Economia / Opinioni

Vi spiego la “paperoniale”, un’imposta giusta sulla ricchezza finanziaria

Una petizione chiede al Parlamento di introdurre una “tassa” sulla ricchezza finanziaria con esenzione per le famiglie meno abbienti. La proposta ha sollevato diverse perplessità alle quali risponde il prof. Guido Ortona, già ordinario di Politica economica all’Università del Piemonte Orientale e tra i promotori dell’iniziativa

© Chronis Yan - Unsplash

Sul sito www.paperoniale.it gestito dal Centro studi Argo di Torino si raccolgono le firme per una petizione (non un appello) che chiede al Parlamento di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria con esenzione delle famiglie meno abbienti. Ricchezza finanziaria, quindi non sulle case. Il testo della petizione è il seguente.

“Noi cittadini italiani chiediamo, in ottemperanza all’art. 50 della Costituzione che sancisce il diritto dei cittadini di rivolgersi direttamente al Parlamento, che:

1. Il Parlamento impegni il governo a introdurre un contributo di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi con esclusione delle case e degli altri beni immobili), con aliquote progressive (comunque non superiori all’1%) e una quota esente;

2. Nella norma in materia venga espressamente stabilito che i proventi di questo contributo devono essere interamente investiti nel miglioramento dei servizi per i cittadini, in particolare a vantaggio delle persone maggiormente in difficoltà, e per creare lavoro per i giovani disoccupati. Entro questo ambito la ripartizione dei fondi dovrà essere oggetto di una rigorosa valutazione tecnica.

3. Riteniamo che decidere quali aliquote applicare, e quindi quali somme ottenere, debba essere valutato del Parlamento. Quanto segue quindi è solo un suggerimento. Proponiamo la totale esenzione per la metà delle famiglie a più basso reddito, un’aliquota media intorno allo 0,8% per il decimo più ricco, e un’aliquota media intorno allo 0,15% per le altre. Dato che in Italia la ricchezza finanziaria è molto concentrata, il gettito dovrebbe essere superiore ai 20 miliardi di euro”.

L’iniziativa si basa sulle analisi di un gruppo di economisti e sociologi delle Università di Torino e del Piemonte Orientale, i professori Filippo Barbera, Maria Luisa Bianco, Giancarlo Cerruti, Bruno Contini, Ugo Mattei, Francesco Scacciati, Pietro Terna, Dario Togati, Willem Tousijn e l’autore di questo articolo. Come è noto, spesso gli accademici commettono degli errori; ma penso che il loro sforzo meriti almeno una attenta considerazione, e di non essere accantonato sulla base di pregiudizi e perplessità. I pregiudizi sono poco commendevoli, le perplessità invece meritano una risposta.

In questo articolo cercherò di rispondere a quelle che abbiamo più sovente incontrato, rinviando al sito per ulteriori approfondimenti e invito i lettori a scrivermi per chiarimenti ulteriori (guido.ortona@uniupo.it).

Perché solo la ricchezza finanziaria e non anche quella immobiliare?
Per due motivi. La ricchezza di cui parliamo è quella ufficialmente censita e di cui è nota la proprietà, quindi l’imposta potrebbe essere riscossa “con un click”, come già avviene per l’imposta di bollo sui risparmi; mentre un’imposta sulla ricchezza immobiliare richiederebbe calcoli complessi, oltre a essere piuttosto erratica (la stessa abitazione può essere l’unico bene lasciato ai figli da una famiglia di lavoratori e una delle dieci di proprietà di un ricco).

Di solito -ed è la seconda ragione- la ricchezza finanziaria e quella immobiliare viaggiano insieme. Chi non ha una casa di proprietà, o solo quella dove risiede, normalmente ha un piccolo conto in banca, e chi ha un grosso conto in banca ha anche la casa al mare e quella in montagna. La ricchezza finanziaria (circa 4.400 miliardi prima dell’epidemia) è più o meno il 40% di quella totale; un’imposta, poniamo, dello 0,4% sulla prima è sostanzialmente equivalente a una dello 0,16% su quella totale con la stessa progressività, ma come si è visto non comporta alcun adempimento da parte del contribuente.

Non è giusto introdurre un’imposta sulla ricchezza, che dopo tutto è l’accumulo di redditi non spesi, che sono già stati appunto tassati come redditi.
Anche qui, due motivi. La nostra proposta, data la presenza di una quota esente e di aliquote progressive, colpirebbe soprattutto i grandi patrimoni finanziari; questi sono per la massima parte frutto di redditi da capitale, i quali sono tassati in modo proporzionale e non progressivo, in contrasto con la Costituzione. Quindi l’imposta che suggeriamo, avendo aliquote progressive, è pienamente coerente col dettato costituzionale, e col principio, che è difficile definire ingiusto, che l’imposizione deve essere progressiva.

Al di là di ogni altra considerazione, siamo in un’emergenza: le risorse vanno trovate là dove sono, dove è facile reperirle e dove causano i sacrifici minori. Le alternative a tassare la ricchezza sono tassare i redditi, cosa più complicata, più propizia all’evasione e all’elusione, e con effetti peggiori sull’economia; oppure chiedere soldi in prestito. Ora, il famoso “pensionato con i bot sotto il materasso” non esiste più, la quota di titoli di Stato in mano alle famiglie è minuscola. I titoli appartengono per lo più a grossi investitori. Sui titoli si paga un interesse: quindi col debito non solo non si trasferiscono ricchezze da chi più ha a chi meno ha, si fa addirittura il contrario, perché che riceve solidarietà pagata a debito deve appunto pagare gli interessi (oltre a restituire il debito).

Non si dovrebbero invece colpire gli evasori fiscali e i soldi nascosti nei paradisi fiscali?
Si dovrebbero colpire anche, e molto di più, quei patrimoni; non invece. Perché abbiamo imparato, purtroppo, che quei patrimoni godono di buone difese a livello politico, spesso rivestite di motivazioni tecniche. Al contrario, la nostra proposta può essere attuata “con un click”, e quindi non esistono motivi (o pretesti) tecnici per non adottarla.

Non si dovrebbero adottare aliquote più elevate? E usare le imposte patrimoniali per iniziare quella redistribuzione che ormai molti ritengono necessaria (compreso l’Economist e il Financial Times)?
Il dibattito sulla redistribuzione e sulla tassazione dei grandi patrimoni è apertissimo. Chi scrive è a favore di un’imposizione più elevata sui grandi patrimoni e sugli alti redditi. Ma abbiamo volutamente deciso di tenerci fuori da questo dibattito, per evitare che una proposta agevole e poco conflittuale come la nostra venga sacrificata sull’altare di una discussione sui principi. Siamo convinti che il dibattito sulle imposte patrimoniali debba essere ripreso all’interno di un più vasto dibattito sulla riforma fiscale complessiva -ma non possiamo, in emergenza, aspettare che questo dibattito giunga a conclusione-. Quanto alle aliquote, pensiamo che debba essere il Parlamento a fissarle. Noi da una parte volevamo indicare che anche aliquote molto basse, e quindi politicamente praticabili, possono dare un gettito sostanzioso; e dall’altra abbiamo volutamente proposto aliquote talmente basse da non potere essere accusate di causare distorsioni sui mercati finanziari.

Due considerazioni per concludere. È giusto chiedere la solidarietà dell’Europa; ma ci sembra profondamente sbagliato che l’Italia non contribuisca a questa solidarietà chiedendo a sua volta un contributo ai propri cittadini in grado di darlo. E sarebbe ora di affermare il principio che chi deve fare dei sacrifici, quando è necessario, deve soprattutto essere chi ha di più, e non chi ha di meno. Siamo convinti che se la nostra proposta verrà correttamente percepita per ciò che è, e cioè non un ingiusto balzello punitivo ma la richiesta a chi può permetterselo di aiutare la collettività, essa sarà vista con favore anche dai contribuenti. Prima accennavo alla praticabilità politica. Suggerisco che ogni lettore provi a rispondere a questa domanda (se ha un conto in banca o comunque dei risparmi finanziari di almeno qualche decina di migliaia di euro): lei, personalmente, sarebbe disposto a contribuire con lo 0,3% dei suoi risparmi per aiutare i suoi concittadini in questo momento difficile? Per esempio, se ha 50.000 euro, verrebbero sottratti 150 dal suo conto, senza che lei debba fare nulla (all’anno, ovviamente, e finché dura l’emergenza). Si opporrebbe? Noti che la nostra proposta le chiederebbe ancora di meno.

Quanto sopra è tutt’altro che rivoluzionario; in effetti aliquote più alte di quelle suggerite sarebbero del tutto giustificate. Ma è presumibile che ci saranno difficoltà a trovare adeguato riscontro sui grandi canali televisivi e sui grandi giornali. Quindi preghiamo chi legge non solo di firmare la petizione, ma anche di diffonderla.

Guido Ortona è professore ordinario di Politica economica (in pensione), Università del Piemonte Orientale

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