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Una ricerca capovolge i luoghi comuni sui minori migranti

Tre su quattro partono all’insaputa delle proprie famiglie. E non si mettono in viaggio per raggiungere l’Europa, ma per trovare un lavoro e migliori condizioni di vita nei Paesi limitrofi

Ragazzi gambiani di fronte al centro di accoglienza di Pozzallo ©Unicef
Ragazzi gambiani di fronte al centro di accoglienza di Pozzallo ©Unicef

Hanno deciso da soli di mettersi in viaggio, spesso non l’hanno nemmeno detto alle loro famiglie. Perché è proprio dalle violenze che subiscono tra le mura domestiche che vogliono fuggire. Si mettono in viaggio per cercare un lavoro in un Paese vicino e pochi hanno un percorso migratorio definito fin dal momento della partenza che vede l’Europa come meta finale. “La maggior parte dei minori stranieri non accompagnati che sono arrivati in Italia hanno alle spalle un viaggio molto lungo, in media un anno e due mesi, e soprattutto un percorso migratorio frammentato”, spiega Giulia Serio, coordinatrice italiana della ricerca “Minori in transito in Italia e in Grecia” realizzata da “Reach” (www.reach-initiative.org – iniziativa congiunta di Impact Initiative, Acted e dal programma delle Nazioni Unite Unosat) in collaborazione con Unicef.

Nel 2016 sono attivati in Europa più di 100mila minori rifugiati e migranti, di cui circa 33.800 (il 34%) non accompagnati. Tra questi ultimi, la maggior parte (25.800) sono sbarcati in Italia. “Malgrado la crescente attenzione riservata ai minori nelle risposte governative e degli attori umanitari, poco è noto circa il profilo, le specifiche motivazioni dei minori e le loro condizioni di vita una volta arrivati in Europa”, si legge nel comunicato stampa di presentazione della ricerca. Che ha raccolto informazioni sul contesto di partenza, sulle difficoltà incontrate durante il viaggio e sulle condizioni di vita in Europa attraverso una serie di interviste ai minori e ai loro genitori condotte in Italia e in Grecia tra il dicembre 2016 e il maggio 2017.

Il primo elemento che emerge dal report è il fatto che i minori che arrivano in Italia sono prevalentemente non accompagnati, a differenza di quanto accade in Grecia dove nella maggior parte dei casi bambini e ragazzi viaggiano al seguito delle loro famiglie. Il 75% del campione intervistato in Italia ha dichiarato di aver preso da solo la decisione di partire e di non aver informato i propri genitori o familiari. Sono soprattutto maschi e hanno un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, provengono dal Corno d’Africa o dall’Africa Occidentale.  Il loro viaggio dura mediamente un anno e due mesi, un tempo molto lungo, dettato dal fatto che hanno bisogno di lavorare (svolgendo anche attività pesanti) per pagarsi il viaggio.

La ricerca di “Reach” permette di osservare sotto una luce diversa il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati. Meno della metà dei minori intervistati (il 46%), ad esempio, sostiene di essere partito con l’intento di raggiungere l’Europa: il loro obiettivo era quello di trovare un lavoro in uno dei Paesi limitrofi o in Nord Africa. Solo dopo aver riscontrato che la vita nei Paesi vicini non corrispondeva alle aspettative iniziali hanno deciso di rimettersi in viaggio. Da qui, l’articolarsi di percorsi interrotti e più volte rielaborati in base alle esigenze del momento. Coloro che sono partiti direttamente con l’obiettivo di raggiungere un Paese Europeo, invece, lo hanno fatto per poter studiare (38%) e per vedere rispettati i propri diritti (18%).

“I percorsi migratori di questi ragazzi sono molto frammentati. È un dato che è emerso fin dalle prime interviste e che contraddice la narrazione prevalente su questo tema. Per molti di loro l’Europa non è nemmeno l’obiettivo principale –spiega Giulia Serio -. Le loro storie ci restituiscono la complessità di questo fenomeno. L’obiettivo dei minori è allontanarsi dal proprio villaggio o dalla propria città. Ma durante il viaggio matura questa decisione di spostarsi sempre più lontano spinti, probabilmente, anche dalle reti dei trafficanti”.

In tre casi su quattro (il 75%) hanno deciso di migrare senza informare i genitori o di chi li accudiva. Un elemento che stride con la narrazione dominante del fenomeno, che vuole un forte coinvolgimento della famiglia d’origine che paga il viaggio a questi ragazzi incoraggiandoli a partire. Altro elemento di novità, il fatto che in almeno un terzo dei casi (il 31%) i minori non accompagnati hanno deciso di mettersi in viaggio proprio a causa di problemi familiari o di situazioni di violenza domestica. Una situazione particolarmente comune fra i minori provenienti dal Gambia, che raccontano in quasi la metà dei casi di aver lasciato il paese per questi motivi (47%) mentre per i minori della Guinea Conakry le ragioni della partenza sono fenomeni di persecuzione politica, religiosa o etnica nel proprio paese d’origine (33%).

Tuttavia, meno della metà dei minori intervistati racconta di aver riflettuto sui rischi del viaggio prima di partire (43%). “Questo implica che in molti casi, i minori lasciano il propio Paese di origine con poca preparazione e minima consapevolezza dei rischi in cui possono in correre”, si legge nel report. Nei casi in cui c’è consapevolezza di queste difficoltà (47%), il livello è invece molto alto: il 30% sa che potrebbe morire in mare, il 42% è conscio della possibilità di essere ucciso durante il viaggio. “Questi risultati ci offrono una percezione chiara del livello di determinazione e della sensazione di emergenza che caratterizza la decisione di lasciare il proprio Paese d’origine”, si legge nel report.

Tutti hanno definito il periodo trascorso in Libia come la parte più traumatica del viaggio. Quasi la metà (il 47%) ha raccontato di essere stato rapito e uno su quattro (il 23%) ha riferito di arresti arbitrari, e di detenzioni senza alcun capo d’accusa. L’arrivo in Europa però non pone fine ai problemi di questi ragazzi.  Che raccontano di aver aspettato mesi o persino anni per avere un documento. La lentezza della procedure spinge migliaia di minori a fuggire dai centri di accoglienza: su 25.846 minori stranieri non accompagnati arrivati via mare nel 2016, solo 17.373 erano presenti nel sistema di accoglienza a fine anno.

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