Cultura e scienza / Intervista

Mimmo Franzinelli. Perdersi in un archivio: come cambia il mestiere dello storico

Se in passato la difficoltà era trovare documenti, oggi lo è la loro abbondanza. La sfida è selezionarli, confrontarli e analizzarli. “Ma serve una guida che ti prenda per mano”

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017
Archivio di stato, via Gallia Placidia

“I miei libri nascono sui tavoli dell’archivio, quando riesco a trovare documentazione inedita o poco utilizzata. Ma non basta individuare le carte e riprodurle, bisogna saperle interpretare”. Da più di vent’anni, lo storico Mimmo Franzinelli frequenta gli archivi di tutta Italia con un’attenzione particolare per le carte del periodo fascista. Nelle stanze dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma è nato il suo ultimo libro, “Il tribunale del Duce” (Mondadori). Un corposo volume che racconta la storia, fino a ora poco conosciuta e poco studiata, di questo istituto politico-giudiziario entrato in funzione il 1° febbraio 1927 con un obiettivo ben preciso: reprimere il dissenso e cancellare l’antifascismo dall’Italia.

Perché Mussolini istituisce il Tribunale speciale e chi furono le persone a finire sotto processo?
MF Il Tribunale speciale nasce con un intento politico. Nella seconda metà degli anni Venti, il fascismo non si fida più della magistratura del regime liberale che in alcuni processi politici celebrati tra il ’23 e il ’24 aveva avuto la mano, per così dire, leggera. Mussolini però non vuole lo scontro con i giudici e quindi decide di crearsi una propria magistratura politica, formata da camicie nere, per colpire il dissenso. Quando l’antifascismo in Italia è vinto, il Tribunale speciale continua a lavorare, assieme all’Ovra (Organizzazione volontaria per la repressione dell’antifascismo, ndr), occupandosi di reati legati allo spionaggio. Poi, durante la Seconda guerra mondiale, inizia a occuparsi anche di tutti i reati legati al mercato nero e al contrabbando.

Quindi con il passare del tempo il Tribunale speciale si rafforza?
MF Esattamente. La mia tesi è che se l’Italia fascista avesse vinto la guerra, ci sarebbe stata una profonda riforma della magistratura e il Tribunale speciale sarebbe diventato ordinario.

Perché ha intitolato il libro “Il Tribunale del Duce”?
MF Con questo lavoro di ricerca ho scoperto il forte interesse di Mussolini per questi processi, un’attenzione che potrei dire quasi maniacale anche per procedimenti di secondo piano. Inoltre Mussolini concordava personalmente le sentenze di condanna con il presidente del Tribunale ancora prima che si riunisse la camera di consiglio.

Quanto è durato il suo lavoro di ricerca?
MF Il ricchissimo fondo del Tribunale speciale era stato solo parzialmente riordinato e nessuno storico prima di me lo aveva ancora analizzato. C’era tanto materiale, perciò la ricerca è stata lunga. Rispetto al passato però -quando si entrava in archivio solo con il quaderno e la matita ed era difficile anche fare le fotocopie- la tecnologia ha dato un grande aiuto a noi storici, riducendo notevolmente i tempi: con una fotocamera, in una sola settimana di ricerca in archivio riesco a fotografare una quantità di documenti che prima avrei potuto raccogliere solo in due o tre mesi di lavoro. Ma non è stato solo un mutamento tecnologico. In passato la difficoltà era trovare i documenti, oggi invece dobbiamo fare i conti con il problema contrario: la bulimia. Abbiamo troppi documenti: la sfida è selezionarli, confrontarli e analizzarli.

È cambiato il modo di lavorare dello storico, quindi?
MF Sicuramente. Questo ha degli indubbi vantaggi: ad esempio mi permette di scrivere un volume all’anno, mentre quando si lavorava con matita e quaderno la gestazione era più lunga e problematica. Per contro, avere dei tempi morti dava il tempo per pensare meglio il prodotto finale. C’è poi un altro elemento da considerare: è cambiato anche il modo di fruire i libri. Oggi, purtroppo, molti editori vogliono libri che abbiano meno di 250 pagine. I libri di storia si inseriscono all’interno di questo mercato e il rischio che vedo in tutto questo è il fatto di andare verso libri “usa-e-getta”, che restano sulla superficie delle cose. E questa è una cosa assolutamente contraria alla mia concezione della storia.

“La tecnologia ha ridotto notevolmente il tempo di lavoro di noi storici. Ma se in passato la difficoltà era trovare i documenti, oggi dobbiamo affrontare la sfida di selezionarli, confrontarli e analizzarli”

In che condizione sono gli archivi italiani? Sono frequentati?
MF Erano molto più frequentati 30-40 anni fa. Inoltre sono cambiati i temi su cui si concentra l’attenzione di storici e ricercatori: fino a 30 anni fa erano molto studiate le carte dell’Archivio Gramsci o quelle del Movimento operaio. Oggi è più facile trovare studiosi che analizzano il fascismo, soprattutto nell’Archivio Centrale di Roma, dove c’è tantissima documentazione su questo argomento. Bisogna poi ricordare che in passato, soprattutto per le materie umanistiche, era obbligatoria la tesi di laurea in archivio. Oggi non è più così e questo è un peccato.

Cosa si impara facendo lavoro di ricerca in archivio?
MF Si impara a riconoscere una fonte e soprattutto ad analizzarla criticamente e a confrontare tra loro fonti diverse, mettendole in relazione. Lo storico deve essere curioso e questo è essenziale, ma soprattutto è importante avere un maestro che ti prenda per mano quando sei giovane e inesperto, aiutandoti così a individuare i sentieri della ricerca.
Al contrario, molti storici locali o chi inizia a fare ricerca storica senza avere una guida tende a fidarsi ciecamente del documento inedito. Che per me è incomprensibile.

Perché questo atteggiamento è sbagliato?
MF Perché alcuni documenti sono infidi, soprattutto quelli provenienti dagli archivi di polizia. Sono carte che bisogna prendere con le pinze, perché alcune mescolano abilmente verità e menzogna, altre omettono particolari, altre ancora riportano i fatti in modo deformato. Chi frequenta gli archivi può trovare documenti a sostegno della propria tesi e al tempo stesso documenti che confermano la tesi opposta.

C’è quindi il rischio che la storia si presti a un uso strumentale?
MF Si, questo rischio c’è. Soprattutto se a maneggiare le carte è una persona che antepone il proprio orientamento ideologico a una ricerca scrupolosa della verità. Si potrebbero fare tanti esempi.

Può citarne uno?
MF Prendiamo il caso del crollo della diga del Gleno (Brescia), avvenuto il 1° dicembre 1923, in cui ci furono 500 morti. Durante il processo, la difesa dell’imputato -il titolare dell’impresa che gestiva il cantiere della diga- portò avanti per spiegare il cedimento della struttura prima la tesi di un terremoto e poi quella di una bomba anarchica. Entrambe vennero smontate e l’imputato fu condannato. Ovviamente quella della bomba era una tesi strumentale, che non stava e non sta in piedi, che aveva come solo obiettivo quello di intorbidire le acque. L’anno scorso però è stato pubblicato un libro su questa vicenda, che parte proprio dalle carte sostenendo che la diga sia caduta a causa della bomba.

Il giudizio che possiamo dare sulla figura di Mussolini, dal mio punto di vista, è chiaro: è stato un criminale di guerra, un ministro di polizia che ha fatto di tutto per portare l’Italia in guerra. Riuscendoci”

“Mussolini ha fatto cose buone” è una frase che si sente spesso.
MF C’è anche un altro luogo comune. Ovvero quello secondo cui fino al 1938 Mussolini avrebbe agito bene, per poi commettere due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Ora, che Mussolini abbia fatto qualcosa di buono è ovvio: è stato al potere per vent’anni in un secolo, il Novecento, che è stato rivoluzionario da molti punti di vista. L’antifascismo, nel dopoguerra, ha sbagliato a demonizzare Mussolini, ma il giudizio che possiamo dare sulla sua figura, dal mio punto di vista, è chiaro: è stato un criminale di guerra, un ministro di polizia che -coerentemente con la sua ideologia e la sua sete di potere- ha fatto di tutto per portare l’Italia in guerra. Riuscendoci.

Eppure la figura di Mussolini affascina, ancora oggi, tante persone soprattutto giovani che spesso non conoscono nemmeno la storia. Da dove viene questa fascinazione?
MF È una domanda che anche io mi sono posto spesso. Mi sono dato una risposta di tipo psicologico: di fronte a un presente deludente, fatto di insicurezze e di uomini politici mediocri, agli occhi dei più giovani Mussolini appare come una sorta di “grande padre” che offre slogan e certezze. Ma in questa ricerca, trovano una risposta piena di contraddizioni e profondamente sbagliata.

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