Terra e cibo / Approfondimento

Agricoltura biologica, ma da semi convenzionali: la sfida delle deroghe

Il nuovo regolamento europeo sul “bio”, in vigore dal gennaio 2021, non risolverebbe le criticità nella produzione e nell’uso di sementi organiche. Abbiamo raccolto le diverse posizioni degli attori coinvolti

Tratto da Altreconomia 213 — Marzo 2019
Un momento di formazione durante l’incontro “Coltiviamo la diversità” presso la “Ferme de Hayon” in Belgio © Rete Semi Rurali

“Immaginiamo un campo dove fioriscono contemporaneamente piante di broccoli e di cavolo nero. Nascerà una popolazione di cavoli misti, con caratteristiche dell’una e dell’altra specie, dall’aspetto e con un gusto che potrebbero cambiare sensibilmente rispetto a quelli cui siamo abituati”. Nel libro “Di seme in meglio. Manuale per riprodurre facilmente i propri semi” (2019, Pentàgora), Alice Pasin descrive le meraviglie della selezione e autoproduzione delle sementi. Uno stupore al quale la produzione sementiera italiana “ufficiale” non ci ha abituato: nel 2017, sono state più di 505mila le tonnellate di sementi certificati prodotte in Italia su 207mila ettari (con un caldo del 4,6% dal 2016). Cavoli e brassicaceae (dal celtico “bresic”, cavolo) sono tra le specie da noi più coltivate per la moltiplicazione del seme: secondo i dati del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), nel 2017 hanno registrato un aumento del 25% della superficie coltivata, una fetta importante dei 21mila ettari del territorio nazionale destinati alla produzione di seme per le ortive.

“Nel contesto produttivo europeo, l’Italia si conferma leader nella moltiplicazione delle sementi ortive e aromatiche con la Francia”, scrive il Crea nel suo ultimo “Annuario dell’agricoltura italiana”, presentato lo scorso gennaio. Ma “la moltiplicazione delle sementi secondo il metodo biologico coinvolge appena il 4% dell’intera superficie sementiera italiana”, circa 8.400 ettari. Il Bioreport 2017-2018 -realizzato nell’ambito del programma “Rete Rurale Nazionale 2014-2020– evidenzia “una relazione diretta tra l’impiego di sementi biologiche e l’evoluzione di questo settore produttivo”. La superficie coltivata con il metodo biologico, infatti, è aumentata del 14% nel 2017, ma l’uso delle sementi bio resta indebolito dalla possibilità di deroga prevista dal regolamento europeo (la numero 889/2008) che consente l’uso di semi convenzionali in agricoltura biologica.

Scrive il Crea che “nel 2016 sono state concesse quasi 60mila deroghe, pari quasi al 94% delle richieste”. Concessioni che pesano per 168mila tonnellate di semi, aumentate del 25% nel 2017, secondo il Bioreport. Andrea Arzeni, ricercatore del centro di Politiche e bioeconomia del Crea, sottolinea che le deroghe all’uso delle sementi bio sono un fatto consolidato da diversi anni, che ha due principali cause. “Le sementi sono più facilmente reperibili per l’agricoltura convenzionale, anziché biologica, poiché c’è una domanda consistente di questi semi. D’altra parte, gli agricoltori bio preferiscono scegliere le varietà locali, non standardizzate o ibride, che difficilmente si trovano certificate. Perciò si rivolgono al mercato dei semi non certificati”, spiega.

“Le varietà che chiamiamo locali, o tradizionali, sono il risultato di processi di selezione da parte dell’ambiente e dell’uomo attraverso dei progressivi adattamenti e miglioramenti ottenuti con la coltivazione e selezione in campo”, spiega Alice Pasin. “Queste varietà, al loro interno, presentano rilevanti differenze, per cui sarebbe corretto chiamarle popolazioni -aggiunge-. Al contrario, le varietà definite moderne o commerciali sono stabili e uniformi, danno sempre lo stesso prodotto: sono adatte all’agricoltura industrializzata e alla grande distribuzione organizzata”. In nome della possibilità di garantire una maggiore diversità in campo, l’associazione Rete Semi Rurali difende le deroghe che consentono agli agricoltori bio di “scegliere le varietà locali e aumentare la diversità coltivata, anziché dover acquistare sementi certificate biologiche, ma ibride e standardizzate, pensate e prodotte per l’agricoltura convenzionale”, spiega Riccardo Bocci.

Secondo Bocci, prima di ripensare il sistema delle deroghe a favore del bio, occorre chiedersi qual è la disponibilità di seme di specie e varietà che si vogliono coltivare, e quindi mettere a regime il database delle sementi bio, dove offerta e domanda di seme possano incontrarsi. È la prospettiva con cui dal 2017 Rete Semi Rurali partecipa con altri 18 Paesi europei al progetto “Liveseed, con l’obiettivo di produrre varietà per il bio attraverso il miglioramento genetico partecipativo e incoraggiare l’uso di semi bio.

“Le varietà definite moderne o commerciali sono stabili e uniformi, danno sempre lo stesso prodotto: sono adatte all’agricoltura industrializzata” – Alice Pasin

Sul piano nazionale, un progetto simile è “Bioseme-SIB”, coordinato dal Crea con un contributo di 240mila euro, per offrire al ministero dell’Agricoltura il “supporto tecnico scientifico” necessario a rendere operative le misure previste dal decreto 15130, con cui nel 2017 è stata istituita la nuova banca dati informatizzata sull’uso di sementi biologiche. Gestita dal “Sistema informativo agricolo nazionale” (prima se ne occupava il centro di ricerca Difesa e Certificazione del Crea), è ufficialmente operativa dal 1° gennaio 2019 per l’inserimento delle disponibilità di seme da parte dei fornitori, e dal 1° febbraio accoglie le richieste di deroga. Per favorire l’uso di sementi biologiche, la banca dati è divisa in tre liste: quella “rossa” (oggi vuota), comprende le specie e varietà per cui non è concessa la deroga, perché sono disponibili quantità sufficienti di seme bio. La lista verde include le varietà indisponibili sul mercato nazionale per cui la deroga è concessa; la gialla quelle per cui va verificata l’offerta e valutata un’eventuale deroga.

In attesa che questo nuovo sistema entri a regime, la maggior parte degli agricoltori continua a preferire le sementi non certificate. E potrà farlo ancora a lungo: fino al 2035, secondo il “Nuovo regolamento per la produzione biologica”, approvato dalla Commissione e dal Parlamento europeo nel 2018 e che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2021. “Sedici anni sono un tempo ancora lungo, mentre un numero di deroghe così elevato limita fortemente il nostro settore e un serio impegno nel bio dei nostri soci”, afferma il segretario dell’Associazione Italiana Sementi (Assosementi), Alberto Lipparini. Dei suoi 170 soci, 147 sono ditte sementiere e nessuna si dedica esclusivamente al biologico. “Sono una ventina quelle che producono anche sementi bio, ma di fatto solo dieci investono con fiducia in questo settore”. Assosementi non esita a definire “perverso” il sistema delle deroghe, che “determina un blocco nello sviluppo del settore”. Le motivazioni economiche degli agricoltori -“i semi bio costano dal 20 al 50% in più, a seconda delle varietà, e danno minori rese”-, sono comprensibili secondo Lipparini, che critica però il sistema derogatorio, “che ostacola le produzioni di sementi bio e consente la certificazione di un prodotto che origina da un seme non bio”.

La Fattoria di Vaira a Petacciato (CB) si estende su 500 ettari coltivati secondo metodo biodinamico © Fattoria Di Vaira

Dallo scorso anno, Assosementi sta valutando con FederBio la possibilità di definire un Protocollo d’intesa per superare il sistema delle deroghe grazie alla programmazione delle produzioni sementiere tra agricoltori e ditte sementiere, e garantire così la tracciabilità della filiera. Un processo che, nelle parole di Lipparini, è fermo per ora ai “buoni propositi” e non è ancora entrato nel concreto, ma che sarà sviluppato nei prossimi mesi.

Secondo il presidente di FederBio, Paolo Carnemolla, “le deroghe devono cessare il prima possibile”, perché i produttori bio dovrebbero “fare di tutto per procurarsi semi certificati. Se non sono in grado di farlo nemmeno nell’arco di una rotazione, in circa cinque anni, non hanno il requisito per restare in questo sistema”. Carnemolla si riferisce in particolare a quelle produzioni di largo consumo, per le quali esisterebbe già un mercato che mette a disposizione le sementi, come l’erba medica, che -secondo il Crea- è coltivata sul 33% degli ettari usati in Italia nella produzione di semi bio.

Anche Carnemolla richiama l’attenzione sui sistemi di certificazione bio, che dovrebbero “indagare le ragioni per cui gli agricoltori non riescono a procurarsi il seme, e se davvero non possono farlo”. E propone di organizzare dei “gruppi di prenotazione e di acquisto delle sementi, per facilitare l’accesso al mercato anche a chi non è organizzato in cooperative”, attraverso la piattaforma del Sian. Per FederBio servirebbero regole più rigide: “Non concedere deroghe fino a quando non si sia esaurita la semente bio disponibile e dare alle deroghe una scadenza”, conclude Carnemolla sottolineando che “il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica è stato pubblicato nel 2018 ed entrerà in vigore nel 2021: in tre anni di tempo si sarebbe potuto dare un segnale chiaro su questo tema”.

Un’altra possibilità, sostenuta da Rete Semi Rurali e approfondita nel libro pubblicato da Pentàgora, è l’autoproduzione. Una scelta direttamente legata al tempo che i contadini possono investire, poiché “per produrre i propri semi ne serve molto di più, oltre al fatto che la produzione che si manda a seme viene di fatto persa”, osserva Pasin. Selezionare e riprodurre i propri semi può essere una pratica semplice se fatta a livello amatoriale, ma va approfondita se è una scelta produttiva dell’azienda. Così, “quasi sempre le realtà più grandi possono riuscirci, ma farlo professionalmente non è semplice”. La Fattoria di Vaira -biodinamica, che si estende su 500 ettari a Petacciato (CB) e conta oltre 100 soci-, collabora da anni con la ditta tedesca Sativa Rheinau, nata per produrre secondo l’agricoltura biodinamica proprio secondo i principi descritti nel libro “Di seme in meglio”. “Un tema centrale è la selezione di sementi adatte alla nostra agricoltura -spiega la direttrice di Vaira, Paola Santi-. I grani, ad esempio, devono avere un certo portamento, una taglia adatta alla produzione di paglia e un’attività radicale importante, per dare vigore la pianta e consentirle di crescere senza l’apporto di concimi. Per questo è necessaria una selezione apposita al nostro modello agricolo”.  La Fattoria produce una parte dei semi che usa; altri li acquista bio, ma capita anche che coltivi in deroga, perché, come dice Santi, “la produzione di sementi bio è una professione che richiede ditte preparate a garantire semi di qualità”. Una filiera che in Italia non è ancora pronta a superare il sistema delle deroghe.


A Scandicci (FI) nasce la nuova sede dell’associazione Rete semi rurali

Un centro di divulgazione, formazione, scambio e ricerca sulla biodiversità. È la “Casa dell’agrobiodiversità”, a Scandicci (FI), la nuova sede dell’associazione Rete Semi Rurali e un laboratorio permanente e aperto a chiunque voglia approfondire il tema dell’agrobiodiversità vegetale e zootecnica, e collaborare alla realizzazione di progetti e iniziative con la Rete. La sede ospiterà una “Casa delle sementi”, per conservare, mantenere e scambiare i semi; una biblioteca e un archivio per studiare e approfondire i temi dell’agrobiodiversità -che per Rete Semi Rurali è “condizione essenziale per uno sviluppo che soddisfi i bisogni della società moderna lasciando alle generazioni future una qualità della vita migliore”-; e degli spazi formativi per conoscere, diffondere e confrontarsi. La festa d’inaugurazione è prevista per sabato 6 aprile 2019 e il progetto si potrà sostenere nei prossimi mesi con un crowdfunding. Per saperne di più: semirurali.net, info@semirurali.net, tel. 348.1904609.

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