Cultura e scienza / Intervista

Michele Citoni. Recuperare le memorie dell’Irpinia

Con il documentario “5×7, il paese in una scatola” il regista romano racconta la storia delle 1.801 immagini realizzate dal fotografo americano Cancian nel 1957 a Lacedonia

Tratto da Altreconomia 218 — Settembre 2019
© Frank Cancian

Quando atterra all’aeroporto di Napoli, nell’estate del 2017, l’antropologo e fotografo americano Frank Cancian, classe 1934, trova ad attenderlo il regista Michele Citoni. Lo seguirà (e filmerà) per tutta la sua permanenza a Lacedonia (AV), un borgo dell’Alta Irpinia. Cancian ci ritorna dopo sessant’anni: arriva per inaugurare il MAVI, il Museo Antropologico Visivo Irpino, nato intorno alle sue foto ritrovate: 1.801 scatti realizzati tra gennaio e luglio del 1957 da un allora giovane studente e fotografo. Il lavoro di Citoni è diventato un documentario, “5×7, il paese in una scatola”, menzione speciale della giuria all’EtnofilmFest di Monselice (PD) e selezionato dal festival “MoveCineArte di San Paolo del Brasile, Parigi e Venezia.

Che cosa l’ha spinta a documentare il ritorno di Cancian?
MC Due sono le motivazione principali. La prima è stata quella di mettersi a servizio di un processo culturale di cui sono stato narratore e partecipe. Quel momento era narrativamente interessante: potevo intervistare Cancian, filmare il suo contatto con il paese, l’incontro con le persone che aveva conosciuto sessant’anni prima. Ho girato pensando a un prodotto per il Museo, che contribuisse in mezz’ora a raccontare l’iniziativa della Pro Loco di Lacedonia che ha fondato il MAVI e il rapporto tra il patrimonio del museo e quel borgo. Sul piano personale, desideravo interrogare un osservatore esterno come me, che mi aiutasse a trovare risposte alle domande che mi pongo da quando attraverso l’Irpinia, un territorio che frequento e amo da quando ho girato “Terre in moto”, documentario del 2006 sul post terremoto.

Al centro di questo lavoro c’è la fotografia. Che cosa raccontano le immagini del 1957?
MC La stagione di Cartier-Bresson, di Arturo Zavattini, dei registi “demartiniani”, quella della grande produzione di immagini etnografiche del mezzogiorno italiano, è un po’ dimenticata. La riscoperta a tanti anni di distanza delle foto di Cancian consente di rinnovare quell’approccio e tornare a ragionare su cosa siamo stati. Queste immagini di Cancian sono potenti. Rappresentano, per chi le vede per la prima volta, un “attivatore” di evocazioni, di ricordi. Sono una sorta di “dispositivo” che innesca processi, e in questo lavorano più a fondo di quanto riescano a fare gli oggetti della cultura contadina custoditi nei tanti piccoli musei locali nati dalla fine degli anni 60. Le foto vanno molto oltre l’oggetto: mostrano come ci s’incontrava, la prossemica, il modo in cui la gente stava in piazza, le forme di devozione collettiva, le processioni, il gioco. Gli scatti di Cancian restituiscono un contesto sociale, un passaggio cruciale nella trasformazione economico-sociale nei tardi anni Cinquanta.

Che valore e che compito ha, a suo avviso, un’istituzione come il MAVI, in un territorio come l’Alta Irpinia che vive il collasso demografico e rischia lo spopolamento?
MC Il MAVI è l’esempio di un piccolo miracolo della creatività e della cultura, di quelli che avvengono in posti apparentemente privi di qualità: mi sembra molto giusto, perciò, questo tentativo di far incontrare l’istanza delle memoria, dell’auto-riconoscimento di una comunità in un patrimonio, con pratiche che promuovono la cultura critica dell’immagine, tema assolutamente contemporaneo. È ciò che prova a fare l’associazione LaPilart, di cui faccio parte, che da tre anni promuove insieme al MAVI il concorso/mostra di fotografia documentaria “1801 passaggi”, invitando i fotografi a reinterpretare il fondo fotografico di Cancian. Il punto nevralgico del discorso è il ruolo della cultura nelle aree fragili, e l’obiettivo dei miei lavori video è contribuire a un racconto alternativo dei luoghi che vada oltre lo stereotipo del “vuoto” ma che non sposi nemmeno le retoriche nostalgiche e le mistificazioni di certa promozione territoriale. Fare un museo come il MAVI, quindi, significa mettere in piedi un racconto bellissimo, che può arrivare a rappresentare anche un attrattore per il territorio, se promuove iniziative, se “mette in movimento” le fotografie, anche convocando e stimolando nuove narrazioni, come facciamo con il concorso.

Michele Citoni, regista, autore del documentario “5×7, il paese in una scatola” © Ugo Ponte

La Lacedonia che nel 1957 apre le porte della case a Cancian, nel 2019 è un borgo aperto all’altro, con un progetto SPRAR, legato all’accoglienza di migranti e rifugiati.
MC Lo scorso anno i minori non accompagnati dello Sprar di Lacedonia sono stati i protagonisti di una rilettura de “La tempesta” di William Shakespeare, messa in scena nell’ambito dello “Sponz Fest” diretto da Vinicio Capossela. Vedo in tutto il Sud interno un movimento di azioni artistiche, un quadro di inaspettata vitalità. Certo, a portare avanti questi processi sono minoranze attive, le difficoltà del contesto sono evidenti, ma chi si avvicina con spirito di curiosità trova anche questa ricchezza nascosta. Che offre spunti per rispondere a chi, in famiglia e tra gli amici, mi chiede sempre “che vai a fare in Irpinia, che non c’è niente?”.

“Un paese italiano, 2019” è il tema della terza edizione del concorso fotografico “1801 passaggi”. La base del concorso sono venti foto di Frank Cancian: gli autori sono chiamati a presentare opere che trovino riferimento in quelle, offrendo una reinterpretazione attualizzata. C’è tempo fino al 15 settembre per inviare i vostri scatti: i 20 finalisti saranno esposti a Lacedonia dal 1° al 3 novembre 2019. Quest’anno anche Cancian in persona assegnerà una menzione. Bando su museomavi.it

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