Economia / Intervista

“Non affidiamoci al mercato per uscire dalla crisi del Covid-19”

Devono essere gli Stati a innescare il cambiamento, creando ad esempio un sistema internazionale per la cooperazione fiscale e tassando le multinazionali del digitale. È il momento di farlo, spiega l’economista Jayati Ghosh

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
Classe 1955, Jayati Ghosh è un’economista attenta ai temi della globalizzazione, dello sviluppo sostenibile e della povertà. Per oltre trent’anni ha insegnato economia alla Jawaharlal Nehru University di New Delhi © flickr.com/UNCTAD

Per l’economista indiana Jayati Ghosh l’errore più grande del 2008 è stato “premiare chi aveva causato la crisi, ovvero le grandi istituzioni finanziarie. Non solo sono state salvate al posto delle persone ma non sono nemmeno state adeguatamente regolamentate. E ancora oggi hanno la possibilità di continuare a comportarsi allo stesso modo”. Queste decisioni hanno creato le premesse per la situazione che stiamo vivendo oggi.

Classe 1955, Ghosh è un’apprezzata economista indiana attenta ai temi della globalizzazione e dello sviluppo sostenibile, della povertà del commercio internazionale e la finanza. Ha all’attivo oltre 200 articoli scientifici, è consulente per numerose agenzie delle Nazioni Unite ed è membro dell’International commission for the reform of the international corporate taxation (ICRICT). Per oltre trent’anni ha insegnato economia alla Jawaharlal Nehru University di New Delhi e da gennaio 2021 è docente di economia al “Political economy research institute” dell’Università del Massachusetts.

“Questa è una crisi economica e sanitaria che ha reso evidente quanto siano fragili e precarie le infrastrutture sanitarie. Per uscire dalla crisi scatenata dal Covid-19 servirà più spesa pubblica a beneficio della maggioranza della popolazione. Dovrà essere finanziata tassando i più ricchi che, in questa crisi, sono riusciti ad aumentare in maniera significativa i propri patrimoni”.

Secondo la Banca mondiale, a seguito dell’epidemia da Covid-19 il numero di persone che vivono in povertà estrema aumenterà di 88-115 milioni. Sono stime realistiche?
JG Penso che questi dati siano sottostimati e che molte più persone siano già cadute in povertà. In India centinaia di milioni di persone, che già prima della crisi vivevano ai margini, hanno visto i loro redditi crollare. I numeri a livello globale sono molto più grandi. Negli ultimi cento anni non c’è mai stata una crisi di queste dimensioni, oserei dire che è persino peggiore della Grande Depressione.

Quali conseguenze avrà questo aumento della povertà?
JG Ci sarà un enorme arretramento generalizzato. Se non ci saranno investimenti importanti, ad esempio, non riusciremo a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030: quando i principali problemi da affrontare sono la fame e la povertà estrema tutta una serie di altre questioni -come l’accesso alla salute e all’istruzione o le aspettative dei giovani- ne risentono. Non si tratta solo delle conseguenze immediate, i riflessi di questo impoverimento si faranno sentire per generazioni.

1% è la proposta di patrimoniale sugli individui avanzata da Ghosh

Una seconda conseguenza è l’aumento delle diseguaglianze: a fronte di una crescita massiccia della povertà, gli uomini più ricchi del mondo hanno incrementato significativamente i propri patrimoni. Assisteremo a un significativo aumento delle diseguaglianze che genererà rabbia, frustrazione e diverse reazioni politiche. Il supporto a Donald Trump (che pur avendo perso le elezioni presidenziali Usa ha ottenuto il 46% dei voti, ndr) è in parte espressione di questa situazione. È una rabbia nei confronti delle élite. E produrrà ancora più rabbia, più razzismo, più xenofobia e nazionalismo.

Che ruolo dovrebbero avere le istituzioni sovranazionali -a partire dalle Nazioni Unite- di fronte a questa situazione?
JG La prima cosa di cui abbiamo bisogno è un sistema internazionale per la cooperazione fiscale e il posto migliore per farlo sono le Nazioni Unite. Le grandi multinazionali del digitale, ad esempio, riescono pagare pochissime tasse dichiarando che i loro profitti sono generati in Paesi che offrono un sistema fiscale favorevole come l’Irlanda. Per fermare tutto questo serve cooperazione a livello internazionale. Farlo è molto facile e porterebbe benefici sia ai governi sia ai cittadini. In secondo luogo, serve una cooperazione internazionale per gestire la questione del debito dei Paesi in via di sviluppo: molti non sono in grado di affrontare ulteriori spese, ad esempio nella sanità, perché il peso del debito estero è diventato enorme. Serve una strategia a globale: cancellare i debiti “odiosi”, contratti da dittatori e di cui non hanno beneficiato le popolazioni. E al tempo stesso mettere mano a quelle situazioni in cui l’importo degli interessi ha superato il capitale iniziale e il debito è diventato, oggettivamente insostenibile, tagliandolo e ristrutturandolo.

Ghosh propone l’istituzione di un “Registro globale dei patrimoni” che contenga informazioni su quanto possiedono i cittadini più ricchi per evitare la loro evasione fiscale

Come fare in modo che le multinazionali digitali paghino le tasse?
JG Prendiamo una realtà come Apple e partiamo dal presupposto che la si debba considerare un’azienda che opera a livello globale. Ipotizziamo che i suoi profitti in tutto il mondo ammontino a 10 miliardi di dollari. Se in un Paese la sua quota di vendite, di utenti o di dipendenti è pari al 10% del totale, quel Paese applicherà la propria aliquota alla quota corrispondente. Per costruire un sistema di questo tipo, dovrebbe esserci un’aliquota fiscale minima condivisa. Faccio parte di una commissione indipendente per la riforma della tassazione globale delle imprese e abbiamo proposto un’aliquota minima del 25%. Se tutti i Paesi adottassero questo modello, le multinazionali digitali non avrebbero incentivi a spostare i propri profitti da un Paese all’altro. Inoltre questo sistema può funzionare anche se fossero solo alcuni grandi Paesi ad adottarlo: una multinazionale non rinuncerebbe mai alla Francia o alla Germania. Se un numero sufficiente di grandi nazioni (anche quelle in via di sviluppo come India, Indonesia o Brasile) decidessero di adottare questo modello funzionerebbe automaticamente.

E per i singoli individui?
JG La soluzione potrebbe essere quella di adottare, in tutti i Paesi, una patrimoniale molto bassa, diciamo dell’1-2%. E per evitare che la ricchezza venga trasferita in un paradiso fiscale, la soluzione è istituire un “Registro globale dei patrimoni” che sia di pubblico dominio e che contenga tutte le informazioni su quanto possiedono i cittadini più ricchi. La Norvegia ha già iniziato a farlo. Sono informazioni che gli Stati hanno già perché la ricchezza finanziaria è nota e lo stesso vale per i patrimoni immobiliari e terrieri, ci sono i catasti. Con questi elenchi sarebbe molto più difficile per i super-ricchi spostare i propri soldi da un Paese all’altro.

Il miliardario Bill Gates è il fondatore della Bill&Melissa Foundation. Ha ispirato e fornito il modello dell’iniziativa “Acces to Covid-19 Tools (ACT) Accelerator” per velocizzare lo sviluppo e la produzione dei nuovi rimedi anti Covid-19. Questo lo ha posto sullo stesso livello dell’Oms, della Banca mondiale e della Commissione europea © flickr.com/Greg Rubenstein

Tra gli imprenditori che hanno accumulato grandi patrimoni, alcuni hanno rafforzato attività filantropiche. Penso ad esempio a realtà come la “Gates Foundation”. Che impatto hanno sulle politiche di sviluppo dei Paesi e in generale sull’economia globale?
JG Se sono tanto socialmente consapevoli, per prima cosa dovrebbero pagare le tasse. Se dopo averlo fatto hanno ancora abbastanza risorse da dare vita a una fondazione benefica sono liberi di farlo. A patto però di non cercare di sostituirsi alle istituzioni e alle politiche pubbliche. Cosa che invece fanno realtà come la “Gates Foundation”, che fornisce una quota significativa del bilancio dell’Organizzazione mondiale della sanità e che sta determinando le politiche di salute pubblica nell’Africa sub-sahariana, in India e in America Latina. Questo non dovrebbe succedere. Non dovrebbero essere i capricci di una fondazione privata a decidere in quali settori pubblici investire.

Una delle sfide più importanti per il prossimo futuro è la transizione alle energie rinnovabili. Come evitare che le persone più deboli -nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in Europa e negli Stati Uniti- paghino il prezzo di questa transizione perdendo il posto di lavoro?
JG Creando nuovi posti di lavoro. Se vogliamo una transizione verde è necessario, ad esempio, rendere più efficienti le nostre case e gli edifici: questo è un modo che permette di creare occupazione, formando e riqualificando quelle persone che oggi sono impiegate, ad esempio, nell’industria del carbone o delle auto. Un altro settore che può creare numerosi posti di lavoro è quello della cura: i servizi di assistenza alla persona sono carenti e vanno moltiplicati in maniera esponenziale. I lavoratori non sono condannati a svolgere per sempre impieghi terribili che distruggono l’ambiente. Possiamo fornire nuove opportunità di impiego.

In questo cambiamento i governi che ruolo hanno?
JG Devono essere loro a innescarlo spendendo di tasca propria oppure creando un sistema di incentivi fiscali e sussidi ai settori che intendono promuovere. Non può essere il mercato a farlo, l’errore più grave sarebbe dire “ci penserà il mercato” perché non è così. Il mercato va dove ci sono i profitti. A chi è interessato a fare soldi non importa se un operaio in un Paese lontano perde il suo posto di lavoro perché non lo considera un suo problema.

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