Diritti / Opinioni

La salute globale a Padova e il ruolo delle multinazionali. Tra marketing e impegni concreti

“Global Health”, il primo festival della salute globale in Italia, si è concluso nel capoluogo veneto il 7 aprile. “Per gli appassionati di salute globale è stata senza dubbio una buona notizia”, scrive Nicoletta Dentico, fondatrice della Ong Health Innovation In Practice, già membro del cda di Banca Etica e vicepresidente della Fondazione Finanza Etica. Che tra le luci mette in evidenza diverse ombre. A partire dalla presenza di alcuni sponsor

© Zhen Hu / Unsplash

Padova ha ospitato Global Health, il primo festival della salute globale in Italia, che si è concluso il 7 aprile, giornata mondiale della salute. Per un’appassionata di salute globale come me l’idea del festival è stata senza dubbio una buona notizia. Il Veneto nuovamente protagonista, e questa volta non per aizzare agende retrive sulla famiglia naturale, bensì per promuovere un tema che dovrebbe registrare il massimo impegno da parte dei singoli governi e della comunità internazionale tout court. La salute infatti è il bene primario di ogni persona e comunità. Oggi, l’unico uomo politico che l’ha messa al centro della sua campagna elettorale, ovviamente perché la situazione è particolarmente tragica nel suo Paese, è Bernie Sanders. Intuirono invece la potenza di questo tema i politici che, all’indomani della seconda guerra mondiale, istituirono il primo sistema sanitario nazionale in Inghilterra, e poi in Francia, come strategia per promuovere pace e sicurezza fra i popoli in Europa. Alla fine degli anni 70, la legge 833/78 diede vita al Servizio sanitario nazionale in Italia: un bene comune che ha fatto fare passi da gigante al nostro Paese, e che oggi rischiamo assai seriamente di perdere. La popolazione non ha la percezione della posta in palio, anche se peggiora la salute degli italiani. D’altro canto, la politica non tratta questo tema se non per i tagli da imprimere al settore della sanità, sempre percepito come uno costo. L’ignoranza del mondo politico in campo sanitario impedisce la comprensione della gestione della salute, in un mondo globalizzato, e induce così a soluzioni sbagliate. Un festival che tratta la questione su scala internazionale e sviscera le connessioni fra disuguaglianze e salute, in un mondo in trasformazione, era dunque necessario. Peccato, casomai, che nessuno ne abbia parlato.

I promotori del festival erano attori di grande rispettabilità: Editori Laterza gli ideatori, insieme al Comune e l’Università di Padova, tutti in partnership con l’esperienza locale di salute globale, Cuamm, Medici con l’Africa (Ong padovana con una storia antica e radici profonde in diversi Paesi del continente africano). La direzione scientifica stava in capo alla potente coppia istituzionale formata da Walter Ricciardi e Stefano Vella. Molti i panel e i temi trattati. Molti ospiti internazionali, come Jeffrey Sachs, oltre a diversi rappresentanti dell’Oms tra cui Ranieri Guerra, della direzione generale dell’Agenzia. Molti i punti di vista nell’incrocio tra scienza, economia e società, com’è giusto che sia. Perché la salute non è assenza di malattia, ma un congiunto di politiche interdisciplinari incentrate sui diritti. Lo dice a chiare lettere la “Costituzione” della Oms.

Molte luci, quindi, ma anche diverse ombre. La prima riguarda il parterre di sponsor. Certo, con la necessità di strutturare la responsabilità sociale d’impresa nel solco della Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, la massiccia presenza delle imprese multinazionali appare ormai una tendenza inesorabile. Una condizione che solleva qualche sporadico mormorio di disapprovazione, quando va bene. Ma la lista degli sponsor del denso programma del festival di Padova –l’italiana Eni, accanto a sei aziende farmaceutiche, per citare i principali– induce alcune domande scomode, non più rimandabili. Ad esempio, sul limite accettabile dei processi di camuffamento delle grandi aziende in nome della sostenibilità, oggi un importante brand di mercato. Oppure, sul fatalistico allineamento agli interessi privati di importanti attori pubblici e del terzo settore. La questione è ancora più cogente visto che stiamo parlando di salute, ovvero del diritto che maggiormente confligge con alcuni dei settori produttivi che hanno finanziato il festival. Su questi temi, in passato, ho visto esercitate pratiche di severità da parte di esponenti della salute globale italiani presenti al festival.

Prendiamo il caso di Eni, azienda pubblica legata alle estrazioni petrolifere e grande protagonista della politica estera italiana, oltre che (dal governo Monti) affermato attore della cooperazione internazionale. Nell’ultimo anno, Eni ha fatto circolare tra le Ong italiane un questionario molto puntuale di valutazione delle Ong per raccogliere dati sul loro lavoro nei Paesi in via di sviluppo: un assessment di potenziali fornitori, di cui avvalersi eventualmente per costruire scuole, pozzi o fare corsi nelle zone dei progetti estrattivi nel mondo. Immaginando di tralasciare per un momento la connessione oltremodo documentata fra industria estrattiva fossile, cambiamento climatico e danni irreparabili sulla salute della popolazione mondiale, Eni ancora oggi registra un deciso ritardo rispetto ad alcuni dei suoi concorrenti (Shell, BP, ERG) sul piano di sviluppo delle rinnovabili. È questo il motivo per cui alcune realtà impegnate nell’azionariato critico (Fondazione Finanza Etica, Re-Common e l’inglese Global Witness) partecipano da qualche tempo alla sua assemblea annuale degli azionisti. L’obiettivo dell’azionariato critico è anche far emergere la problematicità delle strutture societarie con cui Eni gestisce il petrolio in Congo e sugli intrecci della vicenda “OPL245”, il mega giacimento offshore nigeriano per cui Eni, Shell e loro dirigenti sono a processo a Milano per corruzione internazionale. Con innegabile abilità, la dirigenza dell’Eni ha coinvolto negli ultimi anni diverse personalità e associazioni per ingaggiarle in una sorta di apologia sulle virtù del maggior produttore straniero di petrolio in Africa, a beneficio della salute e dello sviluppo sostenibile del continente.

Le sponsorship farmaceutiche non sono una novità nei grandi eventi sulla salute, ma rimangono controverse. In seno all’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), in passato, abbiamo a lungo dibattuto sulle implicazioni controverse di simili prassi. Molta letteratura accademica esiste sul conflitto di interesse che si produce con queste pratiche di marketing delle aziende, anche perché la battaglia contro i monopoli farmaceutici resta una delle derive più ruvide della globalizzazione, solo che oggi ingaggia anche i governi del Nord, non più solo i Paesi poveri. Colpisce la sponsorizzazione di Gilead. Gilead Sciences è la azienda che nel 2013 ha inaugurato una nuova stagione di inaccessibilità alle cure, su scala globale, trasformando il medicinale salvavita Sofosbuvir contro l’epatite C in un vero e proprio derivato finanziario (su questa strada si gioca adesso la dura partita per l’accesso alle cure oncologiche).

Sofosbuvir è un antivirale diretto orale più sicuro, efficace e tollerabile dei precedenti farmaci contro l’epatite C, e costituisce l’ossatura delle principali combinazioni terapeutiche contro questa malattia. Il farmaco fu lanciato al prezzo di 84.000 dollari per una trattamento di 12 settimane negli USA, e al costo negoziato di 68.000 euro in Europa, in una estenuante battaglia la ribasso. Cifre da capogiro, che misero a dura prova i bilanci sanitari di regioni e Stati europei. In Italia, per la prima volta, si derogò al principio dell’universalismo delle cure essenziali, a causa del costo esorbitante del farmaco; l’Italia è il Paese con la più alta prevalenza di Epatite C in Europa, mentre nel mondo sono 69 milioni le persone che non hanno ancora accesso alla cura e da anni manifestano nelle piazze asiatiche e latinoamericane per denunciare questo crimine. La Cina ha cancellato tutti i brevetti Gilead nel 2018 per far produrre il farmaco dalle aziende cinesi. Lo scorso dicembre sei organizzazioni -tra cui MSF, Médecines du Monde, AIDES, Salud por Derecho- hanno fatto appello all’European Patent Office (EPO) contro il brevetto di Gilead, confutandone la validità sotto un profilo scientifico e legale.

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