Dunque, perché in una situazione simile continuare con la vecchia, e consunta, litania della paura del debito, quando appare chiaro ormai che il tema centrale è quello della ripresa? La seconda considerazione riguarda, invece, un rischio reale. La giurista Antonella Sciarrone Alibrandi è stata ascoltata della Commissione parlamentare banche dove ha riproposto una questione cruciale per la nostra economia.

Il sistema bancario italiano, per effetto delle difficoltà legate alla pandemia e per le nuove regole europee, adottate prima dello scoppio di questa crisi, è appesantito da crediti di dubbia esigibilità. In base alle norme appena ricordate, non è possibile, in sostanza, fare troppe differenze tra le diverse tipologie di tali crediti che così richiedono tutti, a prescindere dalla loro reale solvibilità, accantonamenti destinati ad affondare i bilanci bancari. In questo modo, ha rilevato la professoressa Sciarrone Alibrandi, simili crediti vengono svenduti dalle stesse banche per liberarsene e dunque finiscono in mano di fondi speculativi che non esitano a vendere i beni posti in garanzia di quei crediti, a cominciare da immobili e capannoni, con pesantissime conseguenze economiche per vasti settori produttivi.

8,8%: nel primo semestre del 2020 i redditi primari pro capite a valori correnti delle famiglie si sono ridotti dell’8,8% rispetto al primo semestre del 2019 (Fonte: Banca d’Italia)

Alla luce di ciò, sarebbe indispensabile che l’Europa rimettesse mano alle norme in materia, introducendo necessarie distinzioni per evitare di ingessare i processi di erogazione del credito, senza i quali non funziona neppure la liquidità della Banca centrale europea. Servirebbero anche una o più società statali che, in un mercato riformato dei crediti “non performanti”, potessero intervenire per acquistare posizioni debitorie in affanno e dare, a differenza dei fondi speculativi, più tempo alle imprese in crisi. Peraltro, la messa sul mercato dei beni in garanzia finisce spesso per contribuire al loro deprezzamento con danno evidente per i debitori ma anche per gli stessi speculatori, che diventano, di conseguenza, sempre più famelici.

Il Recovery Plan dovrebbe pensare a ipotesi di tal genere costruendo i percorsi reali per evitare il massacro sociale e produttivo del Paese. Purtroppo il comunicato con cui il ministero dell’Economia ha giustificato la scelta della consulenza affidata a McKinsey non lascia ben sperare in tal senso. Oltre a elaborare uno studio sui “piani già predisposti dagli altri Paesi dell’Ue”, la società americana dovrà fornire un supporto tecnico-operativo di project management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”. In sintesi un vero e proprio coordinamento. Sembra difficile che con queste premesse si possano immaginare strumenti contro la speculazione sui crediti più fragili.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.