Diritti / Opinioni

Mafie, tra letteratura e realtà

Libera ha condotto una ricerca sulla percezione della criminalità organizzata e della corruzione in Italia. Nonostante le inchieste, la consapevolezza appare fiacca

Tratto da Altreconomia 210 — Dicembre 2018

“La mafia è un problema globale, non del mio territorio. La corruzione, al contrario, è anche un problema locale”. Partecipi ad iniziative contro la mafia? “No, oppure lo faccio episodicamente”. Le vittime di mafia? “Un esempio a cui guardare”. Che cosa bisogna fare per sconfiggere la mafia? “Denunciare: che ci pensino le forze dell’ordine e i magistrati. Votare persone oneste serve a poco”.

Sono questi alcuni dei risultati pubblicati nel Rapporto LiberaIdee, una ricerca sulla percezione delle mafie e della corruzione curata da Libera, basata sulla somministrazione di oltre 10mila questionari in tutta Italia e sullo svolgimento di più di 100 interviste a rappresentanti di associazioni di categoria e del Terzo settore. Il 45% delle persone interpellate non si proclama né di destra né di sinistra e tra questi tanti sono i giovani che non si riconoscono più in questa distinzione. Quasi un rispondente su due, inoltre, non partecipa ad alcuna attività associativa. Chi lo fa si occupa soprattutto di volontariato sociale, culturale e sportivo.

Agli occhi di tantissimi, la mafia è ancora un qualcosa di indefinibile e lontano, un argomento di letteratura, un oggetto misterioso. In particolare nei territori del Nord Italia si registra ancora oggi una difficoltà ad assumere le mafie come questione nazionale. Eppure, come abbiamo più volte raccontato su Altreconomia, non solo i processi più importanti di oggi sono proprio al Nord -l’ultimo è “Aemilia”- ma le mafie sono diventate imprese che, soprattutto nel settentrione, riciclano denaro, prestandolo ad imprenditori in difficoltà o investendolo in settori nevralgici come l’edilizia, la gestione dei rifiuti, la grande distribuzione, i trasporti, il turismo, con la complicità di imprenditori locali, liberi professionisti, mondo bancario. I risultati della ricerca di Libera confermerebbero che l’assenza di violenza ha consentito alle mafie di mimetizzarsi, di nascondersi dietro la circolazione del denaro. Anzi, come afferma lo storico Isaia Sales, il fatto di portare denaro sui mercati ha legittimato i mafiosi a sedersi ai tavoli degli affari.

I beni confiscati sono certamente uno degli indicatori che dimostrano la presenza delle mafie sui territori e nell’economia. Attualmente, secondo i dati dell’Agenzia nazionale (ANSBC) i beni confiscati sono 17.250, di cui 14.874 già destinati. A questi si aggiungono 3.028 aziende, di cui 940 destinate. Gli intervistati hanno dimostrato di conoscere la normativa che regola l’uso sociale e istituzionale dei beni confiscati anche se, soprattutto tra i giovani, si è diffusa l’idea che questi siano venduti all’asta ai privati. Quest’ultima ipotesi, allo stato dell’arte non è ancora prevista dalla normativa. Lo diventerà, probabilmente, con l’approvazione definitiva del cosiddetto “Decreto sicurezza” voluto dal governo.

10.343 è il numero dei questionari distribuiti da Libera per redigere il Rapporto LiberaIdee. La ripartizione territoriale ha visto primeggiare le regioni del Sud (35,4%), seguite da quelle del Nord-Ovest (31,1%), Nord-Est (20,9%) e Centro (12,6%). Il Rapporto è consultabile sul sito di Libera

Un provvedimento a cui si sono opposte, con un appello pubblico congiunto, diverse associazioni nazionali e locali, tra cui Avviso Pubblico, Libera, Arci, Acli e Legambiente insieme a Cgil, Cisl e Uil. Vendere i beni all’asta ai privati aumenta sensibilmente la possibilità di riconsegnarli ai mafiosi che, in tal modo, potranno dimostrare di essere più forti dello Stato e continuare ad esercitare con ancora più forza il loro potere violento e oppressivo in diversi territori d’Italia. Magistrati, forze dell’ordine, giornalisti d’inchiesta sono fondamentali. Ma la sconfitta delle mafie e della corruzione passa inevitabilmente dalla cultura e dalla scuola, come ripeteva sosteneva Antonino Caponnetto, magistrato che coordinò il pool antimafia di Palermo.

Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia