Cultura e scienza / Attualità

I “musei” finiti sott’acqua. Intervista a Michele Stefanile

Il ricercatore dell’Università di Napoli studia i siti archeologici subacquei: “Un patrimonio estremamente vulnerabile, che al mondo si trova quasi esclusivamente nel nostro Paese”

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
Il ricercatore Michele Stefanile mentre fotografa un reporto archeologico subacqueo
Il ricercatore Michele Stefanile mentre fotografa un reporto archeologico subacqueo

“Apri Google Maps e digita ‘Mozia, Sicilia’. Usando la modalità ‘Earth’, vedrai una linea correre sott’acqua tra l’isola e Contrada Birgi, sulla terra ferma: quella è la ‘strada sommersa’”.
Michele Stefanile ha 34 anni ed è un archeologo subacqueo. Ricercatore all’Università di Napoli “L’Orientale”, non si occupa di relitti né di anfore romane, ma di strutture sommerse, e cioè “del patrimonio costruito finito sotto il livello del mare” racconta. Ne è un esempio la strada fenicia del sesto secolo a.C., un corridoio trapezoidale di quasi due chilometri, che collega l’antica città-isola di Mozia, nello stagnone di Marsala (TP), alla Sicilia: esistono foto, scattate negli anni Sessanta del secolo scorso, che ne documentano l’utilizzo per il trasporto dell’uva sulla terra ferma, utilizzando carri dalle ruote alte. “Oltre all’aspetto archeologico e storico, tutti i siti costieri offrono informazioni sui cambiamenti del paesaggio italiano, ed è per questo che nelle nostre ricerche collaboriamo anche con geologi -spiega Stefanile-: un innalzamento del livello del mare di pochi metri modifica in modo sostanziale il territorio”.
Quello di Mozia è uno dei 24 siti archeologici che Stefanile ha raccontato nel libro “Andare per le città sepolte”, uscito a metà marzo per il Mulino. Tra quelli subacquei ci sono anche Baia, nel golfo di Napoli, ed Egnazia, nel territorio di Brindisi.

Il sito di Baia, in Campania, cela una città intera, con ville, viali e terme. Una Pompei sommersa, di cui nessuno si curava. Il Parco marino, istituito dal ministero dell’Ambiente e da quello dei Beni culturali, occupa un’area di 77 ettari, ed è gestito dalla Soprintendenza

Che cos’è finito sott’acqua?  
MS Molte sono ville romane, che in origine erano affacciate sul mare. Si tratta di un patrimonio estremamente vulnerabile, e che al mondo è possibile ritrovare quasi esclusivamente nel nostro Paese. Oggi, però, lungo la fascia costiera si concentra la maggior parte delle attività umane, e anche questi siti sono soffocati dalla speculazione edilizia. Dal 2014 sono direttore tecnico “in acqua” di un progetto di ricerca dedicato alle “ville marittime romane” tra la Campania e il Lazio, promosso dall’Orientale in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. Abbiamo lavorato a Formia (LT), a Gaeta (LT), e oggi stiamo concentrando le nostre attività a Sperlonga (LT) sulla villa dell’imperatore Tiberio (figlio adottivo di Augusto, fu il secondo a guidare l’Impero romano, ndr): il mio gruppo di lavoro si occupa di “documentare” i siti, di fotografarli e di ricostruire ciò che accadeva in ogni ambiente. Ci siamo immersi, ad esempio, all’interno delle Peschiere dove probabilmente venivano allevate le murene. Visitando la villa, e confrontando ciò che vediamo con i testi dell’epoca, si può immaginare la vita quotidiana dell’imperatore.

Che tipo di tutela esiste per questi beni?
MS Dal 2010 è in vigore anche in Italia la Convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, che era stata adottata a Parigi nel 2001. Queste linee guida, cui già faceva cenno il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” del 2004, hanno comportato un cambiamento radicale nel modello di intervento sul patrimonio, perché viene introdotto come principio generale quello della conservazione in situ: per anni, invece, l’archeologo si era occupato di recuperare quanto possibile per esporlo nei musei. La valorizzazione dei siti archeologici subacquei ha rafforzato la sperimentazione: dallo sviluppo di itinerari subacquei, che possono essere fruiti anche da chi pratica snorkeling, con pinne, maschera e boccaglio, alla realizzazione di strumenti di video-controllo, telecamere che permettono di far conoscere il patrimonio anche a terra e di proteggerlo dai furti.
Gli sforzi della ricerca, invece, sono rivolti alla conservazione, che in mare è ancora più complessa: il sito di Baia, in Campania, che comprende anche il porto antico di Pozzuoli, è il più avanzato laboratorio al mondo per il restauro subacqueo, dove si studiano interventi sui mosaici, sui muri, sulle colonne e sui marmi di una città sprofondata tra i quattro e i sei metri sotto il livello del mare, a causa del bradisismo che caratterizza l’area dei Campi Flegrei.

Baia, lo racconta nel libro, è anche un esempio di collaborazione virtuosa tra pubblico e privato nella gestione di un’area archeologica.
MS Quand’ero bambino, alla fine degli anni Ottanta, facevo il bagno in mare a Baia. Ricordo relitti abbandonati e motoscafi che sfrecciavano: il danneggiamento di un mosaico da parte di un’imbarcazione di passaggio, che lo urtò con un ancora o con la chiglia, fu uno dei fatti che portarono alla creazione dell’area marina protetta, nel 2002. Anche se lì sotto c’era una città intera, con ville, viali e terme, una Pompei sommersa, nessuno se ne curava. Il Parco marino, istituito dal ministero dell’Ambiente e da quello dei Beni culturali, occupa un’area di 77 ettari, ed è gestito dalla Soprintendenza, che ha affidato a un consorzio di diving center della zona la gestione delle visite, secondo un regolamento condiviso che definisce in modo puntuale tanto il numero massimo delle immersioni quanto il prezzo delle stesse. Oltre a creare ricchezza, questa modalità permette di avere persone formate da operatori della Soprintendenza, le guide, che visitano almeno una volta a settimana il sito, e sono in grado di segnalare l’insorgere di eventuali problemi di conservazione senza dover attendere le immersioni degli archeologi.

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