Cultura e scienza / Intervista

Massimo Castoldi. La resistenza dei maestri

Nel suo ultimo libro “Insegnare libertà” racconta le storie di dodici insegnanti elementari antifascisti. Che sfidarono lo schema restrittivo della cultura fascista

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019

L’appuntamento con Massimo Castoldi, critico letterario e professore di Filologia italiana all’Università degli Studi di Pavia, è a pochi passi dal Duomo di Milano, in via Dogana, dove ha sede la Fondazione Memoria della Deportazione. Tra i libri di storia sulla scrivania c’è anche il suo ultimo lavoro, “Insegnare libertà” (Donzelli editore, 2018), che raccoglie e racconta in maniera fresca e originale dodici storie di altrettanti maestri antifascisti. Omogenee per il periodo -eccetto quella di Fabio Maffi- ma diverse per esperienze, vissuti e orientamenti politici.

Professor Castoldi, da dove è nata l’idea del volume?
MC La presa d’atto di uno squilibrio: mentre abbiamo una bibliografia molto ricca per quanto riguarda la scuola elementare, l’istruzione, le modalità e gli schemi fascisti, non abbiamo assolutamente niente, se non alcune informazioni locali e parziali, di come hanno vissuto il periodo del regime gli insegnanti antifascisti, soprattutto gli insegnanti elementari. Da qui ho incominciato a ragionare su alcuni di questi maestri e ho scoperto che il fenomeno è macroscopico, cioè i maestri antifascisti erano tanti anche perché nel periodo pre-fascista i partiti socialista e popolare avevano ottenuto un grande consenso tra i maestri elementari e di riflesso i maestri elementari avevano acquistato un ruolo sempre più importante nella storia della cultura italiana.

In quali condizioni ha trovato gli archivi scolastici italiani?
MC Tutti non regolarmente agibili. Spesso nelle scuole i materiali sono accatastati, abbandonati in qualche scantinato, in qualche stanza di sgabuzzino. Sono andato in alcune scuole e non ho trovato niente, perché il materiale era stato distrutto, o durante la guerra ma anche in tempi più recenti. In altre scuole ho trovato materiali diversificati. Qualora questi maestri, e per la maggior parte è avvenuto, fossero stati però segnalati alla questura fascista per qualche loro inadempienza, ci sono gli archivi di Stato che contengono gli archivi delle questure, e lì ho trovato parecchio materiale. In alcuni casi ho lavorato su testimonianze anche dirette di alunni. In altri casi mi sono rifatto a pubblicazioni di area locale ma che avevano già studiato qualcosa di queste singole personalità. Qualcuno ha prodotto degli scritti come Mariangela Maccioni, che ha lasciato il suo diario, o Abigaille Zanetta. Qualcuno come Salvatore Principato non ha lasciato nessuna testimonianza e ho dovuto ricostruire tutto su materiale indiretto.

Con quale modello si scontrarono i maestri?
MC Il modello dominante del fascismo era quello di un’istruzione guerriera. Gallo Galli, professore universitario di Bologna dell’epoca, aveva ben rappresentato l’idea di un’istruzione che si fondava sul principio che i bambini, fin da piccoli, dovevano essere preparati all’idea di sacrificare se stessi per la patria, che la patria era il principio per il quale vivere. Due erano le materie fondamentali. Una era la storia -non come la dovremmo intendere noi- insegnata come l’acquisizione di consapevolezze per le quali la guerra era inevitabile per affermare i diritti dei popoli. Dall’altra parte era molto importante l’educazione fisica per la preparazione a una disciplina che implicasse anche il sacrificio della propria vita. Ed è proprio sul tema della guerra che nascono le prime frizioni con questi maestri. Alda Costa, nel 1917 -il fascismo era ancora di là da venire come fascismo storico ma già in nuce nella società-, si rifiuta di portare i suoi bambini a vedere un film sulla presa di Gorizia. Sosteneva che presentare la guerra, la violenza, a dei bambini della scuola elementare fosse diseducativo. Unica in tutta Ferrara fu accusata di essere anti-italiana, e come tale venne emarginata, perseguitata dai giornali.

Quali storie l’hanno più impressionata?
MC Mi hanno lasciato molto sorpreso i maestri del gruppo Labor -tra loro Giuseppe Latronico-, cioè i maestri che cercarono di eludere lo schema restrittivo della cultura fascista e che per poter dare un’istruzione universale e non contaminata pensarono di realizzare il “Dizionario enciclopedico” e “L’Enciclopedia del ragazzo italiano”. Pur accogliendo inevitabilmente inserti fascisti, cercarono di dare un sapere il più possibile libero dalla contaminazione del fascismo, relegando la dottrina del regime a questi soli inserti, e permettendo così alla maggior parte delle persone di elevare in modo libero la propria cultura, perché questo era un principio fondamentale del maestro socialista. Se il popolo si eleva culturalmente, allora è anche poi capace di operare le proprie scelte, questo è un problema che valeva allora e che vale ancora oggi: tenere il popolo nell’ignoranza, o ancora peggio nell’illusione di non essere ignorante, è l’operazione sulla quale lavorano tutte le dittature. Questi maestri, giocando di fioretto col potere ed evitando così la censura, lasciano lo spazio necessario al fascismo e cercano allo stesso tempo di far passare una cultura diversa. Questo approccio molto raffinato in momenti così difficili mi pare un’operazione estremamente coraggiosa. Le storie più toccanti sono quelle finite tragicamente. Penso a quelle di Anna Botto e Salvatore Principato, figure opposte per sensibilità, cultura e attività. Entrambi hanno collaborato all’antifascismo e alla Resistenza. Anna Botto, cattolica fino al midollo, sente di dover aiutare gli altri, inglesi o partigiani. E un giorno porta le sue alunne al funerale di un partigiano ucciso dai fascisti, come atto di sfida determinato contro il regime. Ed è una delle cause che la porterà a morire, forse bruciata viva, nel campo di Ravensbrück. Un atto di grande fiducia nei propri principi: questo si deve fare e questo si fa, qualunque siano le conseguenze. Che è poi lo stesso comportamento del socialista Salvatore Principato, fucilato in piazzale Loreto a Milano.

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