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Diritti / Attualità

L’Unione europea cambia rotta sui salari minimi

La nuova direttiva promuove retribuzioni adeguate, oltre a sostenere lo sviluppo della contrattazione collettiva. Temi a cui il governo italiano non presta attenzione. La rubrica a cura dell’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale (OCIS)

Tratto da Altreconomia 255 — Gennaio 2023
© Liam Martens, unsplash

Dieci anni fa la ricetta proposta dall’Unione europea per uscire dalla crisi economica andava nella direzione opposta a quella messa in campo oggi. Poggiava infatti su riduzione dei salari minimi, della copertura della contrattazione collettiva e di conseguenza sulla contrazione del potere di determinazione degli stipendi da parte dei sindacati. Non sorprende, quindi, che negli ultimi decenni gli importi delle retribuzioni minime legali nei Paesi europei (dove presenti) si siano notevolmente ridotti, così come la copertura della contrattazione collettiva, fondamentale in particolare in quegli Stati che, come l’Italia (oltre ad Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia), lasciano ad essa la determinazione dei minimi. Di conseguenza la povertà tra i lavoratori è sensibilmente aumentata nella maggioranza dei Paesi europei: non solo nella “periferia” (Italia inclusa), ma anche nel “cuore” dell’Ue (Germania in primis). La pandemia da Covid-19, la crisi energetica e l’aumento dell’inflazione aprono prospettive ancora più grigie sul potere d’acquisto dei lavoratori vulnerabili.

Per contrastare l’aumento dei working poors l’Unione europea ha deciso di cambiare rotta. Pur non obbligando gli Stati membri ad armonizzare i propri modelli, né a definire un minimo salariale legale su importi specifici, la direttiva approvata il 4 ottobre 2022 (COM(2020) 682 final) mira a promuovere procedure per rendere i salari minimi legali adeguati, suggerendo come riferimento indicativo le soglie usate a livello internazionale: il 60% del salario mediano lordo e il 50% di quello medio lordo. In secondo luogo punta a rafforzare la contrattazione collettiva, in particolare in quei Paesi dove questa copre meno dell’80% dei lavoratori. Infine richiede di introdurre meccanismi di monitoraggio della copertura e dell’adeguatezza dei salari minimi. La direttiva costituisce dunque un punto di riferimento normativo per la definizione di una soglia di retribuzione e il rafforzamento della contrattazione in tutta l’Unione. Rappresenta di fatto uno strumento per dar voce ai sindacati laddove questi sono storicamente deboli, come nell’Est Europa, oppure nei Paesi in cui la loro capacità di influenzare il processo politico si è notevolmente ridotta (non ultima l’Italia). A margine del dibattito che si è sviluppato attorno alla direttiva, molti Stati membri sono già intervenuti sui salari minimi nazionali.

La Germania lo ha da poco portato da 10,45 a 12 euro all’ora, una cifra vicinissima al 60% del mediano lordo. Il governo irlandese ha annunciato che l’attuale minimo sarà sostituito entro il 2026 da un nuovo living wage fissato, ancora una volta, al 60% di quello mediano. Anche il ministro dell’Economia e del Lavoro belga e la Federazione dei sindacati olandesi hanno evidenziato l’inadeguatezza delle misure nazionali rispetto ai nuovi standard Ue. Paesi a noi vicini come Spagna e Portogallo hanno aumentato sensibilmente il valore del salario minimo negli ultimi anni, arrivando a livelli vicini a quelli suggeriti dalla direttiva.

E in Italia? Nonostante l’ampia copertura della contrattazione collettiva, nel nostro Paese esiste una questione salariale. In molti settori dell’economia non si riesce realmente a garantire retribuzioni minime adeguate, non da ultimo a causa della proliferazione dei contratti collettivi (erano 992 nel 2021) e della libertà di utilizzare contratti “prestati” da altri settori, spesso con remunerazioni più basse. La direttiva richiede di istituire meccanismi di monitoraggio, oltre all’adozione di una serie di misure tra cui il rafforzamento delle ispezioni sul lavoro e la previsione di sanzioni volte a garantire l’accesso universale a salari minimi adeguati. Quest’ultimo aspetto imporrebbe di intervenire per garantire un’effettiva tutela a tutti i lavoratori in Italia. Tema che, tuttavia, non sembra prioritario per l’attuale governo.

Marcello Natili è ricercatore all’Università degli Studi di Milano e membro del Comitato Scientifico di OCIS, Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale. Stefano Ronchi è assegnista di ricerca all’Università degli Studi di Milano.

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