Economia / Attualità

Ogni secondo i paradisi fiscali “bruciano” lo stipendio annuale di un infermiere

Gli artifici fiscali delle società e l’evasione dei privati sottraggono ogni anno 427 miliardi di dollari al fisco globale, l’equivalente del salario annuo di quasi 34 milioni di infermieri. La denuncia di Tax Justice Network e l’ipocrisia della “lista nera” dell’Unione europea

© Vladimir Fedotov - Unsplash

È di 427 miliardi di dollari il valore delle tasse sottratte a livello globale in un anno e finite in Paesi a fiscalità agevolata, pari al salario di 34 milioni di infermieri. Lo denuncia Tax Justice Network (TJN), rete internazionale indipendente attiva nell’analisi del sistema di tassazione globale e dei paradisi fiscali, nel rapporto annuale “The State of Tax Justice 2020” pubblicato il 20 novembre. Sotto esame la perdita del gettito fiscale su scala mondiale dovuta all’evasione fiscale delle imprese e dei privati, messa poi in relazione con le voci di bilancio destinate ai servizi sanitari.

Il report, individuando le responsabilità di ogni singolo Paese rispetto alla sottrazione globale, scatta una fotografia dell’attuale sistema di tassazione, un meccanismo “programmato per fallire” che penalizza fortemente i cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” e alimenta le disuguaglianze.

In Italia l’ammontare dalla perdita fiscale garantirebbe la copertura economica dello stipendio annuale di circa 380.000 infermieri. Stando alla specifica “classifica” redatta da TJN, il nostro Paese sarebbe infatti costretto a rinunciare ogni anno a oltre 12 miliardi di dollari, una cifra pari al 14,91% della spesa per l’istruzione e al 9% di quella sanitaria.
Un impatto sociale drammaticamente diseguale tra Paesi a reddito elevato e quelli in via di sviluppo. Se le perdite fiscali del Nord America e dell’Europa equivalgono rispettivamente al 5,7% e al 12,6% dei bilanci sanitari, quelle dell’America Latina e dell’Africa raggiungono rispettivamente il 20,4% e il 52,5%. Cifre significative in un periodo in cui i sistemi sanitari del mondo sono messi a dura prova dalla pandemia da Covid-19.

La possibilità di analizzare anche le perdite derivanti dalle condotte “infedeli” delle società è il tratto innovativo dello studio di Tax Justice Network. A seguito della pubblicazione nel luglio 2020, da parte dell’Osce, dei dati forniti dalle stesse multinazionali alle autorità fiscali, gli autori del rapporto hanno potuto misurare direttamente gli ammanchi imputabili alle società -245 miliardi di dollari ogni anno- sommandoli a quelli correlati all’evasione dei cittadini -182 miliardi-.

“Le multinazionali -si legge nel report- hanno pagato miliardi di dollari di tasse in meno di quanto avrebbero dovuto spostando 1.380 miliardi di profitti dai Paesi in cui sono stati generati verso i paradisi fiscali, dove le aliquote d’imposta sulle società sono estremamente basse o inesistenti. Gli evasori fiscali privati hanno pagato meno tasse del dovuto accumulando oltre 10.000 miliardi di dollari in attività finanziarie offshore”.

Lo studio individua poi le cinque giurisdizioni maggiormente responsabili delle perdite fiscali globali. Al primo posto si colloca il territorio britannico delle Cayman che causa 70 miliardi di perdite fiscali l’anno, circa il 16,5% del totale, seguito dal Regno Unito (10%) e Paesi Bassi (8,5%). Chiudono il quadro il Lussemburgo (6,5%) e gli Stati Uniti (5,5%).

Nessuno di questi Stati -però- compare nella “lista nera” dei paradisi fiscali adottata dall’Unione europea. Una lista “altamente politicizzata”, secondo gli autori del rapporto, perché ignora i principali paradisi fiscali “concentrandosi su giurisdizioni che sono segrete ma che svolgono un ruolo insignificante nell’economia globale”.
Tanto che le isole Cayman, il Paese maggiormente responsabile della perdita fiscale globale, sono state inserite in questa lista per appena otto mesi, dal febbraio all’ottobre 2020, in quanto la giurisdizione è stata ritenuta conforme alle norme fiscali internazionali. Un paradosso.

Come conseguenza, i Paesi inseriti nella “black list” europea sono responsabili solamente del 2% dell’evasione globale, a fronte di una perdita del 36% generata dalle giurisdizioni degli Stati membri dell’Unione europea. Rispetto alla perdita fiscale globale, l’Italia pesa per l’1,01% per un ammontare totale di 4 miliardi di dollari. Di questi, solo 31 milioni nascono dall’elusione dell’imposta sui redditi delle società mentre le restanti perdite sono causate dell’evasione fiscale dei privati.

Il report, infine, evidenzia l’ingiustizia generata dall’attuale sistema di tassazione. Nonostante i Paesi ricchi siano responsabili del 98% della perdita di tasse globale –circa 419 miliardi di dollari– le conseguenze più negative ricadono sui Paesi in via di sviluppo che causano la perdita, in totale, di appena 8 miliardi. L’incidenza delle perdite rispetto al gettito per i Paesi a basso reddito è pari, in media, al 5,8%: un dato che si ferma, per i Paesi a reddito più elevato, al 2,5%.

Come si riflette tutto questo sulla vita dei singoli cittadini? In Sudafrica, quasi la metà della popolazione adulta vive in povertà. Se i 3,39 miliardi di dollari che quello Stato perde annualmente a causa della sottrazione fiscale fossero convertiti in finanziamenti diretti di 85 dollari al mese a persona, questo porterebbe al di sopra della soglia di povertà oltre tre milioni di sudafricani. In Vietnam, invece, la perdita fiscale di oltre 420 milioni di dollari è pari ai danni provocati, lo scorso ottobre, dal tifone Molave, uno dei più potenti che il Paese abbia vissuto negli ultimi vent’anni.

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