Economia / Approfondimento

Quando il capitale sociale e diffuso dà vita alle imprese collettive

Dal 2014 a oggi in Italia sono aumentate le imprese e le startup che chiedono di sostenere un progetto diventando azionisti con piccole quote. È l’equity crowdfunding: strumento alternativo per un mercato più “democratico”

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
L’evento di lancio della campagna di equity crowdfunding del Forno Brisa di Bologna nel novembre 2019. Sono stati raccolti 1,2 milioni di euro © Archivio Forno Brisa

Tra i cartelloni che a metà novembre guardano dall’alto ciclisti e automobilisti che attraversano piazzale Loreto, il grande snodo nel Nord-Est di Milano, uno raffigura una bottiglia di birra. Il claim è “People. Planet. Beer. In that order”. Le persone, il Pianeta, la birra. In questo ordine. La pubblicità è firmata BrewDog e l’etichetta si chiama Punk IPA: BrewDog è un birrificio scozzese ed è nato nel 2007 dall’intuizione di due giovani, non ancora trentenni, che non ne potevano più di bere birra industriale. Si chiamano James Watt e Martin Dickie. Nel 2009 avevano bisogno di soldi per rispondere a una richiesta di mercato che cresceva di settimana in settimana e così lanciarono una campagna di sottoscrizione: i clienti potevano diventare soci di BrewDog, partecipare attivamente allo sviluppo aziendale. Il modello lo hanno chiamato “Equity for Punks” e in 11 anni, a più riprese, ha portato 145mila soci, da 70 Paesi, a investire 70 milioni di euro sulla rivoluzione della craft beer, la birra artigianale. Nel 2010 BrewDog dava lavoro a 37 persone, oggi sono 1.767. L’azienda nel 2019 ha fatturato 214 milioni di sterline. Questa crescita è stata resa possibile dal successo di un modello di finanziamento che non hanno inventato loro, e si chiama equity crowdfunding: è un modello punk perché alternativo o complementare alla finanza tradizionale, al prestito che gli istituti di credito spesso faticano a concedere a un’impresa giovane o a una startup. La folla (crowd) che partecipa alla campagna apporta capitale sociale (equity). Oggi anche in Italia BrewDog ha tre bar di proprietà, a Firenze, Bologna e Roma. La campagna in corso quest’inverno, “Equity for Punks Tomorrow”, andrà a finanziare investimenti per trasformare il gruppo nel primo birrificio carbon neutral al mondo, come spiega anche la pubblicità di piazzale Loreto.

7,5%: oggi l’equity crowdfunding rappresenta circa il 7,5% della dimensione del venture capital in Italia

L’universo di riferimento quindi è il crowdfunding, un sistema che anche Altreconomia utilizza per accompagnare la realizzazione di alcuni libri (gli ultimi sono “Senza respiro” di Vittorio Agnoletto e “Ho preso il terremoto” di Giulia Scandolara). Quello di Altreconomia è conosciuto come reward crowdfuding: prevede, cioè, una ricompensa. Nell’equity, invece, chi sceglie di sostenere un progetto diventa azionista dell’impresa. Questo tipo di crowdfunding è stato introdotto in Italia dal DL 179/2012, il “Decreto sviluppo bis”, che apre alla raccolta di capitale di rischio attraverso Internet con il fine di favorire la nascita e lo sviluppo di imprese startup innovative. Un regolamento Consob del 2013 ha specificato le caratteristiche dei soggetti autorizzati alla raccolta: al 30 giugno 2020 risultavano autorizzati in Italia 42 portali, il 20% in più rispetto all’anno precedente. Le campagne di raccolta alla stessa data erano 595, organizzate da 547 imprese diverse. I dati sono dell’Osservatorio “Entrepreneurship Finance & Innovation” della School of Management del Politecnico di Milano, che nel luglio scorso ha presentato il “Quinto report italiano sul crowdInvesting. Il rapporto evidenzia che il capitale raccolto dalle 402 campagne chiuse positivamente al 30 giugno 2020 era pari a 158,86 milioni di euro. L’Osservatorio ha analizzato in dettaglio un campione di 269 campagne, su cui hanno investito 10.668 persone fisiche e 708 persone giuridiche. Il 54,7% dei nuovi soci, tra le persone fisiche, ha investito meno di mille euro.

“Il fatto che spesso l’investimento sia polverizzato corrobora l’essenza dello strumento del crowdfunding come somma di tanti contributi piccoli, che in aggregato possono fare la differenza”, spiega ad Altreconomia il professor Giancarlo Giudici, che insegna Corporate finance al Politecnico di Milano e coordina il rapporto. “Da una parte gli investitori capiscono che diversificare e puntare su più cavalli è una giusta strategia, dall’altra è chiaro che oggi è possibile partecipare a investimenti una volta dominio esclusivo degli investitori professionali (nel campo immobiliare e nel venture capital, le società specializzate in investimenti in startup) anche con somme piccole abbordabili per un cliente retail. Siamo di fronte a una democratizzazione del mercato del capitale, ma non dimentichiamo che si tratta di investimenti illiquidi (in società non quotate) e rischiosi”, continua Giudici.

 

Nel 2019, ultimo anno per cui i dati sono completi, sono stati lanciate 184 campagne. Nel 2014, il primo dell’equity crowdfunding in Italia, erano appena dieci. La percentuale di successo è passata nello stesso periodo dal 40 al 75%. Tre portali -Mamacrowd, Crowdfundme e Walliance- da soli valgono oltre il 50% del mercato. Il primi due sono generalisti, il terzo si dedica in modo esclusivo al real estate crowdfunding: investe in progetti immobiliari in fase di sviluppo. “I numeri misurano a mio avviso un successo: l’equity crowdfunding ormai rappresenta circa il 7,5% della dimensione del venture capital in Italia”, sottolinea Dario Giudici, fondatore e amministratore delegato di SiamoSoci Srl che è il gestore di Mamacrowd. L’equity crowdfunding, cioè, è un partner per le nuove imprese che cercano capitale per il proprio sviluppo. La piattaforma Mamacrowd è nata nel 2016. “Circa un terzo degli utenti ha fatto più di un investimento negli anni mentre il 13% ne ha fatti più di 10: è un dato importante, che indica che il mercato ha compreso l’importanza di creare un portafoglio diversificato su questi investimenti per ridurne significativamente il rischio”.

L’equity crowdfunding non è uno strumento solo per aziende digitali, basate sulla tecnologia. Gli operatori sono aperti anche alle piccole e medie imprese che operano in ambiti tradizionali, “quando si vede un potenziale caso di successo”, sottolinea Giudici. Questo è “importantissimo in un Paese come l’Italia in cui le Pmi sono il cuore dell’economia e hanno un importante fabbisogno di capitali”. Tra le cinque campagne di Mamacrowd che nel 2020 hanno raccolto oltre un milione di euro ci sono quelle di Forno Brisa (panettieri), Barberino (negozi di barbiere) e Benvenuto (catena di ristoranti baby-friendly). Che il futuro dell’equity crowdfunding guardi sempre più a settori tradizionali ne è convinto anche Tommaso Baldissera Pacchetti, fondatore e amministratore delegato di Crowdfundme. “Il successo di un portale viene misurato in termini di credibilità: sul breve posso raccogliere anche 10 milioni di euro ma se non sono bravo a farli diventare almeno 10,1 milioni, il pubblico smetterà di seguirmi. Il nostro compito è la selezione degli emittenti che generino un aumento del valore del capitale investito. Per fare questo in Italia ha senso lavorare non solo con le startup ma anche per piccole e medie imprese -nei settori del design, dell’artigianato- che abbiano già una marginalità positiva”. Tra i casi di successo cita il Birrificio artigianale friulano 620 passi.

“Il portale che dà più fiducia è quello che ha concretamente saputo rivalutare l’investimento”. L’Osservatorio del Politecnico di Milano ha ideato l’Italian Equity Crowdfunding Index: se un cittadino avesse investito 100 euro in ogni campagna di crowdfunding, oggi il valore teorico del suo portafoglio sarebbe cresciuto del 10,41%. Giacomo Bertoldi è l’amministratore delegato di Walliance: “Su ogni operazione immobiliare facciamo un’attività di analisi accurata”, spiega. “Analizziamo la capacità di assorbimento degli immobili su quello specifico mercato e approfondiamo i requisiti di onorabilità sui soci della società: anche un’operazione bella se dal punto di vista finanziario ha margini contenuti ed è troppo rischiosa non la finanziamo”. Walliance focalizza la sua attenzione su progetti già in fase di sviluppo e che con l’apporto del crowdfunding siano completamente finanziati. La crisi immobiliare del decennio scorso (il mercato non assorbiva le nuove costruzioni, gli operatori drogati da anni di credito dato con leggerezza non sapevano più come restituire i prestiti, le banche non finanziavano più) è un monito. “Per l’investitore -spiega Bertoldi- l’immobiliare è qualcosa che conosci e puoi monitorare con facilità”.

Tra i segreti del successo di una campagna di equity crowdfunding, però, non ci sono solo i requisiti finanziari. Secondo il professor Giudici, ad esempio, è fondamentale arrivare alla campagna con un nucleo già pronto di primi investitori, avendo diffuso alcune informazioni in anteprima. A quella che Pasquale Polito e Davide Sarti, i due fondatori di Forno Brisa, definiscono “comunità”. Per loro, che cinque anni fa hanno dato vita al forno con campo di Bologna e oggi gestiscono tre negozi nel capoluogo emiliano, la campagna di equity crowdfunding è stata lo strumento per realizzare un’impresa collettiva. I soci da due sono diventati 359. Lo raccontano nel libro “Ricette rubate per artigiani, sognatori e startupper” (Cook_Inc., 2020) in uscita a dicembre: è uno degli investimenti fatti con il capitale raccolto, 1,2 milioni di euro.

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