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2008-2018: così sono cambiati i padroni del mondo

Dieci anni fa, con il fallimento di Lehman Brothers, iniziava la gigantesca crisi del sistema economico-finanziario mondiale. È cambiato tutto, come dimostra anche la classifica delle prime 10 multinazionali al mondo per fatturato. E siamo cambiati anche noi. L’editoriale del direttore di Altreconomia, Pietro Raitano

Tratto da Altreconomia 207 — Settembre 2018
Un momento dell’inaugurazione del nuovo Apple Store in Piazza Liberty a Milano, il 26 luglio 2018 - © Ansa/Matteo Bazzi

Pare che gli ex dipendenti inglesi della Lehman Brothers si siano dati appuntamento a Londra, attorno alla metà di settembre, per festeggiare. Sono passati infatti dieci anni da quando, era il 15 settembre 2008, la holding statunitense dichiarò il fallimento sotto il peso di oltre 600 miliardi di dollari di debiti. Fino a quel momento l’azienda aveva più di 26mila dipendenti. Non è chiaro che cosa ci sia da celebrare, visto che quel giorno è comunemente ricordato come l’inizio di una gigantesca crisi del sistema economico-finanziario globale. Nessuno dei protagonisti della vicenda pagò le proprie responsabilità, e anzi oggi la Borsa di New York, dalla quale la crisi si propagò, naviga a gonfie vele.

Sono passati dieci anni nei quali sono aumentate disuguaglianze e precarietà, iniqua distribuzione delle ricchezze e allarmi ambientali, ma tant’è -devono aver pensato gli ex dipendenti-, la vita va avanti lo stesso, specie ai “piani bassi” della società. Non tutto è rimasto uguale nemmeno ai “piani alti” però. L’Unctad (United nations conference on trade and development, unctad.org) stila ogni anno la classifica delle 100 maggiori multinazionali non finanziarie del Pianeta. Nel 2008 in testa c’era la Exxon, con oltre 459 miliardi di dollari di fatturato; e delle prime dieci aziende, sei erano petrolifere e due produttrici di auto. Nel rapporto 2018 dell’Unctad (relativo a dati del 2017) le multinazionali del petrolio nei primi 10 posti sono scese a quattro mentre hanno fatto la loro comparsa realtà che nel 2008 non erano proprio in classifica: Apple e Samsung, la prima con un fatturato di quasi 230 miliardi di dollari (sesto posto), la seconda con quasi 212 miliardi di dollari. Amazon è all’undicesimo posto (178 miliardi di dollari il fatturato), Alphabet (ovvero Google) al ventesimo (110 miliardi di dollari). Più in là Microsoft con quasi 90 miliardi di dollari di fatturato e Facebook (oltre 40 miliardi di dollari).

Dieci anni di “crisi” hanno portato a un riassestamento. Sono cambiati -almeno in parte- i padroni del mondo. Il caso di Apple è particolare: in dieci anni non solo ha moltiplicato fatturati  e utili, ma oggi lambisce la cifra monstre di mille miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa: un traguardo mai tagliato da alcuna società nella storia. Amazon, Microsoft e Google rincorrono stabilmente sopra quota 800 miliardi di dollari.

Con valori che superano di gran lunga i Pil della maggior parte dei Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, questi padroni del mondo hanno un potere evidentemente enorme. Quel potere che ha permesso ad Apple di non dare troppo peso alla sanzione da 13 miliardi di euro comminata dall’Ue all’Irlanda per il trattamento fiscale favorevole alla multinazionale di Cupertino; quel potere per il quale avrebbe rifiutato a giugno di partecipare all’audizione presso la Commissione speciale per i crimini finanziari e l’evasione fiscale del Parlamento europeo. Quel potere per il quale Google non si è curata molto della multa di 4,34 miliardi di euro arrivata a luglio dall’Antitrust europeo per aver danneggiato la concorrenza (dopo quella di 2,42 miliardi del 2017). Quel potere che permette a Google di trattare per una versione “censurata” del motore di ricerca col governo cinese -dopo un accordo dello stesso tenore di quest’ultimo con Apple-. Quel potere forte del quale Facebook ha chiesto quest’anno alle grandi banche americane di condividere col social network le informazioni finanziarie dei propri clienti. Il lato più oscuro di tutto questo potere riguarda la geopolitica, perché ormai sappiamo che negli Stati Uniti, in Europa occidentale e in Asia le piattaforme on line sono in grado di influenzare la politica estera, la politica interna e le relazioni commerciali.

Sono cambiati i padroni del mondo, ma siamo cambiati anche noi. Secondo una ricerca di Barclaycard, in Gran Bretagna una persona su 10 ammette di aver comprato un vestito su internet e averlo subito dopo restituito: il tempo necessario per indossarlo e fare un post su Instagram (società di Facebook). A fine luglio nel centro di Milano è stato inaugurato un “Apple Store”. Pare ci fossero persone in coda già 12 ore prima dell’apertura ufficiale.

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