Economia / Approfondimento

Lo smart working ha penalizzato lavoratori e professioni già svantaggiate

Una ricerca pubblicata dal think tank belga Bruegel analizza in dettaglio gli effetti del lavoro a distanza sul mercato. Ad essere maggiormente colpiti negativamente sono stati i lavoratori appartenenti a categorie più svantaggiate, in particolare i giovani con una ridotta esperienza o educazione

© Sigmund - Unsplash

Il lavoro da remoto amplifica le disuguaglianze: favorisce i lavoratori più pagati e penalizza quelli impiegati in professioni meno retribuite, amplificando così gli squilibri a danno dei giovani e dei lavoratori meno istruiti. Lo evidenzia il saggio “Remote work, EU labour markets and wage inequality” pubblicato il 14 settembre da Petropoulos e Schraepen, ricercatori di Bruegel, think tank belga specializzato in analisi economiche. Il tema riguarda anche l’Italia. Il nostro Paese è stato infatti particolarmente coinvolto in questa trasformazione del lavoro; nel corso del 2020 sono stati persi quai 9,3 miliardi di ore di lavoro mentre buona parte delle aziende rimaste attive ha adoperato la formula dello smart working (tra marzo e maggio dello scorso anno il 21,3% delle aziende ha fatto propria la formula, mentre tra agosto e novembre l’11,3%). Questo fenomeno non ha riguardato solo l’Italia, ma ha avuto un impatto importante anche nel resto dell’Unione europea.

La ricerca di Bruegel analizza come la diffusione del lavoro da remoto all’interno dei Paesi dell’Unione europea abbia influenzato le disuguaglianze di salario presenti nelle diverse professioni e le confronta con la loro praticità nell’essere eseguite da remoto. Per quest’ultima operazione è stato utilizzato uno studio pubblicato nel settembre 2020 dai ricercatori Dingel e Neiman sulla rivista Journal of public economics che stima la flessibilità di una professione nell’essere eseguita da remoto. A ogni professione viene assegnato un punteggio compreso tra 0 e 1, dove con zero si intende una professione eseguibile solo in presenza mentre, al contrario, un punteggio vicino a uno indica una mansione facilmente eseguibile da casa. Dai loro risultati emerge che le professioni con punteggio più alto sono quelle manageriali (superiore a 0,9), segue il personale altamente qualificato con un punteggio di circa 0,75, gli impiegati d’ufficio si piazzano al terzo posto con un punteggio di 0,6 e infine troviamo i tecnici con un punteggio poco superiore a 0,4. Le rimanenti professioni si attestano su valori molto bassi, commessi e assistenti alla vendita hanno un punteggio di 0,2 mentre le occupazioni elementari, come quelle legate all’agricoltura, alla pesca e all’uso di macchinari registrano un punteggio molto basso, inferiore a 0,1.

Il grafico mostra il rapporto tra salario medio annuale di una professione e il suo indici di flessibilità. Come emerge dallo schema i lavoro più pagati sono anche quelli più adattabili. Fonte: Journal of public economics, 2020

Questo punteggio è stato in seguito confrontato con il salario medio europeo della relativa professione, calcolato al 2019. Il risultato ottenuto mostra una relazione lineare tra il guadagno medio di un determinato lavoro e la sua adattabilità; le professioni maggiormente retribuite sono quelle più flessibili. 

“Stando all’analisi ‘Why working from home will stick’ (Perché il lavoro da casa continuerà, ndr) il lavoro da remoto rimarrà prevalente a lungo nel periodo post-pandemia”, affermano gli autori. “Questo suggerisce che molte professioni a bassa qualifica e salario siano a rischio perché, quando alcuni lavori vengono eseguiti sempre di più da remoto, altri lavori ad essi legati diventano meno praticabili”. “Secondo la società di consulenza McKinsey -continuano i ricercatori- nella prossima decade potrebbero essere persi 4,3 milioni di posti di lavoro nel campo del servizio clienti e della ristorazione”. Gli autori concludono sostenendo la necessità di creare un “rete di sicurezza” per proteggere le professioni che soffrono maggiormente l’impatto della pandemia.

La successiva parte della ricerca analizza l’impatto della pandemia sulle differenze di salario nell’Unione europea. Una prima analisi riguarda le differenze basate sull’età dei lavoratori. Dal confronto emerge chiaramente come le professioni con una maggiore differenza di stipendio tra lavoratori in base all’età sono anche quelle che vengono eseguite maggiormente a distanza. La pandemia ha avuto quindi un impatto negativo maggiore sui lavoratori più giovani. “Non è una sorpresa che le ricerche sull’impatto a breve termine della pandemia mostrino un aumento del tasso di disoccupazione giovanile durante la seconda metà del 2020, mentre la disoccupazione è rimasta pressoché invariata rispetto all’anno precedente per le generazioni più anziane”. I più colpiti sono stati i giovani impiegati in professioni a bassa qualifica e con poche possibilità sia di carriera sia di impiego a distanza. 

Il grafico confronta la differenza di stipendio in base all’età con l’indice di flessibilità, le occupazioni più flessibili sono anche quelle che penalizzano maggiormente i giovani. Fonte: Journal of public economics, 2020

Un’ulteriore analisi è stata effettuata sulla discrepanza di salario in base al genere nei Paesi dell’Unione europea. Comparando le differenze di salario medio con il punteggio di adattabilità del lavoro si nota che non esiste una relazione tra i due fattori. Se le professioni di alto livello, come quelle manageriali, presentano tutte una differenza di stipendio simile ma elevata (poco meno del 45%), tra le professioni meno adattabili si registrano notevoli variazioni. Tra queste mansioni, gli addetti alla vendita e all’assistenza dei clienti riscontrano la maggior differenza relativa (pari al 54%) mentre le professioni legate a pesca, agricoltura e silvicultura registrano una discrepanza minima. 

Un’ulteriore discriminazione amplificata dal lavoro a distanza è quella basata sull’educazione; infatti, i lavoratori con un’educazione universitaria tendono ad avere uno stipendio maggiore, specialmente nelle professioni svolte da remoto. Secondo la ricerca “i lavoratori con un livello di educazione inferiore sono meno capaci di operare efficacemente a distanza rispetto a chi possiede un’educazione di livello universitario”. Un’ultima analisi è stata effettuata paragonando il Pil pro capite delle principali nazioni con l’indice di adattabilità, con il risultato che le nazioni con un Pil pro capite maggiore sono anche quelle il cui mercato del lavoro è maggiormente flessibile e adattabile.

La pandemia ha avuto un enorme impatto sulla vita quotidiana portando dei cambiamenti che rimarranno attivi per molto tempo. “Se deve esserci una struttura ibrida in cui il lavoro da remoto ha un ruolo importante -concludono i ricercatori di Bruegel- è fondamentale considerare le differenze di salario in modo da poter mettere in gioco delle misure per intraprendere un percorso più equo e inclusivo”.

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