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Riscoprire il senso civico per diventare cittadini liberi

I processi educativi trasmettono l’importanza del rispetto degli altri e delle regole: rappresentano l’unica via per avere una democrazia sana. La rubrica di Pierpaolo Romani di Avviso Pubblico

Tratto da Altreconomia 241 — Ottobre 2021
© Remi Walle - Unsplash

Per battere il Coronavirus serve il vaccino, ma anche comportamenti responsabili, rispettosi delle regole stabilite dalle autorità. Quante volte, dall’inizio della pandemia, abbiamo sentito ripetere queste parole. Quante volte si è fatto appello al senso civico degli italiani ovvero a quel sentimento che, secondo l’Istat, si può definire come “l’insieme di comportamenti e atteggiamenti che attengono al rispetto degli altri e delle regole di vita in una comunità”. Il senso civico, quindi, è uno dei pilastri portanti di un sistema civile e democratico, un sentimento che richiama a una convinzione interna rispetto alla necessità e alla convenienza di rispettare le regole per vivere bene insieme.

I risultati di uno studio sul senso civico nazionale realizzato proprio dall’Istat tra il 2016 e il 2018, evidenziano come la violazione delle norme sulla circolazione stradale e sul decoro urbano è giudicata più grave dell’infedeltà fiscale e del ricorso alla raccomandazione per trovare un lavoro. In particolare, lo studio sottolinea come noi italiani abbiamo un rapporto “elastico” con le regole: intransigenti di fronte a situazioni di vita quotidiana -il buttare una carta per terra, il parcheggio in seconda fila (ma non l’uso del cellulare alla guida), l’imbrattamento dei muri delle città, passare con il rosso o guidare la moto senza casco- ma tolleranti rispetto al non pagare le tasse. Ben sette intervistati su 10 tollerano l’infedeltà fiscale giustificandola con la bassa qualità dei servizi erogati (22%), la presenza di evasione fiscale (5,4%) ma anche motivazioni di principio (“i soldi sono di chi se li guadagna”, 2%). Anche farsi raccomandare per trovare un lavoro non è un problema.

70% è la percentuale di intervistati dall’Istat che tollera l’infedeltà fiscale giustificandola con la bassa qualità dei servizi erogati (22%) e la presenza di evasione fiscale (5,4%)

“Dal punto di vista territoriale, la pratica clientelare nella ricerca del lavoro è leggermente più accettata al Nord che al Sud e nelle Isole” scrive l’Istat, ribaltando una percezione di segno opposto nell’opinione pubblica. Pensiamo ai dati sopra citati e rapportiamoli, ad esempio, ai tanti discorsi sul nostro debito pubblico e su quante volte ci è stato ripetuto che occorre tagliare la spesa corrente per abbassarlo -leggi: distruggere il welfare pubblico- oppure pensiamo ai discorsi sulla meritocrazia e sulla fuga di giovani intelligenze dal Paese. Dobbiamo capire che l’illegalità non conviene poiché sottrae risorse allo sviluppo, produce ingiustizia sociale, povertà materiale e culturale, nonché un ambiente dove la qualità della vita è peggiore. La ricerca dell’Istat evidenzia che “un quarto delle persone di 14 anni e più giudica la corruzione un fatto naturale e inevitabile, sei persone su 10 considerano pericoloso denunciare fatti di corruzione mentre oltre un terzo (36,1%) lo ritiene inutile”.

A parte il senso di rassegnazione -“non cambierà mai nulla”- un dato come quello appena citato pone la necessità di riflettere sul rapporto tra cittadini e Stato, sul grado di fiducia dei primi verso il secondo, sulla capacità delle istituzioni di proteggere chi denuncia, sullo stato del nostro sistema giudiziario. Leggendo il report dell’Istat si apprende che “le donne si mostrano più attente alle regole di comportamento degli uomini mentre i giovani sono meno rispettosi degli anziani”. Segno che il rispetto delle leggi e delle regole di una comunità ha bisogno di essere sostenuto da un processo educativo e culturale -le sanzioni non bastano- che trasmetta l’importanza di rispettare gli altri e la necessità di imparare a battersi per il riconoscimento dei propri diritti senza ricercare, in modo clientelare, di ottenere dei privilegi. Qui sta il confine tra cittadini liberi e maturi, capaci di scegliere, e cittadini-servi. Da qui passa la qualità della democrazia di un Paese.

Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie”.

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