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Perché è indispensabile parlare di tasse, senza paura

Il richiamo alle tasse nel nostro Paese è possibile solo se abbinato all’imperativo della loro riduzione. In realtà, il 41% dei contribuenti versa l’88% di tutte le imposte. Occorre invece analizzare il fisco e riflettere sulla “rifondazione” dello Stato universalistico per renderlo sostenibile di fronte alle nuove condizioni globali. L’analisi di Alessandro Volpi

© Josh Appel - Unsplash

Esiste una parola che sembra proibita nel linguaggio politico italiano degli ultimi anni. È evidente, infatti, che non si può parlare di “tasse” senza suscitare inalberate prese di posizione e durissime invettive, pronte a scatenarsi al primo accenno all’utilizzo di questo strumento di politica economica. Anzi, il richiamo alle tasse è possibile, e persino necessario, soltanto se abbinato all’imperativo della loro radicale riduzione. Una simile censura si basa, però, su un presupposto sbagliato e ha profondi effetti negativi.

Il presupposto sbagliato è costituito dalla convinzione diffusa che gli italiani paghino troppe tasse; in realtà sarebbe molto più corretto affermare che una parte di italiani paga moltissimo e paga anche per altri che non pagano quasi nulla. Poco più del 41% dei contribuenti versa infatti l’88% di tutte le imposte; una condizione sempre meno sostenibile in un Paese che non cresce, dove lo Stato spende per ogni cittadino 1.800 euro all’anno per la sanità a fronte di 19 milioni di contribuenti, in pratica la metà del totale, che paga imposte tali da garantirgli un servizio pari a soli 156 euro.

Gli effetti negativi, come accennato, sono molteplici. In primo luogo non poter parlare di tasse significa favorire comportamenti certo non edificanti in termini di politica economica. Nello Stato immaginifico dei sogni è proibito parlare di tasse, che rappresentano un male in sé, e quindi la crescente spesa pubblica corrente impone di “nasconderle”, di frammentarle in maniera da renderle meno visibili e quindi, in maniera inevitabile, assai disorganiche, prive di una visione generale a cui si supplisce trasferendo una parte crescente del fabbisogno pubblico sul versante dell’indebitamento.

L’identificazione delle tasse con il male assoluto consente inoltre allo Stato, a caccia di risorse per la già ricordata lievitazione della spesa, di cercare un accordo costante con gli evasori, attraverso la logica dei condoni, legittimandoli e, di fatto, accettando di ricevere quanto essi sono disposti a pagare; un patto di cittadinanza al ribasso, davvero squilibrato e ingiusto, concluso con i peggiori contribuenti. Al tempo stesso, in un quadro del genere il ricorso alle clausole di salvaguardia per spostare in avanti l’aumento fiscale diviene, in misura patologica, inevitabile.

Non poter parlare di tasse comporta poi la rinuncia ad uno strumento che storicamente è servito alla politiche pubbliche per muovere nella direzione di una redistribuzione di redditi e ricchezza. Nelle vicende plurisecolari delle democrazie liberali il fisco è stato alla base dei principi della rappresentanza politica ed oggi questa parte essenziale dei processi di giustizia sociale pare rimosso del tutto. Proprio l’emergere di sempre maggiori disuguaglianze imporrebbe invece di mettere mano ad una efficace riforma fiscale che dovrebbe fondarsi su alcuni punti essenziali. Occorre un rapido ripristino della progressività, di fatto cancellata dalle troppe cedolari secche e dalle troppe aliquote differenti che esistono, a parità di reddito, a seconda della natura del contribuente; un elemento che genera il già ricordato peso insostenibile del fisco su una fascia troppo limitata di contribuenti. È altrettanto indispensabile uno spostamento del carico fiscale sulla immaterialità, sui giganti del web e sulle economie digitali dai lauti profitti, con il superamento di sistemi fiscali storicamente pensati e costruiti su beni materiali, reddito e patrimoni, così come risulta necessario un maggior prelievo sulle rendite finanziarie in una fase in cui la grande liquidità generata dalle banche centrali riduce sensibilmente i rischi connessi a tali impieghi.

Non sarebbero da escludere neppure una patrimoniale temporanea, giustificata dal fatto che ben 2.500 miliardi di euro, pari al 25% della ricchezza nazionale, sono nelle mani dell’1% della popolazione, e una rimodulazione dell’imposta di successione, caratterizzata nel caso italiano da una eccessiva esiguità rispetto ai grandi patrimoni. Il venir meno del pericolo, o dell’opportunità, dell’inflazione, renderebbe possibile conciliare una simile riforma -nel cui ambito dovrebbe essere ripensato anche il farraginoso sistema delle detrazioni e delle deduzioni- con un indebitamento a tassi negativi destinato a finanziare gli investimenti pubblici indispensabili. In tal modo si sfrutterebbe la forza dell’euro e si potrebbero rivedere, in maniera indolore sui mercati, i parametri di Maastricht. Dunque parlare di fisco è davvero indispensabile per avviare una seria riflessione sulla “rifondazione” dello Stato universalistico e per renderlo sostenibile di fronte alle nuove condizioni globali. Naturalmente, questa riflessione ha bisogno di una dimensione europea, per essere efficace nel contrasto alla dannosissima concorrenza fiscale, e di una feroce lotta all’evasione. Ma senza un’idea di cittadinanza in cui tasse e imposte sono tratto costitutivo della coscienza civile e “nazionale”, ogni soluzione individuata per far fronte all’esercizio pubblico delle funzioni sociali avrà a che fare con narrazioni miracolistiche e di brevissimo periodo.

Università di Pisa

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