Cultura e scienza / Intervista

Manuel Ferreira. Teatro a cuore aperto

La compagnia teatrale “Alma Rosé” in oltre 20 anni ha raccontato la crisi economica e la società, portando i suoi spettacoli anche fuori dai circuiti tradizionali, a partire dalle scuole

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019

“Portiamo in giro il nostro spettacolo sulla crisi argentina del 2001, ‘Gente come uno’, dal 2003. In 15 anni e 500 repliche non abbiamo cambiato una parola, il testo è ancora attualissimo. Io credo che a volte gli artisti vedano le cose con anticipo, magari inconsapevolmente. È una sorta di intuizione. Solo dopo capisci che la storia che hai raccontato è universale. Servono anni ed esperienza”.

Manuel Ferreira, attore e autore teatrale, ha 54 anni. È nato a Buenos Aires dove si è diplomato come attore e laureato in Economia e commercio. Dal 1992 vive a Milano: qui nel 2000 si è unito alla compagnia “Alma Rosé”, fondata nel 1997 dalle attrici, autrici e registe Annabella Di Costanzo ed Elena Lolli. La compagnia prende il nome da quello della violinista austriaca deportata dai nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau che, per dieci mesi, diresse un’orchestra di prigioniere che suonavano per i loro carcerieri per sopravvivere. Ancora oggi Alma Rosé porta in scena “C’era un’orchestra ad Auschwitz” in occasione della Giornata della Memoria del 27 gennaio. “Per ricordare che nelle storie delle persone tutti hanno i propri motivi, le proprie emozioni, e i ‘cattivi’ alcune volte non sono consapevole del danno che producono. Quando generi odio il confine della coscienza è molto sottile”.

Dopo lo spettacolo sulla crisi avete raccontato le fabbriche recuperate con “Fabricas”, dieci anni fa. A dicembre siete tornati in Argentina per capire che cosa è cambiato in questi anni.
MF Quando ci recammo lì trovammo operai molto affaticati dall’attenzione mediatica che ricevevano: “Dobbiamo lavorare!”, lamentavano. Ma il racconto delle occupazioni era sempre lo stesso. A noi interessava il vissuto personale, e questo ruotava e ruota ancora tutto attorno al tema della dignità, e del lavoro che la garantisce. Una società che non difende la sua parte attiva perde la propria dignità. Un Paese che difende le rendite di posizione e i diritti acquisiti è un Paese sterile. Valeva per l’Argentina di allora, vale oggi e vale per tanti Paesi, Italia compresa. Tempo fa portammo lo spettacolo, tradotto in spagnolo, in tournée anche là: ci furono reazioni contrastanti. Le persone tendono a rimuovere, l’oblio prende il sopravvento sulla memoria. Oggi in Argentina -che arriva sempre qualche anno prima- vedo un’acutizzazione dell’odio, della tifoseria, una polarizzazione e radicalizzazione che pretende un “noi” contro qualcosa che non si sa mai che cosa sia. L’Italia è su questa strada.

È anche per questo che lavorate nelle scuole
MF Otto anni fa abbiamo iniziato a fare teatro con bambini di quattro anni, che nel frattempo sono cresciuti. L’ultimo spettacolo che abbiamo realizzato ha portato in scena 175 di quei bambini recitanti ma che oggi hanno 11 anni, 22 maestre e numerosi genitori. Il teatro è innanzitutto un elemento di unione, e non è facile farlo capire alle istituzioni. La coesione sociale si fa anche così. Oggi la scuola non interessa a nessuno perché non si arriva più agli adulti attraverso i loro figli, e quindi la politica la ignora. Eppure la scuola è un volano eccezionale, dove si insegnano tolleranza, etica, valori, democrazia. Nell’autunno 2018 abbiamo realizzato un lavoro coi bambini di quarta e quinta a partire dagli archivi della scuola Stoppani di Milano. La consideriamo una scuola del centro città, ma nel secondo dopoguerra era un quartiere povero, a scuola ci si veniva anche per lavarsi. Abbiamo recuperato e letto i testi degli anni appena precedenti. Alcuni mostrano chiaramente l’indottrinamento degli insegnanti operato dal regime. In una scena abbiamo poi letto le lettere drammatiche di bambini esclusi da scuola perché ebrei, e quelle dei loro compagni che non si capacitavano dell’allontanamento dei loro amici. Oggi alla Stoppani si continua a parlare di quella scena. Il teatro funziona così: se vuoi incidere nel cuore delle persone, devi lasciare un ricordo indelebile dal punto di vista emotivo. Con le scuole abbiamo realizzato un modello che potrebbe essere replicato, se le istituzioni lo capissero.

Nel 2016 il Comune di Milano vi ha riconosciuto il massimo riconoscimento della città, l’Ambrogino d’oro. Con “Il Giro della Città” vi siete immaginati una distribuzione alternativa dei vostri spettacoli oltre che nei teatri in luoghi della cultura, del lavoro e del sociale.
MF Vogliamo portare il teatro dalle persone, e non solo persone a teatro. La nostra vocazione verso la città si è trasformata prima in curiosità e poi in drammaturgia. Ogni nostra produzione -e anche il lavoro nelle scuole- in un certo senso parlano di territorio e comunità. Ma non solo. Adesso stiamo portando in giro “Cittadini in transito” e “Carta Canta”, dove parliamo delle cosiddette “seconde generazioni” e della cittadinanza: vale la pena oggi essere cittadini italiani? Nel 2019 invece porteremo in scena un testo della senatrice Liliana Segre, deportata al campo di concentramento di Auschwitz a 14 anni, a partire dal suo racconto del ritrovamento -una volta ritornata in Italia- di un album di famiglia. È il tema della ricostruzione della memoria, quando non hai più nulla e la memoria è l’unica cosa che ti è rimasta.

E infine, abbiamo un progetto, che abbiamo chiamato “Tipi da spiaggia”: raccontare l’Italia vista dalla battigia. La spiaggia come palcoscenico dove gli italiani giudicano se stessi: un non-luogo senza territorio ma dove si incontrano tutte le regioni. Nei nostri spettacoli c’è sempre una grande componente di gioco, ma ci serve per parlare di cose che non ci fanno dormire. Quando sono al mare a volte non riesco a farmi il bagno perché mi perseguita l’idea che il Mediterraneo sia un cimitero per chi non ce l’ha fatta ad attraversarlo. Quando lo dici ti guardano come un guastafeste. Mi spiace, ma le strade dell’arte non sono mai pacifiche. Il nostro ruolo è raccontare per cambiare, non per amareggiare.

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