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Economia / Opinioni

Il lento cammino dell’Unione europea nella lotta alla povertà

A 30 anni dalla prima “Raccomandazione” in materia si fa strada una nuova proposta della Commissione. Che cosa dice. La rubrica a cura dell’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale (OCIS)

Tratto da Altreconomia 254 — Dicembre 2022
© Christian Lue, unsplash

Nel 1992 il Consiglio delle comunità europee -l’attuale Unione europea- muoveva i primi passi verso il rafforzamento della dimensione sociale del progetto comunitario, inizialmente avviato come piano di costruzione di un mercato comune europeo. La Raccomandazione del Consiglio europeo sulle “risorse minime sufficienti” sanciva infatti alcuni importanti principi, tra cui il diritto, per gli individui al di fuori del mercato del lavoro e in condizioni di bisogno, di disporre di risorse sufficienti e ricevere prestazioni di assistenza sociale -oltre a prestazioni aggiuntive per far fronte a bisogni specifici- nonché servizi di attivazione volti a (re)inserire i beneficiari nel mercato del lavoro (per coloro che potevano lavorare) ovvero a favorire l’integrazione economica e sociale (per gli altri). Il fine era di garantire a tutti i cittadini europei una vita nel rispetto della “dignità umana”.

Trent’anni dopo, a fine settembre 2022, la Commissione europea ha rilanciato la strategia di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale con la proposta di una nuova Raccomandazione (che dovrà essere recepita dal Consiglio) su redditi minimi (ad esempio, il Reddito di cittadinanza italiano) adeguati e che garantiscano “l’inclusione attiva” dei beneficiari.

Agganciata al principio 14 del Pilastro europeo dei diritti sociali, la proposta della Commissione delinea alcuni importanti assi di intervento che, come ha commentato recentemente la sociologa Chiara Saraceno, richiamano in sostanza le raccomandazioni per la riforma del Reddito di cittadinanza formulate proprio dalla Commissione Saraceno nel 2021 e che il Governo Draghi ha lasciato chiuse in un cassetto. Gli obiettivi generali cui si orienta la Raccomandazione europea riguardano infatti la costruzione, da parte degli Stati membri, di robuste reti di protezione sociale, che assicurino condizioni di vita dignitose in tutte le fasi dell’esistenza tramite l’integrazione di redditi minimi adeguati e altre prestazioni collegate (ad esempio di sostegno al costo di riscaldamento, trasporti, educazione dei figli) con due tipi di servizi definiti “abilitanti” ed “essenziali”.

Le principali novità rispetto alla Raccomandazione del 1992 sono tre. La prima: l’identificazione di alcuni benchmark -tra cui la soglia di povertà relativa o assoluta- che possono essere considerati dagli Stati membri nella definizione dell’importo delle prestazioni di reddito minimo. La seconda novità è l’attenzione all’effettività di tali schemi, sia predisponendo requisiti di accesso non discriminatori rispetto all’età, al genere e, soprattutto a cittadinanza/residenza, sia rimuovendo le barriere di tipo amministrativo, informativo e psicologico che spesso escludono quote importanti di potenziali beneficiari. La terza è l’enfasi sui servizi “abilitanti” (lavori socialmente utili, assistenza psicologica, istruzione e formazione professionale, alloggio, sanità e cura) ed “essenziali” (acqua, energia, trasporti, servizi finanziari, comunicazione digitale): entrambi cruciali per la piena integrazione sociale dei beneficiari e, ove possibile, l’inserimento degli stessi nel mercato del lavoro.

Tutto bene dunque? Non proprio. Se approvata, la proposta della Commissione Ue si tradurrebbe in una Raccomandazione, dunque un provvedimento non vincolante per gli Stati membri, esattamente come quella del 1992 che è andata in ampia parte disattesa. L’opposizione di numerosi Paesi e di alcuni importanti attori sociali non ha infatti consentito la predisposizione di un quadro regolativo vincolante a livello sovranazionale (una Direttiva quindi) in omaggio alla sovranità nazionale nel campo della protezione sociale (Euroship working paper numero 17). Inoltre, la proposta di Raccomandazione richiede che gli Stati membri agiscano al fine di assicurare redditi minimi adeguati entro il 2030 e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica: dopo trent’anni, non può bastare.

Matteo Jessoula è professore ordinario di Scienza politica presso l’Università di Milano. È membro di European Social Policy Network e co-coordinatore di OCIS

 
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