Cultura e scienza / Intervista

Sara Michieletto. La consapevolezza è melodia

In un orfanotrofio di Jakarta o insieme ai bambini palestinesi. La musica è anche cooperazione. Il racconto della violinista dell’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia. L’ultimo progetto della musicista veneta riguarda i cambiamenti climatici

Tratto da Altreconomia 187 — Novembre 2016
Sara Michieletto, musicista, violino primo dell’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia - Foto di Elisabetta Zavoli
Sara Michieletto, musicista, violino primo dell’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia - Foto di Elisabetta Zavoli

Ha un sorriso contagioso Sara Michieletto, e mentre racconta dei suoi progetti in giro per il mondo, quelli nei quali utilizza la musica del suo violino con i bambini di strada, gli orfani o le donne di una baraccopoli, canta le melodie per farti capire meglio. Quarantaquattro anni, nata in provincia di Venezia (ma non da una famiglia di musicisti; “eppure fu mia madre a suggerirmi il violino: è leggero e lo puoi portare dove vuoi, mi disse”) è violino primo nell’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia. Ha collaborato con alcuni fra i più celebri musicisti del mondo: Chung, Muti, Tate, Maazel, Masur, Sinopoli.

Di lei il maestro Accardo ha detto: “È una musicista di primissimo ordine ed è in possesso di rare qualità musicali e tecniche. È inoltre dotata di una grande fantasia e di un suono di grande varietà e bellezza”. Ma il punto è un altro: “Mi piace educare non tanto alla musica, ma con la musica”, dice.

Dopo il diploma in conservatorio e il concorso per la Fenice, un’esperienza in Mozambico traccia la strada dei tuoi progetti.
SM Collaboravo già con una ong di Mirano -Ce.Svi.Te.M. (www.cesvitem.it)-, ma avevo separato i due aspetti della mia vita: la musica e la cooperazione. Poi ho capito che anche il mio violino poteva essere uno strumento utile nel lavoro con persone svantaggiate. Ricordo quando un missionario mi portò in un villaggio dove l’unico bianco che avessero mai visto era lui. Volevo suonare qualcosa che piacesse, per cui ho fatto l’“Autunno” di Vivaldi. Eravamo in tanti, erano tutti curiosissimi, sotto un grande albero. Quando ho smesso c’è stato silenzio, poi una grande risata collettiva -l’applauso è una nostra convenzione-. Lì ho capito che la musica va portata dappertutto, anche fuori dai teatri. Che la bellezza deve arrivare anche là dove non te l’aspetti. E che può avere effetti insperati. In India, anni dopo, ho lavorato con i bambini di una baraccopoli di Chennai: un giorno ho portato alcuni di loro in studio -minuscolo- di registrazione e ne è nato un cd (che si ascolta o compra qui). I loro visi erano emozionatissimi. La maestra cantava con loro una ninna nanna che nessuna mamma aveva mai avuto tempo o modo di insegnargli. Li facevo giocare con la musica, per poi riflettere sulle loro emozioni. È una cosa che ho imparato grazie ad alcuni corsi sulla non violenza che ho frequentato, e poi approfondendo l’approccio del Teatro dell’Oppresso, durante un mio soggiorno in Brasile. La “pedagogia dell’emozione” vuol dire identificare e capire le emozioni: un’occasione  per conoscersi e comprendersi, per conoscere e comprendere gli altri, per accettare la propria affettività e quella altrui. Propongo attività nelle quali la musica è sempre presente, e dove la conoscenza delle emozioni inizia col darle un nome, stimolando poi la comprensione di sentimenti simili ma con specifiche diverse  e valorizzando l’osservazione, l’interiorizzazione e la scelta di comportamenti in date situazioni.Consapevolezza emotiva attraverso la musica: è questo di cui mi occupo.

In questa attività collabori con vari musicisti ma anche psicologi e formatori.
SM Ho conosciuto tante persone, artisti e non solo, che gratuitamente prestano la loro opera, senza le quali nulla di quello che faccio sarebbe possibile. A volte anche piccoli gesti, come la signora Maria che teneva in braccio un neonato durante i miei incontri, ad esempio, nell’orfanotrofio di Jakarta, dove ho lavorato fino al 2014. Anche in quel contesto abbiamo utilizzato la musica per far sentire -a bambini e operatori- le proprie emozioni attraverso il corpo. Il risultato è stato innanzitutto che gli episodi violenti nella struttura hanno preso a diminuire. Se presti attenzioni alle tue emozioni, le riconosci, e puoi meglio decidere come comportarti di conseguenza. Ma uno altrettanto importante è stato che i ragazzi hanno iniziato a pensare al loro futuro con più slancio e creatività: ricordo un ragazzo che, dopo due anni di corso, mi ha raccontato di voler diventare sindaco del suo paese di origine. A volte può essere anche drammatico, o liberatorio: nel 2004, in un progetto con il ministero dell’Educazione palestinese, stavo suonando quattro brani, per quattro diverse emozioni. Una ragazzina a un certo punto scoppia a piangere: aveva da poco perso il padre in un bombardamento.

“La ‘pedagogia dell’emozione’ vuol dire identificare e capire le emozioni: un’occasione  per conoscersi e comprendersi, per conoscere e comprendere gli altri, per accettare la propria affettività e quella altrui. Propongo attività nelle quali la musica è sempre presente”

Il tuo progetto più recente riguarda i cambiamenti climatici.
SM L’abbiamo chiamato “Emotion for change” e include un concerto che dura circa un’ora. Oltre a me ci sono il violinista Gianluca Febo e il sassofonista Giorgio Schiavon. Ogni brano ha un preambolo, un racconto, un gesto, soffio nel violino e cerco di ispirare concentrazione e rilassamento. Con l’incedere dei brani si passa a un crescendo drammatico e angosciante: al contrario della paura, che blocca, io credo che l’angoscia -se la riconosci e ci lavori- può portare ad agire. Poi un esperto parla di clima e di scenari relativi alla città nella quale si svolge il Concerto. Questo per toccare  personalmente il pubblico, per far capire che il cambiamento climatico non è un problema lontano ma riguarda ciascuno di noi. L’angoscia si stempera con la “Meditation” dell’opera Thaïs di Massenet, un brano splendido. C’è anche un brano buffo -“Amor dormiglione”, di Barbara Strozzi, autrice veneziana del 1600- che accompagna l’intervento di un’attrice, Susi Danesin. Alla fine di ogni concerto regaliamo al pubblico dei semi: sono il simbolo del piantare anziché dell’estrarre. Cominciamo a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile: ci troveremo a fare l’impossibile. Anche con la musica.

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