Economia / Inchiesta

Covid-19 e crisi economica. Dove trovare risorse? Cominciamo dai paradisi fiscali

In piena pandemia gli Stati si dimenano per cercare di recuperare risorse. In troppi fingono di non vedere le ricchezze accomodate nei paradisi offshore. Che non sono poche: secondo le stime ammonterebbero tra gli 8mila e i 36mila miliardi di dollari. Il ruolo dell’Olanda e gli strumenti per intervenire

Tratto da Altreconomia 226 — Maggio 2020

Tre casi confermati di Covid-19 e nessun decesso. Nell’arcipelago delle Isole Vergini britanniche a metà aprile 2020 le ricadute sanitarie della pandemia erano pressoché irrilevanti. Eppure il minuscolo territorio inglese d’oltremare nei Caraibi -30mila abitanti circa- ha parecchio a che fare con il Coronavirus. Le piccole Isole Vergini, infatti, sono un gigantesco paradiso fiscale, meta ambita per capitali in fuga di imprese multinazionali e società finanziarie che in questi decenni hanno scartato le giurisdizioni scomode, distratto profitti miliardari, impoverito i Paesi oggi esposti al virus. E mentre in piena pandemia gli Stati si dimenano per cercare di recuperare risorse -gli USA hanno annunciato un piano di aiuti da 2mila miliardi di dollari, l’Unione europea un pacchetto da mille miliardi di euro-, alcuni fingono di non vedere le ricchezze accomodate nei paradisi offshore. Che non sono poche: secondo le stime ammonterebbero tra gli 8mila e i 36mila miliardi di dollari.

200 miliardi di dollari, il gettito annuo mancato sui patrimoni individuali spostati nei paradisi fiscali

Lo sa bene Nicholas Shaxson, giornalista e fondatore della rete indipendente per l’equità fiscale “Tax Justice Network” (TJN, taxjustice.net). Sono anni che studia le “isole del tesoro” e con TJN ha affinato nel tempo strumenti preziosi per comprendere natura e funzionamento dei sistemi a fiscalità agevolata. Le BVI (British Virgin Islands) sono in buona compagnia. Partiamo dai lidi cari alle multinazionali che per il mancato gettito fiscale arrecano un danno pari a 600 miliardi di dollari all’anno. Nella classifica redatta sulla base del “Corporate Tax Haven Index”, subito dopo le Isole Vergini, troviamo Bermuda e Isole Cayman (sempre Regno Unito), Olanda, Svizzera e Lussemburgo, solo per citare i “migliori”. Le tre giurisdizioni più torbide in tema di ricchezze offshore di privati (un “conto” complessivo da 200 miliardi di dollari di gettito perduto ogni anno), valutate attraverso l’indicatore del “Financial Secrecy Index”, sono invece le Cayman, gli Stati Uniti e la Svizzera. Le “isole del tesoro” non sono mete esotiche, sono il cuore delle economie più “sviluppate”.

Shaxson non si limita all’analisi. È da almeno 17 anni che con “Tax Justice” propone interventi su scala internazionale per “spremere” i paradisi fiscali. “Fino alla crisi finanziaria del 2008 -spiega- chi si azzardava a suggerire l’adozione di strumenti di trasparenza come il Country-by-Country Reporting, lo scambio automatico di informazioni tra Paesi, i registri pubblici dei beneficiari o forme di tassazione unitarie, veniva deriso, dipinto come un utopista”. Nell’arco di dieci anni quelle idee sono entrate a far parte dell’agenda dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e del G20, “seppur in maniera imperfetta”, chiarisce il cofondatore di TJN. “Oggi, nell’era del Covid-19, le antiche ortodossie si stanno sgretolando e si registra dal basso una forte domanda di misure radicali”. Il rischio è che i massicci interventi statali sul fronte della liquidità volti a stimolare le economie ingessate possano trasformarsi in un “assegno in bianco”, salvando dal fallimento proprio coloro che si sono arricchiti grazie alle scappatoie fiscali. Per comprendere il perché di questo scenario è necessario addentrarsi in quello che Shaxson definisce un “campo minato”, quello delle multinazionali.

“La portata di quel che sta accadendo nel comparto è sconvolgente”, spiega. Due numeri danno l’idea: solamente tra 2018 e 2019 le prime 500 multinazionali statunitensi per fatturato hanno speso qualcosa come 1,5mila miliardi di dollari per il riacquisto di azioni proprie (buy-back), al solo scopo di sostenere il valore delle proprie azioni e quindi dei rendimenti delle stock option riservate ai manager. E nello stesso periodo hanno distribuito dividendi agli azionisti per altri 1.000 miliardi di dollari. “Tutto questo ha drenato risorse colossali che potevano essere destinate a investimenti nell’economia reale. Aziende di questo tipo -continua Shaxson- hanno rafforzato monopoli e sottratto enormi ricchezze a consumatori e lavoratori”. Non soddisfatte, hanno poi continuato a eludere il fisco per un valore pari a 300 miliardi di dollari all’anno anche dopo il gigantesco taglio fiscale apportato dall’amministrazione Trump a fine 2017 (vedi Ae 223). “Vogliamo salvare questi soggetti?”, è il “grande dilemma” che pone Shaxson, che si riferisce ad esempio alle grandi compagnie delle navi da crociera. “Il senso di giustizia direbbe di no -riconosce- ma le conseguenze di un crollo generalizzato potrebbero essere peggiori”. La sua non è una rinuncia, è un rilancio.

Il primo ministro dell’Olanda Mark Rutte. Si è opposto all’uso di strumenti solidali per far fronte alla pandemia (ad esempio i “Coronabond”)

Come detto infatti non siamo più nel 2008. Qualcosa è cambiato: in sede OCSE, “club” riservato ai Paesi ricchi, sono stati fatti alcuni progressi rispetto alla tassazione delle imprese e dei patrimoni individuali. Per quanto riguarda l’evasione dei singoli è stato predisposto ad esempio il Common reporting standard (CRS): “Si tratta di una serie di regole attraverso le quali i Paesi condividono informazioni sulle attività finanziarie dei propri cittadini per eliminare il velo della segretezza. È una misura interessante ma è troppo permeabile”, chiarisce Shaxson.
Dubai, così come altre giurisdizioni, propone infatti residenze fittizie per aggirare lo scambio di informazioni. Gli Stati Uniti invece raccolgono volentieri i dati provenienti da Paesi terzi ma poi non ricambiano con altrettanta trasparenza. “Gli USA sono un gigantesco paradiso fiscale -continua Shaxson-, che cosa aspetta l’Unione europea a metterli sulla lista nera?”. Non è più il tempo di rattoppi o mezze misure. TJN propone azioni radicali, in particolare rispetto ai patrimoni delle corporation. Una è la tassazione unitaria. “Al momento i Paesi considerano le multinazionali come una collezione separata di singole entità o succursali indipendenti. Imprese di quel tipo, normalmente, contano centinaia se non migliaia di società sussidiarie sparpagliate in giro per il mondo, in modo tale che i profitti finiscano nei paradisi fiscali e i costi nei sistemi a tassazione più elevata”. Amazon, Google e Facebook ne sono esempi lampanti. Holding in Irlanda (o Lussemburgo od Olanda) e piccola società operante nei mercati reali (in Italia avviene tramite Srl leggere). La “Unitary tax” ribalterebbe questa finzione: “I profitti delle multinazionali vanno considerati globalmente e poi allocati nei singoli Paesi in base alla reale attività economica considerando le vendite, i dipendenti, i capitali”. Il sistema è ovviamente più complesso di come lo sintetizza Shaxson ma è un punto di partenza necessario. “L’OCSE negli anni si è ferocemente opposta a questa ‘formula’ ma dal 2019 l’argine si è rotto. È il tempo di spingere più forte e aprire la porta”.

Non è detto però che l’OCSE sia il consesso più adatto dove realizzare riforme ambiziose, anzi. Ne è sempre più convinto Tommaso Faccio, docente alla Nottingham University Business School e segretario generale della Commissione indipendente per la riforma della tassazione delle imprese multinazionali (ICRICT, icrict.com), gruppo “senza scopo di lucro” di economisti ed esperti fiscali da José Antonio Ocampo (ex ministro delle Finanze della Colombia, già sottosegretario Onu) al Nobel Joseph Stiglitz (Columbia University), da Thomas Piketty (Paris School of Economics) a Eva Joly (parlamentare europea) e Wayne Swan (ex ministro delle Finanze dell’Australia). “Il processo in corso all’OCSE -spiega- dimostra l’enorme potere di influenza esercitato dalle multinazionali sui governi. Quando al tavolo siedono i grandi Paesi del G20, in primis gli Stati Uniti e allo stesso tempo Singapore, Irlanda, Macao, Monaco, Lussemburgo o le Cayman e per di più il voto non è trasparente, è molto semplice bloccare il processo”. Il tentativo di ICRICT è quello di spostare sempre di più la discussione verso spazi più aperti, Nazioni Unite in testa. Per questo è stata accolta positivamente l’istituzione nel marzo 2020 del Gruppo di lavoro sulla responsabilità, trasparenza e integrità finanziaria internazionale per il raggiungimento dell’Agenda 2030 dell’Onu. “Non riuscendo ad aggredire il gettito fiscale eluso dalle multinazionali -spiegano da ICRICT-, i governi vengono meno al loro obbligo di mobilitare tutte le risorse disponibili per la piena realizzazione dei diritti umani e degli obiettivi di sviluppo sostenibile, condannando così milioni di persone residenti nei Paesi in via di sviluppo alla povertà, alla mancanza di opportunità e a standard di vita più bassi”.

L’Unione europea stenta però a guidare il processo internazionale di contrasto ai paradisi fiscali. E il motivo è contenuto in un report di inizio aprile 2020 promosso da Tax Justice e curato da Alex Cobham e Javier Garcia-Bernardo. Le “isole del tesoro” l’Ue le ha dentro casa. E una di queste ha fatto di tutto nelle scorse settimane per contrastare l’adozione di strumenti condivisi per far fronte alle ricadute economiche della pandemia (i cosiddetti “Coronabond”): stiamo parlando dell’Olanda del primo ministro “rigorista” Mark Rutte.

I bilanci delle sole multinazionali americane domiciliate ad Amsterdam raccontano l’incantesimo. “Il valore dei loro profitti registrato in Olanda ammonta a 70 miliardi di dollari, tassati a un’aliquota effettiva del 4,9%”, spiega Garcia-Bernardo, data scientist di TJN. Con appena 17 milioni di abitanti, il Paese guidato da Rutte attrae da solo profitti dei giganti USA pari a quattro volte il valore di quel che dichiarano in tutta l’Africa (18 miliardi di dollari). Spalmato sui dipendenti vuol dire 575mila dollari per ogni assunto, dieci volte il valore medio dell’Ue.

Il valore dei profitti delle multinazionali Usa domiciliate ad Amsterdam ammonta a 70 miliardi di dollari tassati a un’aliquota effettiva del 4,9%

Spostare i profitti in Olanda conviene, con buona pace di quei Paesi che restano all’asciutto. “Continuare ad accettare questo comportamento -chiarisce Garcia-Bernardo- si traduce in una perdita per gli altri Paesi europei compresa tra i 10 e i 15 miliardi di dollari ogni anno. I più colpiti sono Francia (2,7 miliardi di dollari), Italia e Germania (1,5 miliardi ciascuna), Spagna (0,9 miliardi)”. Questo modello di business “antisociale” attira ad Amsterdam flussi finanziari stimati in 4mila miliardi di dollari, cinque volte il Pil dei Paesi Bassi. L’assicurazione sulla vita di questa bolla è l’appartenenza all’Ue. “Le imprese non potrebbero utilizzare l’Olanda per eludere il fisco se questa non fosse membro dell’Unione -spiega Garcia-Bernardo-. Prendiamo l’esempio di Starbucks. Per ogni caffè venduto in Italia dalla multinazionale viene effettuato un pagamento alla holding domiciliata nei Paesi Bassi per l’uso del marchio. Questo erode i profitti realizzati da Starbucks in Italia mentre aumenta i profitti olandesi. Quella transazione non può essere tassata in forza di una direttiva europea del 2003 relativa al regime fiscale ‘comune’ applicabile ai pagamenti di interessi e di canoni fra società consociate di Stati membri diversi. Senza l’Unione i Paesi Bassi non sarebbero in grado di ‘spogliare’ quegli utili italiani”.

Per ogni 10 milioni di euro di fatturato Amazon impiega 32 persone, contro le 52 delle multinazionali della grande distribuzione
alimentare. Le società che controllano direttamente le succursali operanti in Italia sono domiciliate in Lussemburgo (la Amazon Eu Sarl e la Amazon Europe core Sarl)

I Paesi europei più danneggiati dalla “fiscalità agevolata” olandese sono la Francia (2,7 miliardi di dollari), l’Italia e la Germania (1,5 miliardi ciascuna) e la Spagna (0,9 miliardi)

Perché allora l’Italia e la Germania tollerano i trucchi di Paesi come l’Olanda, il Lussemburgo o l’Irlanda? “Il principale ostacolo è di natura ideologica e l’influenza delle lobby è stata fortissima nel tempo”. Per anni infatti è stato raccontato che la competitività fiscale al ribasso tra Paesi dell’Unione avrebbe stimolato gli investimenti stranieri: sappiamo come è andata.

L’ex amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao. Il 10 aprile 2020 è stato chiamato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte a presiedere il “Comitato di esperti in materia economica e sociale” per l’avvio della “Fase 2” © Vodafone

Cobham e Garcia-Bernardo suggeriscono tre azioni chiave per cambiare spartito, rispondere all’emergenza Covid-19 e ripartire. La prima, nel solco della tassazione unitaria, riguarda l’adozione senza ripensamenti di una base imponibile consolidata comune per le società (Common Consolidated Corporate Tax Base, CCCTB). La seconda si traduce in due parti: un’aliquota minima effettiva di lungo periodo per le società nell’Ue (pari ad almeno il 25%), e una tassa di più corto respiro sugli utili in eccesso realizzati da quelle aziende che, come Amazon, hanno potuto operare senza concorrenza nei mesi del “lockdown” generalizzato. La terza, non meno importante, ha a che fare con la trasparenza e la solidarietà. “I Paesi membri dell’Ue dovrebbero pretendere da tutte le multinazionali la pubblicazione annuale dei loro report Paese per Paese (Country by country reporting), individuando così gli uffici operativi, i ricavi, gli utili realizzati e le tasse versate”.
Di per sé il fatto che un’azienda renda pubblici i suoi dati Paese per Paese non è garanzia di un comportamento fiscale integerrimo. È il caso di Vodafone, protagonista a fine 2018 del report “Bad Connection” a cura di Shareholders for Change (shareholdersforchange.eu). La quota maggiore dei profitti della multinazionale (quasi il 40%) era infatti concentrata in due giurisdizioni “agevolate” come Lussemburgo e Malta, dove il gruppo contava 325 dipendenti appena su un totale di 108.271 in tutto il mondo.

Faccio, curatore dell’indagine, descrive la strategia fiscale di Vodafone come “trasparente ma pur sempre aggressiva”. L’ex capo esecutivo della compagnia, in sella dal 2008 al 2018, è Vittorio Colao. Il 10 aprile 2020 il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo ha chiamato a presiedere il “Comitato di esperti in materia economica e sociale” per l’avvio della “Fase due”. “Avrà il compito di elaborare e proporre misure necessarie a fronteggiare l’emergenza e per una ripresa graduale nei diversi settori delle attività sociali, economiche e produttive”, ha spiegato l’esecutivo. Tommaso Faccio sorride con una punta di amarezza: “Speriamo che non voglia fare dell’Italia un paradiso fiscale”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia