Terra e cibo / Approfondimento

Origine del grano in etichetta una novità che fa discutere

Dal prossimo 17 febbraio sarà obbligatorio per legge indicare sui pacchi di pasta la provenienza del grano e della semola. La norma -che garantisce maggiore trasparenza ai consumatori- ha sollevato critiche da parte di alcuni produttori

Tratto da Altreconomia 200 — Gennaio 2018

Se prendete un pacco di pasta, leggete l’etichetta e trovate l’indicazione di origine della materia prima, sappiate che si tratta di una scelta del produttore, perché la legge oggi non lo richiede. Almeno fino al prossimo 17 febbraio, quando entrerà in vigore il decreto che rende obbligatoria l’indicazione dell’origine del grano duro (dove è stato coltivato) e della semola (dove il grano è stato molito) per le paste di semola di grano duro. Sulle nuove etichette (come è già successo per il latte e i prodotti lattiero-caseari dall’aprile 2017)troveremo quindi indicato il nome del Paese e, se la coltivazione e la molitura sono fatte in più Paesi, ci saranno -a seconda dei casi- le diciture: “Ue”, “non Ue” o “Ue e non Ue”. Inoltre il decreto prevede che, nei casi in cui il grano utilizzato sia stato coltivato “per almeno il 50% in un singolo Paese, può essere indicato il nome di questo ‘e altri Paesi’: ‘Ue’, ‘non Ue’, ‘Ue e non Ue’, a seconda dell’origine”.

Sono due i decreti, dal contenuto simile, firmati lo scorso luglio dal ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali e dal ministero dello Sviluppo economico: uno riguarda la pasta e l’altro il riso (in vigore dal 16 febbraio 2018). Entrambi hanno l’obiettivo di “favorire una migliore informazione dei consumatori”, in via sperimentale fino al 31 dicembre 2020. Una scelta fatta dai ministeri in attuazione al regolamento europeo 1169 del 2011, dedicato alle “informazioni sugli alimenti ai consumatori” e in base al quale “l’indicazione del Paese d’origine o del luogo di provenienza dovrebbe essere fornita in modo tale da non trarre in inganno il consumatore” affinché “comprendano meglio le informazioni relative al Paese d’origine e al luogo di provenienza degli alimenti”. I ministeri hanno anche tenuto conto degli esiti di una consultazione pubblica condotta online tra 26mila cittadini. “Oltre l’85% degli italiani considera importante conoscere l’origine delle materie prime, per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare, in particolare per la pasta e il riso”.

Nel caso della pasta, il decreto ha generato un acceso dibattito. “Per noi è un’ottima legge e un traguardo importante raggiunto nonostante la contrarietà dei principali gruppi industriali della pasta. Già da qualche mese scriviamo sulle nostre confezioni dei tre tipi di pasta: semola, semolato, integrale ‘Paese di coltivazione e Paese di molitura del grano Italia’”, dice Maurizio Gritta, presidente della cooperativa Iris di Calvatone di Cremona.

Fondata nel 1978, Iris gestisce un pastificio biologico tramite la sua azienda “Astra bio srl”, usando solo grano duro biologico italiano e garantendo la trasparenza della filiera. “Quest’anno siamo riusciti a produrre una pasta con il 12,5% di proteine, facendo la rotazione dei cereali in campo con lenticchie e ceci. Potremmo ottenere lo stesso risultato importando dal Canada grani più proteici, ma la strada che abbiamo scelto è questa: portare avanti localmente delle scelte agronomiche attente e rispettose dell’ambiente, per produrre una pasta italiana e bio di qualità”.

Anche Coldiretti valuta positivamente il decreto. “Riteniamo che un’etichettatura trasparente sia lo strumento più democratico messo a disposizione dei consumatori perché possano effettuare scelte consapevoli. Chi paga e tiene in piedi con il suo acquisto tutta una filiera ha diritto di sapere cosa acquista”, dice ad Altreconomia Lorenzo Bazzana, responsabile economico dell’associazione. “Non capiamo l’agitazione generata dal varo della nuova legge -aggiunge-, che non contiene un giudizio di valore in base al quale il grano italiano dovrebbe essere più o meno buono di quello coltivato all’estero. Inoltre, gli stessi industriali che si dicono contrari al decreto, e che affermano che le importazioni sono necessarie per migliorare la qualità del grano italiano, producono delle paste monograno 100% made in Italy e le valorizzano come eccellenze”.

“Riteniamo che un’etichettatura più trasparente sia lo strumento più democratico messo a disposizione dei consumatori, Lorenzo Bazzana – Coldiretti

Bazzana fa riferimento, tra gli altri, alla pasta Voiello -marchio di Barilla-, realizzata con solo grano duro Aureo dall’alto contenuto proteico (15,5%), coltivato in Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e nel beneventano, e macinato in un mulino di Altamura (Ba). Da parte sua, Barilla usa “il più possibile grano locale”, come ha dichiarato Emilio Ferrari, responsabile acquisti grano duro. Ma si rifornisce anche da Australia, Stati Uniti e Francia “per ragioni di fabbisogni e di qualità”. Il grano della pasta Barilla, infatti, “non conosce confini”, come dice uno slogan della multinazionale, che entro il 2020 si è impegnata “ad acquistare il 100% (oggi è al 19%) delle nostre materie prime strategiche in modo responsabile”, ovvero da “filiere in cui vengono adottate pratiche di coltivazione in grado di migliorare la sostenibilità ambientale e sociale”.

Anche il pastificio Felicetti di Predazzo (Tn) produce quattro paste monograno, nelle varietà Cappelli (coltivata nelle Murge), Matt (da Puglia e Sicilia) farro e a marchio Kamut, con il grano Khorasan importato dal Canada. Riccardo Felicetti è anche presidente dell’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane (Aidepi, aidepi.it), che con le sue aziende copre circa l’80% del mercato.

“Ci siamo lasciati coinvolgere da una serie di notizie allarmiste sulla salubrità dei grani stranieri. Ma nessuno ci informa sulla bontà del grano”, Riccardo Felicetti

Aidepi si è espressa negativamente sul decreto, perché “deve essere garantita la trasparenza al consumatore sulla qualità della pasta, ma la formula adottata è sbagliata, perché lo disorienta e confonde”. Con la dicitura scelta, infatti, secondo l’associazione “si vuole far credere che la pasta italiana è solo quella fatta con il grano italiano o che la pasta è di buona qualità solo se viene prodotta utilizzando materia prima nazionale. Non è vero. L’origine da sola non è sinonimo di qualità”.

Inoltre, per Aidepi la nuova norma “non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano di qualità con gli standard richiesti dai pastai”. Per questo l’associazione suggerisce la stipula di “contratti di coltivazione che assicurano una giusta remunerazione agli agricoltori, garantendo ai pastai grano duro di elevata qualità”.

Lo scorso novembre il Tar del Lazio ha bocciato il ricorso presentato da Aidepi contro il decreto sull’origine del grano, ritenendo “prevalente l’interesse pubblico volto a tutelare l’informazione dei consumatori”. Ma secondo Aidepi dovrebbe essere l’Europa a fornire una normativa valida per tutti: “Non possiamo essere d’accordo su una legge nazionale che ci impone processi e obblighi che gli altri nostri competitor non sono tenuti a rispettare”. Al di là della sua posizione come rappresentante di categoria, Riccardo Felicetti ci tiene ad aggiungere qualcosa che riguarda il suo pastificio, che dal 2012 indica volontariamente l’origine del grano sulle confezioni. “Tuttavia, ritengo che la legge così scritta sia confusionaria -dice ad Altreconomia- e produrrà quattro diverse visioni che si scontreranno sugli scaffali”.

Il riferimento è alle quattro eccezioni al decreto: la prima, il caso di un pastificio straniero che produce pasta per un marchio italiano; la pasta bio (che rappresenta il 60% del fatturato Felicetti), normata dal regolamento europeo 834/2007; quindi le paste a “Indicazione geografica protetta” (Igp), come quella di Gragnano o i pizzoccheri della Valtellina; e le paste fresche e senza glutine. In pratica, sottolinea Felicetti, “due piatti di pasta su 10 potranno essere etichettati con altre diciture. Mi sembra quindi che la legge non sia coerente con il principio della trasparenza e dell’informazione che dovrebbe esserne alla base”.

Il problema, secondo Felicetti, è che “ci siamo lasciati coinvolgere da una serie di notizie allarmiste e allarmanti sulla salubrità dei grani stranieri, ma nessuno ci informa sulla bontà del grano, che dipende dalle caratteristiche agronomiche e non dall’origine: è la capacità di lavorare degli agricoltori che distingue la qualità del grano. A qualcuno interessa sapere con che acqua impastiamo, che macchinari usiamo, quali e quanti sono i controlli qualità a cui siamo sottoposti?”. Tutte informazioni che non compaiono in etichetta. “Per questo, alla base dell’acquisto ci deve essere una fiducia dei consumatori verso i produttori, ma il decreto genera invece un clima opposto, di sfiducia verso i pastai”, conclude Felicetti.

Ma cosa succederebbe se davvero tutti i consumatori italiani decidessero di acquistare solo pasta di grani coltivati e macinati in Italia? “In teoria nulla, visto che produciamo il 60-70% del nostro fabbisogno per produrre una quantità di pasta che per oltre il 50% viene esportata”, osserva Bazzana di Coldiretti. Secondo l’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, ismea.it), nel 2017 in Italia sono state prodotte 4,2 milioni di tonnellate di frumento duro (- 16% rispetto al 2016) mentre continuiamo a importare tra il 30 e il 40% del fabbisogno dell’industria della pasta, “sia per ragioni quantitative che qualitative”, sottolinea Felicetti. E se è vero che, come dice Barilla, “il nostro settore traina pomodoro, olio e formaggio”, il prossimo passo sarà un altro decreto interministeriale sull’obbligo di indicazione dell’origine dei derivati del pomodoro. Una rivoluzione per il nostro Paese, terzo trasformatore al mondo (dopo Usa e Cina), che rappresenta il 14% della produzione mondiale con un fatturato di oltre 3 miliardi di euro. Forse allora anche un americano a Roma potrà scoprire il gusto di un piatto di spaghetti al pomodoro tracciati al 100%.

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